Storia di un re… di una regina…

Il 1311 è un anno importante nella storia della Repubblica poiché, per la prima volta, Genova dilaniata dalle lotte intestine, si dà in signoria ad un sovrano straniero.

“Quel che resta del corpo principale del monumento a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano”.

Nel gennaio di quell’anno infatti, Enrico VII di Lussemburgo (nome volgare Arrigo VII) viene incoronato in Sant’Ambrogio a Milano re d’Italia. Due sole città Genova (come in occasione del celebre “Abbiamo già dato” sbattuto in faccia a Federico Barbarossa) e rifiutano di pronunciare il giuramento di fedeltà fino a che non vengano garantiti loro gli antichi privilegi. Re Enrico VII nomina suo Vicario a Genova Amedeo di , conferma le concessioni ai genovesi e mantiene inalterata la struttura governativa della città. Genova deve però contribuire al faraonico compenso del suo nuovo reggente corrispondendogli la cospicua cifra di quarantamila fiorini annui.

In ottobre, durante il suo viaggio a Roma, per la cerimonia d’incoronazione imperiale, il re passa per Genova dove, davanti a S. Salvatore, nella piazza di Sarzano viene accolto con tutti gli onori. Oltre al numeroso esercito ed al ricco seguito ad accompagnarlo c’è la sua sposa, la regina Margherita di Brabante. Ai due sovrani i genovesi, sotto forma di dono, regalano ottantamila fiorini d’oro.

Le due fazioni che, in quel periodo, si contendevano il governo della Dominante erano capeggiate da Opizzino Spinola e Guglielmo Fieschi i quali, in cambio dell’appoggio reale, avrebbero garantito al sovrano il completo dominio della città per 20 anni. Enrico VII, da accorto politico, chiede che sia l’assemblea popolare a ratificargli tale proposta. In questo modo podestà, abate del popolo e senato forniscono mandato al nobile Rolando di Castiglione per il conferimento per 20 anni della potestà di Genova.

Le lotte di parte, soprattutto fra Doria e Spinola, non cessarono ma in questo modo la aveva manlevato parte delle proprie responsabilità, riversando su altri le proprie inettitudini e il sovrano, senza colpo ferire, aveva acquisito un importante territorio, una flotta invincibile ed un sacco di palanche.

Ma il prezzo che Enrico VII dovette pagare fu comunque più alto di quanto avesse potuto immaginare poiché, a causa della peste portata in città dalle sue truppe, il 13 dicembre di quell’anno in S. Domenico pianse l’amata sposa, morta a causa del morbo.

Quanto riferito da alcuni tardi cronisti, ovvero che Margherita fosse morta nel convento di S. Domenico assistita amorevolmente dai frati, risulta poco credibile, soprattutto se messo a confronto con la testimonianza di Albertino Mussato suo contemporaneo – che conobbe la coppia reale –, secondo il quale la morte della regina sarebbe invece avvenuta fuori città «in palatio eredum Benedicti Zachariae». La notizia è del resto compatibile con la possibilità che l’imperatrice, a causa della sua malattia, si trovasse al di fuori della urbane, che il sarcofago fosse privo di murature e di lapidi e che, secondo il volere di Enrico, esso dovesse essere trasferito in Germania. Ma era trascorsa appena una settimana dalla morte, che a Margherita già veniva attribuito il primo miracolo e le sue spoglie cominciarono a essere oggetto di un’intensa devozione popolare. La fama della sua santità si diffuse spontaneamente; voci di altre opere miracolose si propagarono, finché, nel 1313, ella fu dichiarata beata.

“A sinistra la Madonna priva di Bambinello del museo di , al centro la Giustizia di Palazzo Spinola, in basso a destra la Prudenza della collezione svizzera, in alto a destra la Temperanza di proprietà dei Doria”.
“Testa della Fortezza a Palazzo Spinola”.

Fu il culto rapidamente cresciuto intorno alla figura della consorte che indusse Enrico, presumibilmente, ad abbandonare l’idea di trasferirne i resti in patria. Anzi, nella primavera del 1312, quando egli era a Pisa, commissionò allo scultore Giovanni Pisano un monumento che celebrasse nel modo più splendido Margherita e le sue virtù. Ne è testimonianza un documento che stabilisce il pagamento di 80 fiorini d’oro all’artista pisano, come compenso per l’esecuzione della pregevole opera.

Margherita di Brabante venne dunque sepolta nel convento di San Francesco di Castelletto e il re incaricò il più grande artista del suo tempo, Giovanni Pisano perché scolpisse un monumento funebre che rendesse giustizia alla sua bellezza e bontà. L’imperatore era profondamente innamorato della sua compagna a cui rimase, vedovo inconsolabile, fedele fino alla fine dei suoi giorni avvenuta, causa malaria, nell’agosto del 1313 a soli 38 anni.

“La statua senza testa e Bambinello del museo di S. Agostino”.

Dopo i cinquecenteschi smembramenti del convento, con relativi trasferimenti e vicissitudini (grazie a Santo Varni, grande scultore genovese, nel 1874 il gruppo con Margherita venne ritrovato in un’anonima nicchia del giardino di Villa Brignole-Sale a Voltri) dal 1984 il monumento è esposto nel Museo di S. Agostino.

Scolpita in marmo apuano, la statua purtroppo non è integra, ma è mutila capo e mani, nell’ angelo di sinistra, braccio destro Margherita, testa, in quello di destra. L’artista la rappresentò splendida, più di quanto non fosse in realtà, immaginandola nel momento in cui appena rinata dopo la dipartita, per le sue virtù terrene, poté accedere direttamente al cospetto di Dio in tutta la sua radiosa bellezza e purezza.

“La Giustizia custodita nella galleria nazionale di Palazzo Spinola in Pellicceria”.

Oltre alla figura principale della regina sorretta dagli angeli, facevano parte del gruppo originario una piccola statuetta di Madonna, oggi priva di testa e senza Bambino visibile sempre nel museo di S. Agostino, una statua della “Giustizia” in buono stato e un altra della “Fortezza” con solo la testa, conservate a palazzo Spinola in Pellicceria. La testa della “Prudenza” fa parte di una collezione privata svizzera, quella della “Temperanza” appartiene alla famiglia Doria.

“Monumento funebre di Enrico VII, nella cattedrale di di Pisa, eseguito dal maestro pisano Tino Camaino”.

”La regina Margherita di Brabante sollevata al cielo da due angeli” questo il titolo completo del mausoleo di Giovanni Pisano, oltre ad essere  l’ultima opera, il capolavoro dell’artista toscano, probabilmente è la più importante scultura funebre di tutto il Medioevo.

S. Salvatore… dove si riflette l’anima…

Nel cuore medievale di Genova, in Piazza Sarzano, poco distante da S. Agostino e da S. Silvestro, la chiesa del Santissimo Salvatore ha saputo ritagliarsi il suo spazio nella storia della città. Fondata nel 1141 dai canonici della Congregazione di San Rufo presso Camogli, si stabilì che essendone alle dirette dipendenze, a titolo simbolico, ogni natale tributasse un denaro ed una candela alla cattedrale di S. Lorenzo. Si affaccia sulla piazza, l’unica  a quel tempo così spaziosa, dove si tenevano i tornei, il mercato e le adunanze. Quando nel 1311 Genova era lacerata da lotte e divisioni intestine, S. Salvatore fu attonito testimone della prima dedizione della città, in signoria, ad un principe straniero, l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo. Nel 1640 assistette sgomenta all’omicidio del giovane emergente pittore Pellegro Piola, il cui assassinio ebbe grande risalto nelle cronache cittadine del tempo.

Nel 1653 grazie al corposo lascito di una facoltosa famiglia del quartiere la chiesa venne ricostruita in forme barocche. Nel 1684, in seguito al bombardamento francese del re Sole subì il crollo del soffitto e fu oggetto di nuovi interventi. Ulteriori modifiche vennero apportate poi, anche nel tardo ‘700. Nel 1809 accorpò il titolo della vicina chiesa della comunità lucchese di S. Croce mutando il nome in chiesa di S. Salvatore e S. Croce. Qui furono battezzati il pittore Gioacchino e il musicista Nicolò Paganini il cui certificato di nascita è custodito presso la parrocchia di San Donato.

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“S. Salvatore e nel 1942 dopo il bombardamento aereo”

Nel 1942 durante la Seconda Guerra Mondiale venne quasi completamente distrutta, la sua storia e le sue opere d’arte sotterrate sotto le macerie fino a quando, negli anni ’80 e ’90, è stata acquistata dalla vicina università che, una volta sconsacrata, ne ha ricavato l’aula magna di architettura, una struttura in grado di ospitare 340 persone per conferenze, concerti ed eventi.

 Nel frattempo il titolo parrocchiale è stato ereditato dal vicino oratorio di S. Antonio della Marina.

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“Interni di S. Salvatore attuale imponente aula magna della Facoltà di Architettura”. Foto di Leti Gagge.

S. Salvatore è vero, non ha opere d’arte, arredi o quadrerie di particolare rilievo, né ne ha mai avute, ma con i suoi colori mattone e giallo ocra, che si accendono o si smorzano a seconda dell’angolo da cui la si osserva, là “nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi”… funge da specchio dell’anima… l’anima di Sarzano.