Gli otto illustri Condottieri in catene… prima parte…

"La facciata di Palazzo Ducale. Nella parte superiore, nelle rispettive nicchie, le otto statue incatenate".

Nelle nicchie sopra il cornicione della settecentesca facciata del , disegnata dall’architetto Cantoni, sono presenti otto singolari sculture. Si tratta di otto statue realizzate (1777) dall’artista Giacomo Maria da Bissone che immortalano, incatenati e sottomessi alla Repubblica, otto grandi nemici di . Da sinistra a destra sono lì posti ad eterna ed imperitura gloria della Superba:

“Il Pirata ”.

La prima figura, partendo da sinistra, è quella del pirata Mujaid, meglio noto con il nome italianizzato Musetto. Costui, a cavallo dell’anno mille comandava una numerosa e pericolosa flotta di predoni che aveva la sua base alle Baleari e che non mancava di procurar fastidi e devastazioni lungo le coste, fino ad occupare, ai danni dei pisani, la Sardegna. Nel 1016 il predone addirittura rase al suolo la città di Luni costringendo il Papa Benedetto VIII, genovesi e pisani ad allearsi per far fronte al comune nemico. Nonostante il pirata fosse stato sconfitto e costretto alla ritirata da Luni, tornò all’assalto con una flotta rinnovata, questa volta della Sardegna. Nello scontro contro le due Repubbliche ebbe la peggio e i genovesi ne ottennero la testa issata su un palo, a mo’ di trofeo.

“Il ”.

Il secondo è Giacomo da Marsano, Duca di Sessa un personaggio legato alla corte aragonese che venne fatto prigioniero dai genovesi, insieme al Re Alfonso d’Aragona e a molti nobili e principi ispanici, nella battaglia di Ponza del 1435. A seguito di questo scontro i genovesi, condotti dall’ammiraglio Biagio Assereto, catturarono 5000 prigionieri fra i quali, appunto, Re Alfonso e due dei suoi fratelli Enrico e Giovanni e numerosi altri nobili, compreso il Duca di Sessa. La loro madre Eleonora, al solo pensiero dei suoi tre figli in mano dei genovesi, morì dal dolore. In realtà il Re e gran parte del suo seguito, causa gli imperscrutabili intrecci del potere, per ordine dei Visconti di Milano, al servizio dei quali erano i nostri marinai, vennero rilasciati a Savona e non misero mai piede in città. Giacomo da Marsano fu tra coloro ai quali toccò la triste esperienza della permanenza a Genova. La sua figura simboleggia la vittoria sugli aragonesi (la vicenda è narrata nel racconto “Storia di due grandi ammiragli).

“Il Corsaro ”.

Il terzo è il corsaro Dragut che fece la sua fortuna navigando prima al servizio e poi divenendone il successore, di Khayr Al Din, il famigerato ammiraglio degli Ottomani, a tutti noto come il Barbarossa. Le gesta del corsaro che per anni aveva funestato il litorale tirrenico terminano con la cattura avvenuta per mano di Giannettino, nipote di Andrea, in una baia della Corsica dove aveva cercato rifugio braccato dalle galee di S. Giorgio. Andrea Doria lo fece incatenare quattro lunghi anni al remo della sua ammiraglia prima di venderlo come schiavo, dietro lauto compenso, proprio a quel Barbarossa del quale sarebbe divenuto successore. Per molti non fu una scelta felice quella dell’Ammiraglio genovese poiché Dragut divenne “la spada vendicatrice dell’Islam” funestando per circa un ventennio il “mare nostrum”. In realtà, secondo alcune fonti, durante la sua prigionia consumata in parte nella Torre Grimaldina, in parte nelle sfarzose stanze della Casa del Principe, il corsaro venne trattato con tutti i riguardi riscuotendo, a detta delle male lingue, grande consenso presso le nobildonne del palazzo. A mio modesto e personale parere invece l’ammiraglio, liberandolo, si era assicurato il lavoro per gli anni a venire. I due erano profumatamente pagati dai rispettivi stati (Spagna e Impero Ottomano) per combattersi a vicenda e la scomparsa di uno dei due avrebbe significato la parola fine sui loro affari. Dragut morì in uno scontro presso Malta nel 1565 quando una scheggia  lo colpì alla testa e pose fine alla sua inimitabile carriera. Per rispetto o scherno, questo non so, Andrea chiamò con il nome del pirata il suo gatto di casa.

Il quarto è , ammiraglio dei veneziani, durante la terza guerra contro i leoni di San Marco. Nella battaglia avvenuta nel 1354 presso l’isola di Sapienza, nel Mare Adriatico, subì una incredibile sconfitta ad opera di Pagano Doria che, seppur in forze numericamente inferiori, inflisse al collega veneziano una lezione di tattica. Quattromila veneziani tinsero di rosso le acque della baia, le navi superstiti furono condotte a Genova come bottino di guerra, il Pisani imprigionato.

Alla notizia della disfatta il doge veneziano Andrea Dandolo morìdi crepacuore.

“L’Ammiraglio Niccolò Pisani”.

Verrà liberato l’anno seguente a seguito della pace firmata fra le due Repubbliche e tornerà in laguna fino alla fine dei suoi giorni.

fine prima parte continua…

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