“La Spada nella teca”…

"La Gran Spada d'onore". Foto di Giuseppe Ruzzin.

A testimonianza del grande prestigio ottenuto in tutto il mondo occidentale ad Andrea Doria nel 1535 venne concesso il massimo riconoscimento a cui un militare cristiano potesse ambire. Fu il Papa Paolo III in persona a voler conferire all’ammiraglio la Gran Spada d’onore che gli venne consegnata da una fastosa delegazione della Santa Sede presentatasi in pompa magna al Palazzo del Principe.

Tale arma veniva assegnata solo ai migliori uomini d’arme della cristianità che così acquisivano il simbolico titolo di “Defensor” della Santa Croce.

“La cripta dei Doria con il mausoleo scolpito dal Montorsoli”.

Si trattava di una magnifica spada con pomo e cintura d’oro. L’elsa era inoltre incastonata di pietre preziose di inestimabile valore. Sulla lama di pregevolissima fattura era inciso, oltre al nome del Papa e lo stemma pontificio, anche l’epigrafe “con raro artificio scolpito”.

L’ammiraglio la indossò fieramente per 25 anni fino al 1560, anno della sua morte, in tutte le cerimonie ufficiali. Come da disposizione testamentaria volle che fosse posta accanto a se nella cripta di San Matteo nel mausoleo dove venne sepolto insieme alla moglie Peretta e al nipote prediletto Giannettino ucciso durante la congiura dei Fieschi del 1547.

“Piazza e chiesa di ”. Foto di Leti Gagge.

Nel 1566 la spada venne rubata e a nulla valse la ricca ricompensa di 200 ducati d’oro voluta da Giovanni Andrea Doria, erede e nuovo capo famiglia, perché l’arma fosse restituita.

“Come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca” giunse la soffiata giusta e venne individuato il ladro: un tal Mario Calabrese sottocomito di galea proprio sulle navi dei Doria. Egli rifiutò di rivelare dove avesse nascosto l’arma e di ammettere il furto. Si decise così, proprio come in “Geordie”, la struggente ballata di De Andrè, di impiccare il reticente con una corda d’oro in contrappasso al fatto di aver rubato qualcosa di molto prezioso. L’esecuzione ebbe luogo nella Piazza di San Matteo, pochi giorni prima che la lama della spada venisse rinvenuta abbandonata in una fogna di Ponte Calvi. Del pomo, della corda e della sfarzosa elsa con relative pietre preziose da allora non si ebbe più traccia. Probabilmente fuse le prime, utilizzate per nobilitare qualche altro gioiello, le seconde.

“Quel che resta delle statue dei Doria, Giannettino a sinistra, Andrea a destra, danneggiate durante la Repubblica Democratica”.

La spada, con un’elsa dipinta in sostituzione di quella originale, tornò a vegliare il mausoleo dell’ammiraglio fino al 1797 quando, con il sorgere dell’effimera Repubblica Democratica Ligure, venne messa al sicuro nella Villa del Principe dove è rimasta fino ai primi decenni del secolo successivo. Tale precauzione si era resa necessaria poiché i sostenitori del nuovo corso, in preda alla furia distruttiva avevano danneggiato i simboli della Repubblica (Stendardo di S. Giorgio e Libro d’oro della nobiltà) e decapitato le statue dei Doria poste davanti a Palazzo Ducale.

“Interni e altare maggiore della chiesa di S. Matteo”. Foto di Leti Gagge.

Passata l’ondata rivoluzionaria la spada venne riportata nella primitiva sede, appesa al baldacchino dell’altare maggiore della chiesa.

Negli anni ’70 del ‘900, con il pretesto di un improrogabile restauro, è stata trasferita nella galleria del Museo Nazionale di Palazzo Spinola e dimenticata come un cimelio qualunque. Dopo decenni di oblio oggi la Grande Spada d’Onore è tornata, custodita in una scenografica teca di vetro antisfondamento, nella sua collocazione originaria accanto all’ammiraglio a protezione dei suoi cari.

5 pensieri riguardo ““La Spada nella teca”…”

  1. Quasi un romanzo! E che fantasia impiccare il.ladro con una corda d’oro (Immagino dorata).È un vero peccato che un cimelio così prezioso in tutti i sensi sia stato così gravemente danneggiato.

  2. Gentili Signori, ho due disegni della ricostruzione ideale della Ripa di Genova sia nel 1100 che nel successivo 1400. Li realizzo mio suocero che fu, da giovane, il restauratore di fiducia dell’allora mitico Comm. Grosso, Direttore dell’Ufficio Belle Arti del Comune di Genova e, sotto la sua guida, restaurò il Palazzo Ducale e successivamente pure il Palazzetto Doria: parlo di prima della seconda guerra. Il SECOLO XIX in occasione del compimento degli ottanta anni di Bruno Bccalatte l’autore, gli dedicò un lungo articolo. Sulla correttezza di questa ricostruzione, ne diede atto anche l’Arch. Renzo Piano al quale le inviai essendo noi buoni conoscenti fin dall’infanzia passata a Pegli e frequentandoci perché i nostri rispettivi genitori erano buoni conoscenti. Se vi interessano avrei piacere farvene avere copia. Ci sono tutte le didascalie per riconoscere le varie costruzioni.

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