A Dumenega…

” scritto a quattro mani da Fabrizio De Andre’ e Mauro Pagani più che una canzone è una colorita istantanea che descrive in maniera sagace un’usanza tutta genovese, ovvero lo scandaloso quanto ipocrita “rito” della passeggiata domenicale delle prostitute.

A costoro infatti che per tutta la settimana erano relegate a esercitare la loro professione in un quartiere ben delimitato della città, quello del Monte Albano alle pendici del Castelletto,solo alla domenica veniva concesso di passeggiare liberamente e di partecipare alle funzioni religiose.

De Andre’ racconta gli atteggiamenti della gente al passaggio di queste prostitute e descrive le reazioni dei vari personaggi, tutti accomunati dall’incoerenza e dal finto moralismo perbenista: da chi grida loro qualsiasi epiteto sconcio la domenica e poi le frequenta durante la settimana facendone “le pubbliche mogli”, al direttore del porto, che è felice di tutto quel ben di Dio a passeggio che porta tanti soldi nelle casse del Comune, finanziando la costruzione di un nuovo molo ma, per non essere da meno rispetto agli altri, comunque le insulta.

In molti hanno ritenuto questi versi poco più di una piccante quanto suggestiva licenza poetica priva di fondamento storico, frutto del genio narrativo dei suoi due autori.

De Andre’ e Pagani avevano invece trascritto in modo poetico e canzonatorio un’accurata ricerca avvalorata da diversi studi quali ad esempio la “Città portuale del medioevo” dei professori Bianchi-Poleggi che confermavano come, a partire già dal 1339, effettivamente quegli introiti avessero contribuito alla costruzione di calata Cattaneo.

Quegli stessi introiti che avrebbero concorso nei secoli successivi a finanziare anche i lavori di restauro della Cattedrale di San Lorenzo, della Porta del Molo e della costruzione di molti nobili palazzi cittadini.

Addirittura nel 1418 venne istituita un’apposita magistratura con relativo Podestà, preposto alla riscossione delle decime, una tassa di cinque soldi da pagarsi mensilmente, sostituita successivamente da un più pratico obolo forfettario.

“Scena in bordello medievale”.

Nel 1461 inoltre si stabilì che le bagasce dovessero essere foreste e che si abbigliassero, per non confonderle con le donne “comuni et honeste”, in maniera diversa dalle stesse.

Era vietato loro, per non distrarre i marinai dalle loro faccende, avvicinarsi ai moli e chi le molestava in pubblico rischiava il carcere.

A metà del ‘500 il quartiere a loro riservato venne raso al suolo per far posto alla strada dei signori, la moderna e lussuosa Strada Nuova, nota anche come via Aurea, odierna via Garibaldi.

Con le pietre recuperate dalla demolizione l’architetto perugino Galeazzo Alessi edificò la maestosa cupola della basilica di Carignano.

La zona dei postriboli era ubicata nelle contrade che dal quartiere militare del Castelletto degradavano in San Francesco, Piazza Fontane Marose e Maddalena.

“Alla voce Postribolo pagina. 189 la conferma della notizia storica”.

Tornando ai personaggi della canzone, che dire poi della tragicomica, per non dire patetica, macchietta del rozzo bigotto che, per legge di contrappasso, anche lui, per essere conforme al “branco”, inveisce contro le bagasce, ma sembra essere l’unico a non a non riconoscere fra queste anche la propria moglie.

Quandu ä dumenega fan u gíu
cappellin neuvu neuvu u vestiu
cu ‘a madama a madama ‘n testa
o belin che festa o belin che festa
a tûtti apreuvu ä pruccessiún
d’a Teresin-a du Teresún
tûtti a miâ ë figge du diàu
che belin de lou che belin de lou

e a stu luciâ de cheusce e de tettín
ghe fan u sciätu anche i ciû piccin
mama mama damme ë palanche
veuggiu anâ a casín veuggiu anâ a casín
e ciû s’addentran inta cittæ
ciû euggi e vuxi ghe dan deré
ghe dixan quellu che nu peúan dî
de zeùggia sabbu e de lûnedì

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu

e u direttú du portu c’u ghe vedde l’ou
‘nte quelle scciappe a reposu da a lou
pe nu fâ vedde ch’u l’è cuntentu
ch’u meu-neuvu u gh’à u finansiamentu
u se cunfunde ‘nta confûsiún
cun l’euggiu pin de indignasiún
e u ghe cría u ghe cría deré
bagasce sëi e ghe restè

e ti che ti ghe sbraggi apreuvu
mancu ciû u nasu gh’avei de neuvu
bruttu galûsciu de ‘n purtòu de Cristu
nu t’è l’únicu ch’u se n’è avvistu
che in mezzu a quelle creatúe
che se guagnan u pan da nûe
a gh’è a gh’è a gh’è a gh’è
a gh’è anche teu muggè

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxelluLa Domenica, traduzioneQuando alla domenica fanno il giro
cappellino nuovo nuovo il vestito
con la madama la madama in testa
cazzo che festa cazzo che festa
e tutti dietro alla processione
della Teresina del Teresone
tutti a guardare le figlie del diavolo
che cazzo di lavoro che cazzo di lavoro

e a questo dondolare di cosce e di tette
gli fanno il chiasso anche i più piccoli
mamma mamma dammi i soldi
voglio andare al casino voglio andare al casino
e più si addentrano nella città
più occhi e voci gli danno dietro
gli dicono quello che non possono dire
di giovedì di sabato e di lunedì

a Pianderlino (via e zona sopra San Fruttuoso e Marassi) succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello

a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello

e il direttore del porto che ci vede l’oro
in quelle chiappe a riposo dal lavoro
per non fare vedere che è contento
che il molo nuovo ha il finanziamento
si confonde nella confusione
con l’occhio pieno di indignazione
e gli grida gli grida dietro
bagasce siete e ci restate

e tu che gli sbraiti appreso
neanche più il naso avete di nuovo
brutto stronzo di un portatore di Cristo
non sei l’unico che se ne è accorto
che in mezzo a quelle creature
che si guadagnano il pane da nude
c’è c’è c’è c’è
c’è anche tua moglie

a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello

a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello.

… Quando in Piazza Goffredo Villa…

Quando le forme delle palazzate di Piazza Goffredo Villa, lo spiazzo dedicato al martire partigiano, richiamavano già nel loro squadrato profilo le sembianze del Castelletto, la antico simbolo della dominazione foresta, che ancor oggi è all’origine del nome del quartiere.

Quando nei pressi della spianata di che già si chiamava Belvedere Montaldo c’era, e per fortuna c’è ancora, l’ascensore  avrebbe ispirato i versi di Caproni.

In basso al centro, silente testimone, il campanile di N.S. del Carmine una parrocchia ricca d’opere d’arte fra le quali nessuno avrebbe mai immaginato esserci,  il duecentesco ciclo d’affreschi di Manfredino da Pistoia.

Scoperto da circa un decennio dietro all’abside sotto diversi strati di calce e intonaco, le pitture dell’artista toscano, allievo di Cimabue e collega di Giotto, ritraggono l’Annunciazione, gli evangelisti  e i membri di spicco dell’ordine dei carmelitani.

Quando la chiesa aveva già dispensato nel 1893 il battesimo a Palmiro Togliatti, futuro leader del Partito Comunista Italiano ma ancora non sapeva che avrebbe dovuto celebrare nel 2013 i funerali di Don Gallo.

 

 

Storia del Castelletto…

la simbolo del dominio foresto…

Nell’area dove oggi ci sono Piazza Villa e il celebre Belvedere Montaldo, sorgeva un tempo la maestosa fortezza del da cui prende nome l’omonimo quartiere.
Posto in posizione centrale e strategica sulla sommità del Monte Albano fu eretto dai genovesi intorno al 952 d.C. e, successivamente, puntellato con due possenti torri per proteggere la città dal suo interno.
Nel ‘400 il Maresciallo di Francia Boucicault, che aveva in signoria la città, lo rinforzò con imponenti bastioni trasformandolo nella roccaforte della guarnigione francese e in simbolo dell’oppressione straniera.
Fu teatro di numerose sommosse e rivolte fino a quando nel 1528 l’ammiraglio Andrea Doria lo fece, come già avvenuto precedentemente con la Briglia (la fortezza che, ai piedi della Lanterna, controllava l’accesso alla città via mare) radere al suolo.

“Dettaglio del Castelletto. Quadro di Cristoforo Grassi del 1597”.

Furono i Piemontesi nel 1819 ad incaricare il Maggiore Andreis della sua ricostruzione e a rinnovare il simbolo dell’occupazione foresta.
I Sabaudi infatti, sebbene legalmente legittimi padroni della città, vennero sempre mal visti per la loro incapacità nel curarsi delle “cose di mare”.
Così, a seguito della celebre insurrezione del 1849, allorché Genova subì l’ignobile Sacco del La Marmora, il Castelletto venne a quel tempo definitivamente abbattuto.

“… Perché mai nessun foresto oppressor potesse tenere in scacco la Superba”.
Dal Belvedere accarezzando con lo sguardo la creuza di Salita della Torretta si può ancora oggi ammirare, nel muro di contenimento, ciò che resta della poderosa Fortezza.

“Salita della Torretta”.