Scorci di Canneto

L’origine del toponimo rimanda alla presenza dei cannicci che costeggiavano il tragitto che degradava dal Piano di S. Andrea al mare.

Fino al X secolo il Canneto segnava il confine dell’antico castrum ed era fiancheggiato dalle prime cittadine che proprio in quel periodo vennero ampliate per inglobare il Fieschi (futuro Ducale) e la Cattedrale.

Il budello che si immette nel ventre cittadino è tradizionale meta degli acquisti alimentari natalizi.

Numerosi sono gli spunti storici artistici che si possono cogliere in questo caruggio.

Ad esempio in questo scatto sul lato sinistro s’intravede il cinquecentesco sovrapporta del civ. 67a/r con San Giorgio che uccide il drago.

Di fronte invece si scorge il profilo del contemporaneo portale del palazzo De Franceschi al civ. 72r.

In copertina: Canneto il Lungo. Foto di Leti Gagge.

Curiosando per il Fossatello

La piazza e la via del Fossatello occupano la zona che in epoca romana era nota come il Campo di Marte, ovvero quello spazio destinato ad accampamento dove si svolgevano le esercitazioni militari.

Prima dell’erezione nel 1155 delle mura del Barbarossa il Fossatello era una zona di campagna extra moenia attraversata da un ruscello, il rio Fossatello appunto, caratterizzata da sparute casupole in legno.

Piazza Fossatello. Foto di Leti Gagge.

A partire dal 1158, quando la contrada era ormai dentro le i Piccamiglio, proprietari della maggior parte delle abitazioni in zona, vi costruirono la piazza.

La torre di Piccamiglio spunta fra i tetti. Foto di Stefano Eloggi.

Nel 1308 si ha curiosa notizia della presenza in loco di bagni pubblici adibiti ai soli uomini.

Dal 1540 al 1870, quando fu trasferito in Piazza Bandiera, la piazza ospitò il mercato di frutta e verdure.

La fontana di Piazza Bandiera. Foto di Leti Gagge.

Per soddisfare la conseguente necessità di acqua la piazza nel 1844 fu dotata di una fontana fatta pervenire appositamente da Soziglia.

Al civ. n. 2 della piazza si incontra il cinquecentesco Babilano e Cipriano Pallavicini.

Il portale originario dell’edificio, attribuito ai fratelli Michele e Antonio Carlone, venne venduto al Victoria Albert Museum di Londra.

Prospetto del Pallavicino. Foto di Leti Gagge.

Nel 1840 lo stabile fu svuotato e rialzato. Il prospetto completamente ripensato adornato in stile neoclassico con statue, putti sui timpani delle finestre e un cornicione con medaglioni imperiali e fiori.

Al civ. n. 9r si nota invece una nicchia che accoglie la statua di San Giovanni Battista benedicente.

Edicola di San Giovanni Battista.

Al civ. 3r ecco un’altra edicola di Madonna col Bambino con struttura originale settecentesca e dipinto moderno dell’artista Ugo Lombardo.

Edicola di Madonna col Bambino. Dipinto di Ugo Lombardo.

All’angolo fra la via e la piazza ecco un medievale con sulla facciata brani in pietra bianca e nera.

Qui nei quattro grandi archi ogivali tamponati a piano strada ha sede l’antica e rinomata Pasticceria Liquoreria Marescotti.

Liquoreria Marescotti. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 2 purtroppo in pessime condizioni l’elaborato cinquecentesco portale attribuito ai maestri toscani Donato Benti e Benedetto da Rovezzano.

Portale di Via Fossatello n. 2

All’incrocio con Vico San Pancrazio è possibile poi ammirare la secentesca Madonna del Cardellino. La peculiarità di questa edicola sta nel fatto che è costituita da due elementi distinti: un dipinto della Vergine ad olio su ardesia il primo, un baldacchino sempre di ardesia sopra che accoglie il Padre Eterno Benedicente in stucco, il secondo.

La Madonna del Cardellino.

In copertina: Piazza del Fossatello. Foto di Leti Gagge.

Piazza del Portello

Piazza del Portello così nominata per via della porta delle mura del XII secolo posta a quel tempo più o meno all’imbocco dell’odierna via Caffaro.

Tale Portello fu poi demolito nel 1855 insieme all’attiguo Conservatorio delle monache Interiane.

Al centro spicca sopra la galleria Giuseppe Garibaldi, aperta nel 1897 e ampliata nel 1927 la torre del Mirador che, con la sua singolare forma a minareto, impreziosisce il giardino del Palazzo Lomellino di via Garibaldi n 7

Sopra le statue di San Giorgio e San Giovanni che adornano il tunnel opera dello scultore Antonio Maraini, vi furono invece collocate nel 1930.

La Grande Bellezza…

In copertina: Piazza del Portello. Foto di Stefano Eloggi.

Vico Denegri

Vico Denegri costituisce tipico esempio delle suggestive atmosfere che si possono respirare nei nostri vicoli.

Il caruggio deve il suo nome all’omonima famiglia originaria di Portovenere.

Il capostipite di tale schiatta fu nel XII secolo un tal Manfredo detto, probabilmente per il colore brunito della sua carnagione, il Negro. Da qui quindi l’origine del cognome del casato.

Fra i membri dei Di Negro si segnalano illustri ammiragli: Guglielmo nella missione del 1205 per difendere Siracusa, Giacomo di Ottone nel 1257 contro i Pisani, Luchino di Galeotto nel 1330 al servizio del re di Napoli Roberto D’Angiò.

Salvago Di Negro nel 1334 fu invece straordinario capitano che al comando di 10 galee sconfisse la temibile e più numerosa flotta catalana.

Degna di menzione anche Franceschetta di Sigismondo che nel 1447 dette alla luce la futura Santa Caterina di Genova, ovvero Caterina Fieschi Adorno.

Nel 1528 i Di Negro formarono (a parte un ramo già confluito nei Giustiniani) il quarto albergo della riforma doriana.

Nel 1585 Ambrogio di Benedetto fu Doge e numerosi poi dal ‘500 a fine ‘700 furono i senatori della Repubblica. Nel 1586 Benedetto di Giuseppe Giustiniani Di Negro rivestì la carica di Cardinale.

Ma il personaggio più famoso fu senza dubbio Andalò di Salvago. Figura di ingegno poliedrico. Fu scienziato, astrologo, poeta, ambasciatore, amico di Marco Polo e nel 1342 addirittura maestro del Boccaccio.

L’inquadratura dello scatto ritrae il tratto di caruggio successivo alla loggia del Palazzo Ambrogio Di Negro il cui ingresso principale si trova in Via San Luca n. 2.

Anticamente qui aveva sede la corporazione degli Acquavitai e perciò il vicolo era noto anche come il caruggio dell’Acquavite.

Vico Denegri muri ricchi di fascino e storia.

La Grande Bellezza…

In copertina: Vico Denegri. Foto di Leti Gagge.

Vico dei Tre Re Magi

Per me che nei primi anni ’80 giocavo nei campetti di calcio di terra vico dei Tre Re Magi è un luogo del cuore.

Quegli spazi ricavati tra le macerie erano noti come i campi di San Donato ed erano frequentati dai ragazzi di Ravecca contro i quali, noi di Carignano, disputavamo interminabili sfide a pallone.

Oggi la zona è stata recuperata, i campi da gioco ristrutturati in erba sintetica, e le macerie per fortuna dal 2012 hanno lasciato spazio ai vivaci Giardini Luzzati sotto i quali resiste persino un anfiteatro romano di quasi duemila anni.

Qui è stata girata una scena del film ‘Figurine” del 1997 del regista genovese Giovanni Robbiano in cui il protagonista Alberto, un pargolo di 10 anni, è a casa di un amichetto la cui madre esercita il mestiere più antico del mondo e tra un cliente e l’altro prepara con disinvoltura la merenda.

La pellicola ambientata nella Genova del 1969 racconta, attraverso gli occhi di un bimbo con la passione delle figurine e del Genoa, le vicende private della propria famiglia nel contesto turbolento di quegli anni.

Figurine rappresenta così un colorito spaccato della doppia anima proletaria e borghese della città. Conflitti, contraddizioni, ipocrisie della società di quel periodo vengono elaborati con la dolorosa sensibilita di un bambino.

Fra gli attori Piero Natoli, Eliana Miglio, Giulio Scarpati e un gustosissimo Enzo Jannacci.

La contrada prende il nome dallo scomparso oratorio dei Re Magi. Il trecentesco edificio religioso, ristrutturato nel ‘600 fu gravemente bombardato durante la seconda guerra mondiale.

Alcuni arredi si sono salvati e sono conservati presso il Museo di S. Agostino mentre sono andati irrimediabilmente perduti gli affreschi di Lazzaro Tavarone, Luca Cambiaso e di Bernardo Castello che ne adornavano la volta.

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In copertina: Vico dei Tre Re Magi. Foto di Leti Gagge.

Via Chiabrera

Il caruggio intitolato al poeta savonese (1552-1638) Gabriello Chiabrera presenta diverse testimonianze storiche medievali:

al civ. n. 6r un fregio marmoreo con il trigramma di Cristo; al 13r/a un portale marmoreo con lesene ioniche scanalate ed un cartiglio muto; al 19r un portale in pietra nera del XVI sec.

Sul fronte di quest’ultimo edificio una lapide ricorda che nell’abitazione di Antonio Gavotti dal 1830 al 1832 si riunivano i cospiratori della Giovine Italia.

Al civ. n. 7 infine il lussuoso palazzo di Gio. Batta Saluzzo edificato nel 1580 a cui si accede dalla piazzetta di fronte al Palazzo Giustiniani.

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In copertina: Via Chiabrera. Foto di Stefano Eloggi.

Loggia dei Giustiniani

In Via dei Giustiniani al civ. n. 21 si ci imbatte in quel che resta della loggia medievale del casato.

Sotto le arcate ogivali in pietra risalta, incastonata nel corpo della struttura, una colonna marmorea con capitello romanico.

I locali piano strada sono stati converiti in esercizi commerciali.

Sopra le arcate chiuse da ampie vetrate una cornice di archetti in pietra. Al piano nobile una trifora tamponata su conci bicromi.

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In copertina: Loggia dei Giustiniani. Foto di Anna Armenise.

Piazza delle Cinque Lampadi

La piazza delle Cinque Lampadi costituisce uno degli spazi più caratteristici e vivaci del centro storico. Oggi popolato da bar e locali di vario genere un tempo era l’accesso a ponente nella cerchia muraria del X sec.

Fino alla costruzione infatti nel 1155 delle Mura del Barbarossa l’arco che conduce alla chiesa di San Pietro era in realtà una delle cinque principali porte cittadine.

Il toponimo del sito rimanda alla presenza in loco di una delle edicole -detta appunto delle Cinque Lampadi – fra le più amate e venerate dai fedeli.

Al confine con il vecchio varco si trova il Palazzo Cicala Raggio una casa turrita e loggiata il cui ingresso si trova al civ. n. 1 di Piazza delle Scuole Pie.

I primi due piani dell’edificio sono costruiti in pietra sono di epoca romanica (XII-XII sec) mentre quelli superiori evidenziano le successive modifiche del XVII secolo e le recenti sopraelevazioni.

Il portale del civ. 14 al centro della foto appartiene al Palazzo Penco realizzato nel XVII sec. Si tratta di un elegante portale marmoreo con semicolonne doriche rudentate. Al vertice dell’arco un mascherone e metope con fregi di elmi di clipei. Da alcuni decenni l’elegante atrio è occupato da un supermercato di una nota multinazionale francese. Qui, fra gli scaffali, sono ancora visibili alcune colonne doriche binate.

Ma tutta la piazzetta è un susseguirsi di tracce antichissime. Basta solo guardarsi intorno con il naso all’insù: archi in pietra a tutto sesto con capitelli, finestre bifore, trifore, quadrifore, colonnine marmoree, cornici in laterizio, muri in pietra, soffitti voltati a crociera, lunette in ferro battuto portanti Grifoni, clipei con Agnus dei e monogramma di Maria.

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In copertina: Piazza delle Cinque Lampadi. Foto di Leti Gagge.

Vico Salvaghi

Vico Salvaghi è uno di quei caruggi che collega Via Garibaldi con la Maddalena. Dalla strada più opulenta della città si scende nel ventre vissuto dei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi.

Spettacolari le tonalità pastello che svariano dal rosso mattone, al giallo ocra, al grigio pietra.

L’origine del toponimo rimanda alla popolare famiglia dei Salvago originari della Lombardia. Il cognome di questa schiatta compare già dal XII sec. costituita dall’unione delle famiglie Porci, Nepitelli e Striggiaporci: Salvaghi, in lingua genovese, Sarveghi a sottolineare il proprio rustego carattere.

Questi ultimi fondarono nel 1173 la chiesa di San Marco al Molo. Nel 1278 Michele ricoprì la carica di Podestà. Nel XIII sec. Porchetto fu un noto e apprezzato scrittore in ambito ecclesiastico. Nel 1528 formarono il ventunesimo albergo e fornirono nei secoli numerosi senatori alla patria.

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In copertina: Vico Salvaghi ripreso lato Via Garibaldi verso la Maddalena.