“Parsimoniosi a causa di un Corsaro”…

Se c’è un luogo comune associato ai genovesi è proprio quello legato alla loro presunta avarizia. Una storia che parte da lontano, da molto lontano probabilmente già al tempo del famoso “Emmo Za Daeto” pronunziato dai legati della Repubblica in faccia all’Imperatore Federico Barbarossa che, pretendendo da costoro tributo, ottenne invece l’orgoglioso rifiuto.

Una caratteristica questa legata alla gestione del denaro che si rafforza a partire dal ‘400 quando, a seguito dell’istituzione del Banco di San Giorgio avvenuta nel 1407, la Superba diviene la regina delle transazioni finanziarie contendendo il primato in questo ambito ai grandi banchieri teutonici e sassoni.

E siccome “a prestâ e à un amigo, ti perdi e e ti perdi l’amigo” i genovesi, ligi all’antico adagio,
(se presti soldi ad un amico, perdi i soldi e perdi l’amico) fanno fortuna prestando “palanche” alle emergenti e ambiziose monarchie francese e spagnola.

“Il cambiavalute di Rembrandt”. Tela del 1627 conservata al Staaliche Museen di Berlino.

Sul finire del secolo , fiutandone il senso degli affari e le potenzialità economiche, accoglie la prima comunità di ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna cattolica da Isabella di Castiglia. Da questi i Genovesi apprendono e affinano sia le tecniche commerciali che le pratiche di strozzinaggio. Ed è proprio in questo periodo che, per calmierare e porre freno alla lucrosa gestione dei prestiti, vengono istituiti anche a Genova i banchi di pegno.

A detta degli storici però il vero spartiacque in relazione all’assioma “genovesi quindi avari” che si sostituisce nell’immaginario collettivo al precedente “genuensis ergo mercator” (genovese dunque mercante) risale al 1588 quando i destini della Signora del mare si incrociarono con quelli del grande corsaro inglese .

Da tempo infatti Genova aveva rinunciato alla sua vocazione marittima preferendole quella finanziaria e bancaria: quello che veniva identificato come “Il siglo de los Genoveses”  quando i forzieri della città partivano per la Spagna e tornavano onusti di oro delle Americhe, tanto che si diceva: “l’oro nasce nel Nuovo Mondo ma viene sepolto a Genova”, volgeva ormai al tramonto.

“Nave con le insegne imperiali nel 1566 onusta di tesori”.

Era il periodo in cui le dimore patrizie genovesi erano le più sfarzose d’Europa: una ricchezza comunque mai ostentata fine a se stessa ma semmai consona al rango per doveri di rappresentanza e prestigio sociale, più spesso, accuratamente nascosta e considerata solo un modo redditizio per diversificare gli investimenti.

“o cû e i dinæ no se mostran à nisciun”
(il sedere e i soldi non si mostrano a nessuno).

I genovesi dunque così pronti a viaggiare per il mondo, protagonisti dei commerci e delle scoperte geografiche invece a casa loro sono schivi e diffidenti, per nulla inclini a mostrare le proprie ricchezze e proprietà.

Era scomparso da circa un lustro Andrea Doria quando nel 1585 era scoppiata la guerra tra Spagna e Inghilterra e Filippo II, per sconfiggere la terra di Albione di Sir Francis Drake, decise di allestire l’invincibile “armada” commissionandola, come da consolidata tradizione, ai genovesi.

“La regina Elisabetta I nomina corsaro Sir Francis Drake”.

I nostri armatori erano indecisi e titubanti se investire così tanto denaro in un’impresa a tal punto rischiosa da mettere a repentaglio le risorse della Repubblica ma decisero comunque di restare fedeli alla corona degli Asburgo e di finanziare questa operazione. Vennero allestiti 130 vascelli, con relativo armamento di 24.000 uomini, pronti per affrontare per le terribili battaglie del 1588.

La sorte avversa culminata in una serie anomala di violentissime tempeste unita all’indiscussa abilità e capacità marinara di Drake infransero i sogni spagnoli e con essi anche le speranze di lucro dei genovesi.

Per la regina del mare, dopo un secolo di ricchezze, agi e splendori, si trattò di un colpo durissimo dal quale non riuscì più completamente a risollevarsi. La Spagna terminerà la sua iperbole di dominio europeo e Genova, fedele alleata, ne seguirà il declino con l’aggravante di non riuscire più né a pretendere, né di conseguenza a riscuotere i crediti maturati e dovuti.

Da qui si fa risalire quindi la diffidenza quando si parla di dinæ nei confronti dei “furesti” e quel senso di malcelata rassegnazione (se non era per gli spagnoli…) che porterà i nostri avi ad essere più che mai accorti nei loro futuri investimenti: quello che per gli altri quindi è tirchieria per i genovesi è perché – e la storia ce lo insegna – “maniman” non si sa mai.

Perché se nel campo delle scienze Lavoisier teorizzava “in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” per i genovesi, in quello economico, nulla si butta via, nulla si spreca e tutto si ricicla e risparmia”.

 

Le navi del Principe…

Davanti al giardino meridionale, dominato da una statua di Nettuno (eretta al tempo di Giovanni Andrea), chiaro riferimento analogico alla supremazia dell’ammiraglio) proteso verso il mare (immaginatelo senza il porto e la strada sopraelevata, in diretto rapporto col mare quindi), attraccavano le galee della flotta delle aquile dei Doria nel momento in cui l’ammiraglio (prima Andrea, poi Giovanni Andrea) doveva imbarcarsi sulla Capitana (l’ammiraglia) o doveva sbarcarne per tornare a casa.

Oltre all’ormai celebre galeone dei pirati al Porto Antico è ormeggiata la riproduzione della fregata “Argo” di Andrea Doria . La barca è stata ricostruita seguendo fedelmente i disegni originali del Cinquecento. “Argo” monta issati i due vessilli verdi (il colore della famiglia) ed i due vessilli bianchi fregiati dall’aquila araldica dei . Il tutto è completato da un tendale in prezioso velluto cremisi. L’imbarcazione serviva all’epoca per trasportare i nobili ed i notabili che giungevano via mare fino alla residenza del Palazzo del Principe, la sontuosa villa sul mare da cui l’ammiraglio poteva dominare il porto e il golfo di .

“Veduta dei giardini e della fontana del Nettuno. Davanti un tempo c’era la Porta di san Tommaso e la flotta di galee. Oggi al loro posto la Stazione Marittima e le grandi navi da crociera “.

Ma l’ammiraglio aveva sempre, ancorate in Darsena, 12 galee in assetto da guerra al comando della quale v’era la Capitana, la galea più prestigiosa del suo tempo.

“L’imbarcazione per trasferire gli ospiti dalla darsena alla villa”. Foto di Mauro Salucci.

Una nave sfarzosa e dalle dimensioni ragguardevoli al servizio del Signore del mare. A quel tempo era stata stabilita insieme all’imperatore la spedizione in Africa e, per l’occorrenza, l’ammiraglio aveva dato disposizione per l’allestimento di una nuova flotta e di una degna capitana di tale stuolo.

“Ritratto di Andrea nelle vesti di Nettuno opera del Bronzino”.

“Il Signor Principe facea fare una quadrireme, legno non usitato, per vedere se riuscita bene, per servirsene riuscendo molto utilmernte” raccontano i cronisti del tempo e ancora “L’Imperatore è sbarcato in la quadrireme, la quale è la più bella galera che si possa immaginare, e a popa li è preparata una cameretta ove dormirà esso et lo Infante Don Luis di Portugal”.

“La quadrireme è tale che a gran fatica non si potrebbe meglio pingersi et immaginarsi”… un altro storico… “Questo legno era con sì raro artificio et con tanta et si nuova magnificenza fabbricata, et ornato così riccamente, che pareggiava in questo genere le spese superbissime delli antichi imperatori”.

“Il Principe Andrea Dorio ha fatto una galera per la cesarea Maiestà; quale dicono essere longa quindice palme et larga quatro più delle altr. Dove che nelle altre usano tre rafforzati (tre fila di rematori) per banco in questa ne usano quatro: E de qui preso il nome Quadrireme. In prora vanno tre gagliardi, che così dicono stendardi, con Bandere de damasco cremesin; longhe palmi ventitrè l’una, posti tutti in oro. In quello de mezo una stella tutta d’oro col campo pieno de razi et freze atorno, con littere che dicono, “Vias tuas Domine dimostra mihi (Signore mostrami le tue vie”.

“L’ammiraglio ritratto da Sebastiano del Piombo”.

Nelle altre dui la impressa de sua Maestà; con facelle de foco, con parole che dicono Ignis ante ipsum precedet (il fuoco lo precede).

Ne la bandiera della Gabbia qual pendeva fino al mare un Angelo molto grande con littere intorno che dicono Misit deus angelus suum ut custodiat te in omnibus viis tuis (Dio pose un suo angelo a custode delle tue vie).

Ne la bandiera de la Antena (pennone) uno Scuto, una celata (elmo), una spada con parole intorno Apprehende arma et scutum et exurge in adiutorium mihi (Afferra lo scudo e le armi e corri in mio aiuto).

Tre stendardi, dui de largheza de sette pezze, l’altro de otto longo palme vinticinque; l’altro trenta.

“La poppa della ricostruzione di una galea genovese presso il Museo Galata”.

Nel grande il Crucifixo con freze (frecce) d’oro senza parole. Neli altri dui le armi de sua Maestà et staranno innanzi la popa dreto le qual anderà una bandiera de damasco biancho longa vintisei palmi; in mezo una pietra de littere Arcum conteret et confriget ; arma et scuta comburet igni (l’arco si consuma e si spezza; brucia le armi e gli scudi col fuoco), et per lo campo chiave calici et croce de sancto Andrea. Dale bande duoi altre bandiere con littere intagliate Et plus ultra con l’impressa stemma di sua Maiestà.

Poi si ferno vintiquatro bandiere de damascho con campo gialo messo in oro con le arme de sua Maiestà: con le frezi rosse ne li cantoni de argento con le impresse de la sua Maiestà.

La Camera viene tutta intaliata de lavori bellissimi de legname messi in azuro et or, et de più altri paramenti di tela d’oro e d’argento.

“La prua della galea”.

Le pope viene medesimamente intagliata de uno Cendale de Veluto cremisino fodrato de brocato riccio sopra riccio; et un altro  di scarlato pe ogni dì.

La Ciurma vestita di seta con camise lavorate di seta. L’arteglieria che è portata da ogni parte serà molto grossa e minuta.; gli huomini che ce andaranno si pensa che saranno ben vestiti et ben armati con questa et quatordece altre galere andava in Barzellona ove se intende che serà sua Maiestà. Et sono opinioni che voglia venir in un’altra volta: pur il più crede che no, et che il Principe piglierà li sette mila spagnoli che sono in ordine per questa impresa:  et l’armata de Spagna et de Portugallo et verrà in Sardegna. El signor Marchese con le altre galere et nave che son qui, imbarcarà li quatro milia italiani et sette milia Todeschi che sono in Lombardia, et andràno a napoli e de lì in Sicilia per pigliare cinque milia spagnoli che sono lì: et le galere passeranno in Sardegna”.

Nel 1538 , in occasione dell’arrivo a Genova sia dell’Imperatore Carlo V che del Papa Paolo III organizzò un’imponente parata navale davanti al porto con lo scopo di dimostrare, se mai ce ne fosse stato il bisogno, tutta la sua potenza.

L’incontro aveva lo scopo di preparare una crociata contro gli Ottomani: un anticipo di quella alleanza che porterà alla vittoria di Lepanto nel 1571. La flotta genovese, seconda per numero di galee a quella turca e veneziana ma non per efficienza e qualità, avrà un ruolo decisivo nelle guerre combattute dalla Spagna nel Mediterraneo durante il XVI secolo.

 

I Biscotti del Lagaccio…

Dagli archivi della Repubblica si evince che I nacquero nel 1593 in un antico forno nelle vicinanze del bacino artificiale omonimo creato qualche decennio prima per volere di Andrea Doria. L’ammiraglio infatti necessitava di molto acqua per irrigare i giardini, i frutteti e le fontane della sua principesca dimora.

Nel secolo successivo in zona la Repubblica vi impiantò una polveriera per la fabbricazione, appunto, di polvere da sparo. Processo che necessitava anch’esso di copioso approvvigionamento idrico.

Sia il popoloso futuro quartiere che il gustoso biscotto nel ‘600 presero il nome dal toponimo dispregiativo che assunse, per via delle sue torbide e pericolose acque nelle quali affogarono diverse persone, il lago, definito appunto “U Lagasso”, il Lagaccio.

I bescheutti do Lagasso in origine erano delle semplici fette di pane, molto simili alle gallette del marinaio, biscottate bis- cotte, appunto cotte due volte, per facilitarne il processo di deumidificazione, caratteristica fondamentale richiesta dai marinai per meglio conservarle durante i viaggi in mare.

Con l’aggiunta di aromi o liquore all’anice (da qui anche gli anicini), burro e zucchero questi biscotti hanno trovato nel secolo scorso adeguata collocazione nell’ambito della tradizionale pasticceria secca mentre nel basso Piemonte si sono diffusi nella variante più leggera di biscotti della salute, più adatti alla prima colazione.

Ancora oggi i biscotti del Lagaccio costituiscono un prodotto tipico confezionato da diverse aziende alimentari locali molto apprezzato dai consumatori.

 

 

Appunti di un Sir inglese…

Non so se il primo in assoluto, ma certamente è stato uno dei primi viaggiatori anglosassoni a documentare il suo viaggio a . Fynes Moryson giunse a a fine ‘500 partendo da Livorno a bordo di una feluca che aveva costeggiato il litorale. Una volta doppiato il monte di Portofino l’imbarcazione, sbattuta come un fuscello sulle rocce della costa, s’imbattè in una violenta tempesta inducendo i passeggeri ad affidarsi alla clemenza divina. Il britannico invece, evidentemente esperto nuotatore, si tuffò in mare riuscendo a mettersi in salvo sugli scogli. Da qui la compagnia nuovamente ricostituitasi si mise in viaggio verso , in silenzio, facendo attenzione anche al proprio calpestio, intimorita dal fatto di aver incontrato un villaggio distrutto e bruciato di recente dai .

“All’entrata di Genova scorgemmo due palazzi signorili, uno di Giorgio d’Auria, l’altro di un signore chiamato Cebà. Mentre ci si avviava dentro la città e prima di entrarne alle porte v’è il sontuoso palazzo di Andrea d’Auria. L’edificio stesso, il giardino, le scale digradanti al mare, la sala dei banchetti, e diverse pinacoteche sono di magnificenza regale. Non lungi da lì, a una parete c’è una statua eretta ad Andrea Doria, l’ora defunto ammiraglio della flotta ispana… In persona io vidi il palazzo di Gian Battista d’Auria la cui dimora era assai maestosa e il giardino non solo assai piacevole ma adorno di statue e di fontane. Genova s’è fortificata verso il mare con ogni e verso terra sia attraverso la natura che l’arte essendo l’accesso alla città uno solo e impervio. Le strade  sono strette, i palazzi eretti magnificamente, con marmo e le altre costruzioni di pietra libera, a cinque o sei piani e le finestre sono vetrate cosa rarissima in . Le vie sono lastricate con silice e le case dei sobborghi sono quasi belle come quelle cittadine. Verso le isole della Corsica e della Sardegna nel mare genovese si pescano coralli…  Ora proprio in pieno dicembre i mercati erano pieni di fiori estivi, erbe e frutti. Si dice proverbialmente di questa città: “Montagne senza legni, mare senza pesci, Huomini senza fede, Donne senza vergogna, Mori Bianchi, Genova Superba”…

”.
“Palazzo in San Matteo”.
“Palazzo in n. 1”
“Palazzo Giovanni Battista ”.

“Gli uomini genovesi, nel loro festeggiare, danzare e in una libera conversazione e le donne nei loro abbigliamenti si avvicinano più ai francesi che agli italiani”.

Il nido delle Aquile… seconda parte…

Nel 1909 l’architetto Gaetano Poggi modificò le scale di accesso e sostituì con ringhiere in ferro, il muretto al quale venivano legati i cavalli. La sproporzionata scalinata al sagrato fu  invece l’ultimo, fallito tentativo, di Orlando Grosso di risistemazione degli spazi.

La piazza non ospita solo la chiesa e il chiostro ma, essendone la roccaforte, anche le principali dimore dei più importanti esponenti del casato:

Al civ. 16 Palazzo Domenicaccio del XIV sec. con la loggia a tre arcate a sesto acuto, oggi tamponate. Alle originarie trifore del piano nobile sono state sostituite tre normali finestre con relativi balconetti del XVII sec.

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“Il superbo Portale di S. Giorgio che uccide il drago di Palazzo ”.

Al civ. 14 Palazzo Giorgio Doria, meglio noto come Doria Quartara, celebre per uno dei sovrapporta di S. Giorgio e il Drago più belli della città, frutto della maestria di Giovanni Gagini nel 1457.

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“Palazzo con il suo bel porticato aperto”.
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“Passeggiando sotto il porticato di Palazzo Lamba Doria”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. 15 Palazzo Lamba Doria l’unico con il porticato aperto sulla piazza. Per un certo periodo le quadrifore vennero chiuse  perché gli spazi vennero destinati alle botteghe. In seguito ai bombardamenti del 1942 restò in piedi solo la facciata e venne recuperato e restaurato a partire dal 1950.

Al civ. 17 Palazzo Andrea Doria donato dalla Repubblica all’ammiraglio riconosciuto come “Padre della Patria” per averla liberata dall’occupazione francese. Il prestigioso portale di scuola toscana è per taluni opera di Niccolò da Corte e Gian Giacomo della Porta per altri, di Michele D’Aria e Giovanni da Campione. Ricco di animali esotici e fantastici quali pavoni, lucertole, teste di montoni e leoni, sirene danzanti, uccelli che beccano fiori, grifoni, pesci mostruosi e altri animaletti.

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“Il Portale con relativa iscrizione della donazione all’ammiraglio da parte della Repubblica in segno di riconoscenza per averle restituito la libertà”.

Sopra l’architrave è scolpita l’epigrafe relativa alla donazione: “Senat. Cons Andreae De Oria Patriae  Liberatori Munus Publicum”.

Il palazzo fu fatto costruire nel 1460 da Lazzaro Doria  fatto testimoniato dal sovrapporta  nell’atrio, in pietra di Promontorio del 1480  raffigurante, in omaggio al committente, la Resurrezione di Lazzaro. Al suo interno alcune parti sono ricoperte in azulejos, il rivestimento di stile moresco, molto in voga in quegli anni e molto apprezzato dal Signore del mare. In realtà il Principe non abitò mai in questa dimora perché preferì la strategica e scenografica Villa che si era fatto costruire, appena fuori dalle mura, in località Fassolo.

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“Il colonnato del chiostro”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. 13 Palazzo  da cui si accede al chiostro. Dante rese famoso Branca per averlo messo, ancora vivo, all’Inferno reo di aver ucciso il suocero Michele Zanchè che si era rifiutato di concedergli la cospicua dote della figlia Caterina. Secondo il Poeta gigliato il corpo del patrizio genovese sarà posseduto in terra da un diavolo e a lui è rivolta la celebre invettiva: “Ahi  Genovesi, d’ogni costume e pien  d’ogni magagna, perché non siete voi del mondo spersi?”. Versi 151-153 del XXXIII canto dell’Inferno.

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“La copia del Portale quattrocentesco di ”.

Al civ. 19 della Salita  ecco Palazzo Doria Danovaro con la copia dello splendido sovrapporta di S. Giorgio che uccide il Drago. L’originale è stato rubato.

Per chiudere in bellezza all civ. 1 di Via Chiossone si può ammirare il raffinato portale con il “Trionfo dei Doria” del XV sec., opera di Elia Gagini.

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“Il Portale di Via David Chiossone n. 1 che rappresenta ”.

Al centro un carro ornato di ghirlande con due guerrieri che reggono lo scudo araldico del casato. Il carro è trainato da centauri che impugnano l’insegna del comando. Dietro al centauro un putto alato e, sotto fra le zampe, un cagnolino. Sullo sfondo due soldati con angioletti alati spingono il barroccio. Al centro della cornice il trigramma di Cristo.

Franco Battiato ancora non era nato quando i Doria  avevano già fatto loro Il verso della “Cura” del cantautore catanese “Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare”… Visto che i loro sogni di gloria le aquile genovesi li avevano già ottenuti dettando legge in tutti i mari!

Il nido delle Aquile… prima parte…

L’antica abbazia fu fondata nel 1125 da Martino che, rimasto vedovo, prese i voti presso il cenobio di Capodimonte e stabilì che la nuova chiesa, a questo dovesse rimanere soggetta.

Come per l’abbazia di S. Fruttuoso anche per quella di S. Matteo i Doria, divenuta nel frattempo dominio gentilizio, si riservarono il perpetuo diritto di nomina dell’Abate.

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“Lastra marmorea con l’aquila, lo stemma dei Doria e a fianco la Croce di S. Giorgio, simbolo di ”.

Professando la famiglia Doria “Illi de Auria” (quelli della porta aurea) a ridosso della Porta Aurea il mestiere dei gabellieri la intitolarono a  S. Matteo riscossore di tasse e, quindi, lo assursero a loro patrono.

Il nuovo luogo di culto venne consacrato nel 1132 alla presenza  del Vescovo Siro II e del Papa Innocenzo II.

Nonostante la vicinanza alla Cattedrale, il prestigio di questi illustri padrini, conferma l’importanza di questo edificio e la potenza della schiatta dei Doria.

La costruzione in stile romanico venne completamente rivisitata nel 1278 in chiave gotica. Risalgono a quest’epoca sia l’arretramento della facciata che la sopraelevazione della piazza.

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“Il pozzo all’interno del chiostro di S. Matteo”. Foto di Leti Gagge.

Fra il 1308 e il 1310 venne infine realizzato, come testimoniato dall’incisione “MCCCVIII Aprilis Magister Marcus Venetus Fecit  Hoc Opus”, per mano di un maestro veneto anche lo splendido attiguo chiostro, oggi proprietà privata  dell’Ordine degli Architetti.

Costruita in marmo bianco di Carrara e pietra nera di Promontorio, privilegio concesso solo ai Doria, Fieschi, Spinola e Grimaldi, reca incise sui blocchi bianchi le grandi imprese degli ammiragli della casata.

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“Gli interni della chiesa. Da notare, l’ultima colonna a sinistra verso l’altare macchiata, secondo la leggenda, del sangue del fantasma di Branca“. Foto di Leti Gagge.

A metà del ‘500 Andrea Doria affidò al la ristrutturazione della chiesa, nello specifico di cupola e presbiterio. Particolare riguardo ebbe l’artista fiorentino nel concepimento della cripta che costituirà sepolcro e monumento funebre dell’ammiraglio e dei suoi cari. Negli interventi decorativi venne coinvolto anche Luca Cambiaso che dipinse episodi della vita del santo. La chiesa sempre più fuse e sovrappose i precedenti stili evolvendo  in chiave rinascimentale prima e barocca poi.

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“La lunetta con il mosaico di S. Matteo del XIII sec.”.

In facciata, pezzo unico del genere nella nostra città, merita menzione il mosaico che raffigura S. Matteo opera di maestranze venete del XIII sec.

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“Il sarcofago di incastonato nella facciata e relativa sottostante epigrafe”.

Sempre nel  prospetto principale è inserito un sarcofago romano che illustra “L’allegoria dell’autunno”, in cui è sepolto Lamba Doria, l’eroe della battaglia di Curzola nel 1298 quando i genovesi sconfissero i veneziani. In quell’occasione venne catturato Marco Polo e condotto nelle galere patrie di palazzo S. Giorgio dove dettò a Rustichello da Pisa, il suo celebre “Milione“. La lapide posta sotto il sarcofago recita: “Hic Iacet Lambe De Auria Dignis Meritis Capitaneus et Admiratus Comunis et Populi Ianue Qui Anno Domini MCCXXXXXVIII die VII Septembris Divina Favente Gratia Venetos Superavit et Obiit MCCCXXIII die XVII Octuber”.

Come testimoniato da un’altra epigrafe conservata nel chiostro Lamba catturò anche l’ammiraglio nemico, il temutissimo Dandolo, distrusse 84 navi e fece 7400 prigionieri:

“Ad Honorem Dei et Beate Verginis Marie Anno MCCLXXXXVIII die Dominico VII September Iste Angelus Captus Fuit in Gulfo Venetiarum in Civitate Scurzole et Ibidem Fuit Prelium Galearum  LXXXVI Ianuensium cum Galeis LXXXXVI Veneciarum Capte Fuerunt  LXXXIIII per Nobilem Virum Dominum Lambam Aurie Capitaneum et Admiratum Tunc Comunis et Populi Ianue cum Omnibus Existentibus in Eisdem de Quibus Conduxit Ianue Homines Vivos Carceratos VIIMCCCC et Galeas XVIII Reliquas LXVI Fecit Cumburi in Dicto Gulfo Veneciarum Qui Obiit Sagone in MCCCXXIII”.

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“L’affresco di ”.

All’ interno della chiesa sono custodite opere di pregio quali, nella navata centrale “il Miracolo del dragone d’Etiopia” di Luca Cambiaso e la “Vocazione di S. Matteo” di G.B. Castello. Sull’altare di destra risalta una “Sacra Famiglia” di Bernardo Castello e, a sinistra, un “Cristo tra i santi e i donatori” di Andrea Semino.

Sotto l’altare maggiore, in corrispondenza della cripta, è custodita in una teca fedele copia della spada di “difensore della Cristianità” che Andrea Doria ricevette in dono da Papa Paolo III. L’originale venne rubata a metà del ‘500 e ne venne recuperata solo la lama. Dell’elsa incastonata di pietre preziose non se ne seppe più nulla.

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“La Deposizione del Maragliano”.

Nella navata di sinistra si trova invece uno dei capolavori del Maragliano, la “Deposizione di Gesù nel sepolcro”.

Insieme alla cripta il Montorsoli decorò di statue anche l’abside.  Nel sepolcro accanto all’ammiraglio riposano la moglie Peretta e il nipote Giannettino, l’erede vittima della congiura dei Fieschi.

Oltre ai già citati Lamba e Andrea, qui sono sepolti Oberto, il vincitore dei pisani alla Meloria nel 1284, Luciano dei veneti a Pola nel 1380, Filippino dominatore degli spagnoli e Pagano anch’egli trionfatore sui veneziani.

Per gli amanti della musica  particolare interesse riscuote, collocato in corrispondenza del transetto sinistro, l’organo tardo settecentesco di scuola romana.

All’interno ecco il chiostro progettato da un artista veneto, probabilmente prigioniero di guerra, in cui sono conservate numerose lastre e lapidi tombali della casata provenienti dal demolito convento di S .Domenico che  si trovava un tempo nella zona occupata dall’attuale teatro Carlo Felice.

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“Il sarcofago trafugato in Istria che conteneva le reliquie dei martiri Mauro ed Eleuterio”. Foto di Leti Gagge.

Una tomba fatta costruire a metà del ‘300 racchiude le spoglie, restituite poi nel 1934, dei martiri Mauro ed Eleuterio patroni di Parenzo e trafugati dai Doria agli istriani.

Una lapide racconta di Oberto che il 6 agosto del 1284 fece prigionieri l’ammiraglio veneziano al comando dei pisani, il Morosini  e il figlio del Conte Ugolino nonché della solenne consegna dello stendardo della capitana pisana nella chiesa:

“In Nomine Individue Trinitatis Anno Domini MCCLXXXIIII Die VI Augustis Egregius Potens  Dominus Obertus  De Auria Tunc Capitaneus et Admiratus Comunis et Populi Ianuensis in Portu Pisano Triunfavit de Pisanis Capiendo ex eis Galeas  XXXIII et VII Submersis et Ceteris Fugatis Multisque Ipsorum Murtuis Ianuam Reversus Fuit Cum Maxima Multitudine  Carceratorum Ita Qui Tunc VIII Milia  CCLXXII Carceribus Ianue Fuerunt Inventi in Quibus fuit Captus Albertus Molexinus de Veneciis Tunc Potestas et Dominus Generalis Guerre Comunis Pisarum cum Stantario Dicti Comunis Capto per Galeas Illorum De Auria et in hac Ecclexia Asportato cum Sigilo Dicti Comunis et Loto Quondam Comitis Ugolini et Magna Pars  Nobilitatis Pisarum”.

Una seconda lapide riferisce della distruzione di Porto Pisano avvenuta il 10 settembre 1290, per mano di Corrado:

“MCCLXXXX Die X Septembris Conradus Auria Capitaneus et Admiratus  Reipublice Ianuensis Destruxit Portum Pisanum”.

Un’epigrafe è dedicata a Pagano che nel 1352 a Costantinopoli e nel 1354 a Parenzo sconfisse le flotte veneziane-catalane e che, insieme al cospicuo bottino, prese le reliquie dei martiri Mauro ed Eleuterio:

“Ad Honorem Dei et Beate Marie MCCCCLII die VIII Marcii Nobilis vir Dominus Paganus De Auria Admiratus Comunis et Populi Ianue cum Galeis LX Ianuensium Prope Costantinopolim Strenue Preliando cum Galeis LXXX  Catalanorum Gregorum et Venetorum de Omnibus Campum et Victoriam Otinuit Idem Eciam Dominus Paganus MCCCClIII die III Novembris  cum Galeis XXXV Ianuensium in Insula Sapiencie in Portu Longo Debelavit et Cepit Galeas XXXVI cum Navibus III Venetiarum et Conduxit Ianuam Vivos Carceratos VMCCC cum Eurom Capitaneo”.

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“Lastra con al centro l’Agnus Dei, a sinistra l’aquila, arma dei Doria, a destra lo stemma della Repubblica”. Foto di Leti Gagge.

Ancora un’altra iscrizione ricorda Luciano vincitore a Pola nel 1380, dove perse la vita in mare, dei veneti:

“Ad Honorem Dei et Beate Marie MCCCLXXVIII die V Madii in Gulfo Veneciarum Prope Polam Fuit Prelium Galearum Ianuensium cum Galeis XXII Veneciarum in Quibus Erant Homines Arnorum CCCCLXXV et Quam Plures Alii de Pola Ultra Ihusman Dictarum Galearum de Quibus Galeis Capte Fuerunt XVI cum Hominibus Existentibus in Eisdem per Nobilem  Dominum Lucianum De Auria Capitaneum Generalem Comunis Ianue Qui in Eodem Prelio Mortem Strenue Belando Sustinuit que Galee XVI Venetorum Conducte Fuerunt in Civitatem Jadrae cum Omnibus Carceratis IIMCCCCVII”.

 Un’ultima lapide annovera fra i grandi anche Filippo che, nel 1528 al comando della flotta affidatagli da Andrea, per conto dei francesi schiantò gli spagnoli nel golfo di Napoli.

“Deo Optimo Maximo Philippus Doria Comes Vestigia Majorum Sequens sub Vexillo Francisci Primi Francorum Regis Christianissimi pro Praefecto Triremes Andreae Avuncoli in Regno Siciliae Citra Duxit in Sinu Salernitan cum Hostium Triremibus Legitime Felicissimeque Vario Marte Conflixit Gloriosam Tandem Mirabilenque Victoriam Deo Auspice Adeptus est MDXXVIII Aprilis Maxime Virtutis Monumenti”.

continua…

Due Statue dimenticate…

All’inizio dell’attuale Via Gramsci lato Piazza Caricamento, annerite dalla fuliggine e asfissiate dallo smog, si trovano due statue dimenticate e poco note perché difficilmente visibili se non alzando lo sguardo.

Sono le immagini di due dei personaggi più illustri della storia di realizzate, in due nicchie ricavate dalle facciate dei rispettivi palazzi, dal celebre scultore genovese  , a quel tempo appena diciottenne, ma già apprezzato maestro dell’arte dello scalpello:

Al 99r l’ammiraglio Andrea Doria, il signore del mare, colui che nel 1528 liberò la Superba dalla dominazione francese rispondendo a chi gli offriva in signoria la città: “Genova è nata libera e libera deve restare” (discorso in favore dell’Unione delle varie fazioni politiche pronunziato di fronte alla cittadinanza). Raffigurato qui nella sua cotta di rappresentanza pronto ad impugnare la spada a difesa della città.

Il cartiglio sottostante recita:

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“La statua di al 99r”

Io a libertà ti rendo

Da te, mia patria

Ad esser grande apprendo.

Al civico n. 9 ecco invece Cristoforo Colombo l’esploratore, colui che allargò i confini del mondo conosciuto e aprì nuovi sbocchi e frontiere commerciali e che, ovunque si trovasse, sempre un pensiero in cuor suo serbava per Genova: “Benché il corpo sia qui, il cuore è costantemente lì” (lettera ai concittadini indirizzata al Banco di S. Giorgio). Qui rappresentato in una veste elegante con, posato sopra ad una colonna, il globo a portata di mano.

La relativa epigrafe declama:

Dissi, volli, il creai

Ecco un secondo

Sorger nuovo dall’onde

Ignoto mondo.

Di fronte, parzialmente occultato dalla sopraelevata, l’orizzonte infinito del mare, il loro comune habitat naturale.

“La statua di al civ. 9”.

Infinito al quale sempre seppero andare oltre…

Storia di una Briglia e di un Cavallo…

Re Luigi XII, occupata Genova nell’aprile del 1507, decise di dotarla di una poderosa fortezza che, insieme a quella del Castelletto, gli avrebbe consentito di tenere in scacco la Superba. Osservando infatti il litorale dal Molo vecchio aveva intuito che, posizionandola ai piedi della Lanterna e fornendola di adeguate artiglierie, avrebbe controllato l’accesso al porto e dominato la città.

Il Sovrano oltre a sottomissione e fedeltà pretese dalla cittadinanza il favoloso esborso di 40000 scudi necessari per l’erezione del “chateau neuf” da posizionarsi sul promontorio di Capo di Faro.

Il progetto iniziale prevedeva una costruzione a pianta quadra di circa 60 passi per lato e l’abbattimento del vecchio Faro. Fortunatamente il Senato genovese, preoccupato per quanto stabilito, donò 200 scudi d’oro al progettista dei lavori, l’ingegner De Spin, affinché rinunciasse allo scellerato proposito di demolizione della Lanterna. 

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“Trionfale arrivo di re Luigi XII a Genova in una illustrazione di Jean Marot”.

Per iniziare i cantieri giunsero in città, ingaggiati dai francesi, oltre mille operai e numerose maestranze antelamiche provenienti dalla Lombardia.

I lavori furono completati nell’ottobre dell’anno successivo e gli invasori la battezzarono, con l’inquietante appellativo di “Mouvesine de Co’ de fa”. I genovesi invece da subito la identificarono come la Briglia” per simboleggiare l’oppressione nemica o, più semplicemente in ragione della sua collocazione, “Fortezza della Lanterna”.

Così la descrive lo storico Uberto Foglietta: “sporge lungamente nel mare dal quale è quasi tutto bagnato, e col quale si tiene con la terra è separato da lei con un’altra apertura a a terra, e in mezzo vi sino due dirupate grotte, si che per niuna maniera si può accostare ad esso contro la voglia di quelli che tengono lo scoglio”.

Le cortine e i bastioni della Briglia si alzavano a picco sul mare assecondando la morfologia della scogliera. Era ritenuta una delle più imponenti ed inespugnabili fortezze d’Europa, fornita di artiglierie di ultima generazione, sorvegliata agli ordini del comandante Houdetot, da un presidio di 100 arcieri, 150 soldati e 50 bombaroli.

I genovesi, con l’aiuto degli spagnoli, si ribellarono alla dominazione foresta e, sotto la guida del Doge Ottaviano Fregoso, ripresero la città. Iniziò così uno snervante assedio lungo 16 mesi volto a conquistare la rocca e ad espellere definitivamente il contingente nemico. Le artiglierie francesi  però risposero colpo su colpo alle batterie genovesi del Molo e di Sampierdarena, rendendo vana ogni speranza di cedimento.

Nonostante il blocco navale imposto dal Doge al fine di impedire i rifornimenti al fortilizio, i transalpini inviarono in soccorso una nave, partita da Marsiglia, carica di vettovaglie e munizioni per le truppe asserragliate.

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“Il Doge Ottaviano Fregoso,  rappresentato da Lazzaro Tavarone a poppa di una scialuppa insieme al nocchiero Emanuele Cavallo seduto ai suoi piedi e a tre vogatori, prende possesso della Briglia”.

 

Il comandante del legno francese nel marzo 1513  tentò di ingannare i genovesi issando il vessillo di S. Giorgio. Una volta giunto a tiro di cannone delle quattro galee poste a difesa dell’ingresso del porto, si aprì un varco a colpi di bombarda riuscendo ad attraccare alla Fortezza.

Se l’azione avesse avuto esito positivo l’assedio dei genovesi sarebbe stato vanificato; ma grazie al coraggio di due capitani Emanuele Cavallo e Andrea Doria che a bordo della loro nave, sfidarono il fuoco di sbarramento della Briglia e riuscirono ad agganciare l’imbarcazione francese, l’epilogo fu ben diverso.

 Durante il duro scontro il capitano francese tuffatosi in mare cercando la fuga, venne catturato insieme ad altri 32 marinai e, con essi, imprigionato; sei furono gli impiccati. La nave sequestrata ai nemici fu ancorata nel porticciolo sotto Sarzano.

 Andrea Doria, rimasto ferito, per il coraggio dimostrato ebbe onori e rinnovati incarichi, Emanuele Cavallo la riconoscenza del Doge e l’esenzione perpetua dalle tasse per sé e per gli eredi.

La guarnigione francese, nonostante la carenza di provviste, continuò eroicamente la resistenza ad oltranza. In un primo momento si pensò di minare la “Mouvesine” dalle fondamenta, poi di incendiarla, ma enterambi i tentativi ebbero risultati deludenti.

Il 16 marzo 1514 il presidio francese provato dalla fame e abbandonato dalla madrepatria, finalmente si arrese. II Doge, ordinò nonostante le suppliche francesi di risparmiarla, l’atterramento della Briglia. All’ingente spesa preventivata per l’abbattimento della Fortezza  contribuì personalmente in maniera significativa Fregoso stesso.  Allo spettacolo della demolizione affidata agli artificieri e ai maestri antelami, assistettero nobili e principi  giunti da tutta Italia.

Oltre alla Briglia purtroppo anche la torre del Faro era rimasta gravemente danneggiata e solo nel 1543 i Padri del Comune deliberarono di ripristinarla.

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“La Briglia in primo piano quasi copre la Lanterna”.

La Lanterna venne restaurata utilizzando sia pietre provenienti dalla cava di Carignano, magistralmente lavorate dai “piccapietra” dell’omonimo quartiere, che i resti della Fortezza e, a lavori ultimati, elevata all’attuale altezza di 117 metri dal livello del mare. Venne decorata all’esterno sul prospetto orientale con il fregio del Comune (S. Giorgio e i Grifoni) dipinto dal maestro Evangelista da Milano.

Al suo interno a metà delle scale venne posta  la famosa lapide scritta, a celebrazione della definitiva libertà conquistata poi nel 1528 ad opera di Andrea Doria, dal letterato e annalista Jacopo Bonfadio:

“Anno della nascita di Cristo 1543, e quindicesimo della restituita libertà; Pietro Gio Battista Lercari e Luciano Spinola, Padri del Comune, riedificarono questa Torre  che i nostri padri avevano costruita e che rimase distrutta nel  1512  dai proiettili, nell’assedio della rocca della Lanterna”.

Nel 1626 la Lanterna divenne il fulcro e parte integrante del nuovo progetto delle Mura Nuove terminate nel 1639, l’ultima cinta muraria della città.

Ad ogni Cavallo la sua Briglia…

 

La Congiura dei Fieschi… terza parte…

Il cadavere di Gian Luigi venne ripescato quattro giorni dopo restituito dalle acque della Darsena e, dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio per due mesi appeso alla Porta di S. Tommaso, venne rigettato in mare non meritevole di sepoltura.

 

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“Il castello di Montoggio”.

Con questo atto Andrea dava inizio alla resa dei conti: l’indulto concesso ai Fieschi venne revocato, confiscate le loro proprietà (come del resto a tutti gli altri cospiratori), il palazzo della casata di Via Lata, raso al suolo, distrutte le fondamenta.

Gerolamo, asserragliato nel castello di Montoggio con il suo seguito, dopo mesi di disperata resistenza, venne catturato e giustiziato per decapitazione.

Ma l’ammiraglio, come il Conte di Montecristo di Dumas, seppe consumare la propria vendetta anche nei mesi e negli anni successivi; eliminò uno ad uno per mano dei suoi sicari, tutti i principali componenti della rivolta, colpevoli dell’assassinio del nipote prediletto.

Pierluigi Farnese del Tiziano
“Pierluigi Farnese del Tiziano”.

 

Verrina venne decapitato, gli altri congiurati uccisi, tutti i Fieschi cospiratori di sesso maschile ammazzati. Nemmeno il Duca di Piacenza scampò al suo nefasto destino, assassinato barbaramente il 10 settembre di quell’anno, perse il suo Ducato a vantaggio dei Gonzaga, alleati del Doria.

Il Principe, nonostante le insistenze del Figueroa che intendeva approfittare della situazione per instaurare un dominio spagnolo più diretto, si oppose fermamente alla costruzione della fortezza di Pietraminuta (all’incirca zona dove si staglia l’odierno castello Mackenzie) dalla quale il contingente ispanico avrebbe controllato la città. Lui che aveva cancellato la Briglia (la fortezza ai piedi della Lanterna) e il Castelletto (attuale area occupata da piazza G. Villa), simboli del dominio foresto dalla topografia di , non avrebbe potuto tollerare questa sfacciata ingerenza. Inviò così a Madrid Adamo Centurione, il più potente banchiere del tempo (e finanziatore delle casse imperiali), per persuadere a recedere dal proprio intento ricordandogli come le grandezze della casata asburgica fossero tali anche grazie al suo prezioso apporto: “Dubita forse sua Altezza che il Principe, ammiraglio supremo dell’Impero, fedele alleato di Spagna, signore del mare e terrore dei , non sappia mantenere l’ordine nella propria patria?”. Queste furono probabilmente le parole pronunciate dal Centurione.

Carlo V tiziano
“Carlo V ritratto con il suo fedele cane”, opera di Tiziano”.

 

L’Imperatore comprese e rispettò l’orgoglio dell’ ammiraglio genovese e diede ordine di ritirare la flotta ispanica nel frattempo accorsa per prendere possesso della Repubblica.

, riguadagnato il sostegno di tutti per la risolutezza con cui aveva gestito la delicata situazione, promulgò un nuovo ordinamento giuridico detto del “Garibetto” per via del garbo e dell’intelligenza con cui, grazie queste leggi, seppe riappacificare nobili vecchi e nobili nuovi, privilegiando i primi senza scontentare i secondi, aprendo così un nuovo decennio di pace e prosperità per la Superba.

 

La Congiura dei Fieschi… seconda parte…

 

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“Ritratto di di F. Salviati, conservato nel Palazzo del Principe”.

La notte fra il 2 e il 3 gennaio dal palazzo di Via Lata, terminata la cena, Gian Luigi Fieschi si diresse con circa trecento uomini in arme verso la Porta dell’Arco affidandola in custodia al fratello Cornelio, comandò a Gerolamo e ad Ottobono di occupare Porta di S. Tommaso (il varco di accesso alla Darsena dove erano ancorate le galee dell’ammiraglio), superò Porta di S. Andrea proseguì lungo S. Donato e S. Bernardo fino a giungere in porto dove l’esercito si divise, una parte pronto a liberare i turchi, l’altra a occupare le galee. Allo sparo stabilito di un cannone i congiurati avrebbero dovuto impossessarsi delle porte sopra citate e complici gli schiavi musulmani liberati in Darsena, catturare le galee dei Doria.

A Tommaso Assereto era stato affidato il compito di conquistare Porta di S. Tommaso cosa che gli riuscì grazie al tradimento di un tal Borgognino guardia repubblicana ma anche vassallo dei Fieschi che facilitò  quindi l’ingresso dei ribelli. Questi al comando di un manipolo di archibugieri fatti arrivare su piccole imbarcazioni dal mare e con l’aiuto del Verrina salito su una galea pontificia ingaggiava battaglia con le guardie dell’Arsenale. Intanto da terra l’Assereto veniva raggiunto dal Fieschi e le navi dei  furono conquistate. Gian Luigi a bordo della sua galea chiudeva l’ingresso della Darsena ma, quando le cose avevano preso ormai la piega sperata, nello spostarsi dalla “Capitana” alla “Padrona” due dei legni del Principe, cadde in acqua imprigionato nella sua pesante armatura, morendo affogato senza che nessuno, nel trambusto, se ne accorgesse.

Nel frattempo Giannettino, insospettito dai clamori e dagli spari provenienti dal porto, temendo una rivolta degli schiavi musulmani in Darsena, si era diretto verso la Porta di S. Tommaso dove trovò la morte ferito prima da uno sparo di archibugio di un miliziano, trafitto poi dalla spada di Ottaviano Fieschi.

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“La congiura del Fiesco a  di Friedrich Schiller”.

Nonostante l’omicidio del Doria, la presa delle principali porte, la cattura delle galee e la messa in libertà dei , la notizia della morte di Gian Luigi si sparse rapidamente e affievolì lo slancio dei ribelli, rendendo vani i tentativi di Gerolamo di spronare gli insorti.

Approfittando della confusione circa trecento musulmani si impossessarono della galea “Temperanza” e in fretta e furia presero il largo. I ribelli timorosi si rifugiarono nelle proprie case, lasciando i Fieschi isolati di fronte al loro misfatto. Gerolamo rientrato in Via Lata fu subito invitato dal Senato a lasciare, in cambio dell’indulto, la città e raggiunse il suo castello di Montoggio.

Verrina, Sacchi, Calcagno e Ottobono fecero vela sopra una nave pontificia verso Marsiglia, cercando protezione presso i francesi.

intanto, insieme ai suoi familiari e ai suoi pretoriani, si era rifugiato presso il castello Spinola di Masone. Appreso del fallimentare esito della “rassa” (congiura in genovese) l’indomani, nel pomeriggio del 3 gennaio, rientrò e riprese il comando della città.

La congiura avvenuta a Genova ebbe grande risonanza presso tutte le corti europee, divenendo fonte di ispirazione nel corso dei secoli successivi per scrittori, poeti e musicisti.

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“Hitler a Genova”.

Grande successo riscosse ad esempio nel ‘700 “La congiura del Fiesco a Genova” di Friedrich Schiller e perfino Hitler ne rimase influenzato come testimoniato da alcuni brani del suo “Mein Kampf”.

Addolorato per la perdita dell’erede designato, Andrea Doria mise in atto un’atroce ed implacabile vendetta….

continua…