Quando in Corso Podestà

La chiesa di Santo Stefano (fuori campo a destra osservando la cartolina) è rimasta sola. Da poco tempo la Porta degli Archi, per far spazio al Ponte Monumentale, è stata traslocata altrove.

Sulla strada intitolata al barone, sindaco e promotore del progetto, convivono vecchie carrozze e moderni, per l’epoca, tram a rotaie.

Mentre un signore passeggia assorto nella lettura del proprio giornale il 123 è diretto a Manin.

Una signora di bianco vestita, nell’attraversare, sfida fiduciosa gli schizzi di fango e sterco che ricoprono il selciato.

Cartolina del 1906 autore J. Neer.

La Lapidazione di Santo Stefano

Nella chiesa di S. Stefano è conservato uno dei quadri più importanti di tutto il ‘500, la “Lapidazione di Santo Stefano” di Giulio Pippi de’ Jannuzzi, detto il Romano.

Se a con il morbido stile della sua “Circoncisione” influenzò il ‘600, Romano fece altrettanto con la sua raffaellesca “Lapidazione” per il ‘500.

Quest’opera divenne infatti punto di riferimento e modello della riscoperta della grande cultura romana che l’illustre artista manierista portò al nord a Genova, prima ancora che a Milano, Mantova e Venezia.

Il Martirio rappresenta infatti il monumento, il trionfo, l’apogeo del classicismo, una vera e propria celebrazione del maestro indiscusso del Rinascimento, l’appena scomparso Raffaello.

L’opera in origine commissionata nel 1519 al genio urbinate l’anno prima della sua morte, fu invece realizzata nelle Stanze Vaticane dal suo allievo che, evidentemente, aveva avuto modo di vedere i disegni e i bozzetti del Maestro.

Ma il Romano non procede solo ad una fedele e puntuale esecuzione dell’opera: laddove possibile – infatti – osa, riuscendo nel suo ambizioso intento, migliorare il progetto dell’illustre mentore con qualche personale e azzeccata correzione.

Ed ecco quindi che il Martire, protagonista assoluto, sta al centro, mentre i suoi assassini gli si schierano attorno a semicerchio.

Tra l’apparizione della Trinità in cielo fra angeli che trasfigurano in pura luce e la scena del martirio, sulla linea dell’orizzonte si apre dunque uno spazio per un paesaggio di rovine, in una luce radente, quasi artificiale, certo innaturale perché emanata dall’aureola divina che il pittore fa coincidere con il sole.

L’artista cita poi antichi, terme, templi, ponti, obelischi e riesce a conferire sia dinamicità alla complessa scena che energia alla moltitudine dei personaggi e plasticità ai movimenti dei loro corpi.

Le terme romane in rovina sullo sfondo sono allegoria del decadimento morale e fisico del mondo pagano che, proprio dai ruderi dell’edificio classico, attinge le pietre per compiere la lapidazione del santo.

L’immagine del volto di Stefano che appare serenamente rassegnato in accentuato contrasto con le indemoniate e bestiali espressioni dei suoi carnefici conferisce alla rappresentazione una potenza sovrumana.

… Quando le chiese di S. Stefano erano due…

Quando nella seconda metà dell’ottocento non c’era ancora per la cui costruzione, a fine secolo, vennero demolite alcune cappelle della chiesa di S. Stefano.
Quando per l’allargamento ed il raddrizzamento della sede stradale fu sacrificata l’ala della chiesa prospiciente che già era più piccola di quella opposta.

Quando sotto l’appassionata direzione dell’architetto Alfredo D’Andrade vennero rocostruiti sia la balconata antistante che il sottostante porticato.

Quando i lavori per lo smantellamento della avevano danneggiato le fondamenta della chiesa che di lì a poco sarebbe stata divenuta pericolante. Nonostante il tentativo di restaurarla da parte del celebre portoghese e fu di conseguenza dichiarata inagibile.

“Primo piano delle due chiese”. Cartolina tratta dalla Collezione di Stefano Finauri.

Quando si stabilì di lasciarla comunque al sul posto e di edificarle a fianco una nuova chiesa costruita anch’essa in stile romanico.

Quando inaugurata nel 1908 ebbe vita breve perché nel 1912 il crollo di una parte della vecchia chiesa danneggiò la nuova, rendendo anch’essa inagibile.

Quando, a completare l’opera, distruggendole entrambe, si adoperarono poi le della seconda guerra mondiale.

oggi”. Foto di Leti Gagge.

Fu il Cardinale Siri nel dopoguerra a volere la ricostruzione della primitiva chiesa romanica i cui lavori, iniziati nel 1946 si conclusero con la consacrazione avvenuta l’11 dicembre 1955.