Vico Gattagà

Dall’opulenta Via Garibaldi popolata da turisti ed eleganti uomini d’affari basta imboccare uno qualsiasi dei vicoli che la intersecano per entrare nel ventre vero dei caruggi.

Ecco allora che in direzione della Maddalena la popolazione cambia. Ai signori di cui sopra si sostituiscono venditori ambulanti e bagasce. Mutano anche i rumori, gli odori e il suono delle lingue parlate nelle botteghe che propongono merci da ogni dove.

Quello che non cambia sono i muri scrostati, le tinte pastello e le tracce dei palazzi medievali popolari di un tempo.

Ed è così che scendendo per vico Salvaghi si incrocia, dal nome dell’estinta famiglia voltrese che vi aveva dimora, vico Gattagà.

A dare il benvenuto nel caruggio è una settecentesca edicola di Madonna col Bambino testimone perenne di una sincera e verace che non c’è piu, lontana dai soliti abituali dei torpedoni turistici.

In Copertina: Vico Gattagà. Foto di Giovanni Cogorno.

Vico dei Cannoni

Da a vico si dipana, nel più completo degrado, il vico dei Cannoni.

L’origine del toponimo nulla ha a che vedere con i pezzi d’artiglieria ma rimanda invece ad un’antica pratica genovese.

Con il termine “cannoni” infatti si identificavano in epoca medievale i tubi, diffusi un po’ dappertutto nella città vecchia, che versavano l’acqua nelle fontane o nelle vasche pubbliche.

Tra quelle rimaste la più famosa è quella che si può ammirare in chiamata – appunto- la fontana dei Cannoni.

A differenza dei bronzini (rubinetti) i cannoni non avevano né la chiave per la chiusura, né la valvola per regolarne il flusso, ed erano quindi sempre aperti.

Una volta cessato il loro utilizzo vennero turati con tappi di piombo.

In Copertina: Vico dei Cannoni. Foto di Giovanni Cogorno.

Salita San Silvestro

Nel cuore della collina di Castello si trova la sulle cui pendici si costituì il nucleo del primitivo insediamento abitativo di nel V secolo a.C.

I ritrovamenti infatti di testimonianze dell’età pre-romana risalgono addirittura fino al VI sec. a.C.

Gli scavi condotti nel corso dell’ultimo secolo hanno portato alla luce resti di rilevante interesse storico e artistico; tracce della cinta muraria del VI secolo; brani delle fondazioni del “Castello” medievale e della struttura originaria (X-XI secolo) della chiesa intitolata a a San Silvestro.

In Copertina: Salita di San Silvestro. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.

Vico della Neve

Nel cuore dei tra Campetto e Banchi si trova il caratteristico vico della Neve.

Tre imponenti arcate ogivali in pietra con colonne ottagonali di un’antica loggia medievale dominano il vicolo.

Il caruggio è così intitolato perché qui, ancora fino a fine ‘800, avevano sede le botteghe che smerciavano neve e ghiaccio provenienti dalle neviere realizzate nei pressi del forte Diamante.

All’altezza del civ. n. 8 su trova, purtroppo in pessimo stato di conservazione, resiste la settecentesca edicola della Madonna della Neve commissionata dai bottegai a loro protezione.

In Copertina: Vico della Neve. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.

Vico dell’Umiltà

Vico dell’Umiltà è uno di quei caratteristici ombrosi e luveghi genovesi.

L’origine del toponimo non è accertata tuttavia il tono dimesso del vicolo non deve trarre in inganno poiché qui vi era uno degli accessi del palazzo accorpato al civ. 4 di Campetto della famiglia Imperiale

Tale ingresso, sovrastato da un portale in pietra nera con stemma abraso, fregi e fogliami, versa nel più completo abbandono.

Due cancelli posti alle estremità ne impediscono il passaggio.

In copertina: Vico dell’Umiltà incrocio Vico della Neve. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.

Vico Lavezzi

Da via e piazza Giustiniani si dipana il vico dei Lavezzi. Nel caruggio si alternano muri imbrattati dai soliti incivili e tracce di peduncoli di pietra di palazzi medievali. A lato del selciato in pietra riposa una bicicletta.

Qui aveva le proprie dimore una delle famiglie genovesi più antiche, presenti in città fin dall’anno 1000, quella dei Lavezzi, casato che si estinse nel XV secolo.

In Copertina: Vico Lavezzi. Foto di Giovanni Cogorno.

Vico dei Cavoli

Nel quartiere del Molo tra vico di San Cosimo e Vico delle Pietre Preziose si trova vico dei Cavoli.

L’etimolo dell’ombroso caruggio rimanda alla presenza in zona nei tempi che furono di qualche negozio di besagnino.

Cavoli nati dal sudore di Zeus e che secondo Pitagora e Platone per la loro forma raccolta ricordavano le parti anatomiche femminili, simboli della germinazione e della nascita. Da qui la credenza popolare che i bambini nascesssero sotto i cavoli e che il decotto di tale ortaggio fosse consigliato alle partorienti.

Cavoli presenti inoltre in tutte le minestre invernali compreso il minestrone alla genovese, ottimi anche preparati ripieni in zuppa alla maniera delle lattughe ripiene.

Cavolfiori cucinati poi in salsa di pomodoro, nella zuppa, nelle frittelle, in salsa di acciughe o strascinati.

Particolari infine quelli neri a foglia larga arricchiti con la prescinseua.

Gli stessi si possono consumare, ideali come le radici per depurare l’intestino, bolliti con patate e conditi solo con olio e aceto e un pizzico di sale.

In Copertina: Foto di Anna Armenise.

Vico Usodimare

Nel quartiere della Maddalena tra via dei Macelli di Soziglia e vico Sottile si imbocca vico Usodimare.

Era questa, di qui il nome, la contrada dove si trovavamo le proprietà della famiglia Usodimare.

La stirpe prende il nome da Uso di Mare, figlio di Otto Visconti, così detto per via del suo essere avvezzo alla lunga navigazione.

Gente di mare dunque, fra i suoi esponenti marinai, esploratori e mercanti.

Antoniotto Usodimare insieme al veneziano Alvise da Mosto nel 1456 arrivò fino in Gambia dalle cui coste risalí all’interno navigando lungo l’omonimo fiume per decine di chilometri. Durante il viaggio commerciò con le popolazioni indigene incontrate.

Impresa compiuta per conto del Portogallo dal cui re Enrico il Navigatore ottenne la Capitaneria dell’isola di Sao Tiago avamposto della colonizzazione lusitana.

Con la riforma degli Alberghi del 1528 gli Usodimare costituirono il quinto dei 28 alberghi.

In Copertina: Vico Usodimare. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.

… “Le cime dei palazzi… quasi si uniscono”…

“In genere le strade sono larghe all’incirca da quattro-cinque piedi a otto, e contorte come cavatappi. Percorri una di queste tetre fenditure, guardi su e vedi il cielo ridotto a somiglianza di un nastro di luce, molto in alto, dove le cime dei palazzi sui due lati della strada quasi si uniscono. Ti sembra di essere sul fondo di qualche terribile abisso, col mondo intero molto al di sopra di te. Ti aggiri a caso attraverso di esse nella maniera più misteriosa e non sai orientarti meglio che se fossi cieco. Non riesci a persuaderti che queste sono vere strade e che i torvi, foschi, mostruosi palazzi siano case, finché non vedi una donna elegante e bella emergere da qualcuna di queste buie e desolate tane che per metà sembrano prigioni. E ti chiedi come possa una così incantevole crisalide venir fuori da un bozzolo tanto poco attraente”.

Cit Mark Twain (1835-1910) scrittore statunitense.

In Copertina: I Quattro Canti. Foto di Anna Armenise.