“Il Sant’Uffizio…”

"Dipinto di Cornelis De Wael (1640/47 circa) conservato nel Museo di Palazzo Bianco, in cui il pittore illustra le pene comminate ai prigionieri".

Il tribunale del Sant’Uffizio venne istituito a nel 1256, anno in cui “obtorto collo”, per via dei rapporti diplomatici con il Vaticano, i genovesi accolsero la richiesta di Papa Alessandro IV.

Le leggi della Repubblica, in realtà, bastavano ed avanzavano per adempiere alle attività di controllo sugli eretici per cui il suddetto istituto non ebbe mai particolare rilevanza agli occhi dei Serenissimi Collegi.

A testimonianza di ciò nel 1669 l’inquisitore di stanza in città, il domenicano Fra Michele Pio dei Pazzi, (gli inquisitori erano quasi sempre membri dell’Ordine domenicano) fece affiggere in diversi luoghi cittadini l’elenco dei libri all’Indice stilato dalla Curia Romana. Ai reggenti della città, non essendone stati informati, la cosa non piacque affatto. Pertanto fecero rimuovere e distruggere gli avvisi e cacciarono l’inquisitore con il suo segretario. Curioso l’atteggiamento dell’alto funzionario quando, durante la lettura della sentenza di espulsione, iniziò a dar di matto e non trovando appiglio nelle autorità civili, lanciò una pesante scomunica. Terminato lo sfogo venne scortato insieme al suo seguito fuori dai confini della Repubblica. Onde evitare che incresciose situazioni di siffatta specie potessero ripetersi, venne emanata una legge che istituiva l’entrata in vigore di una nuova carica, quella dei Protettori, due senatori, del Sant’Uffizio, che vigilassero sull’operato dell’Inquisitore di turno.

“Chiesa e piazza in una acquaforte del 1825 di Friedrich B. Werner”.
“Le bifore della Torre Grimaldina, nel , viste dall’interno”.

Il tribunale ecclesiastico, come risaputo, si occupava oltre di libri all’Indice, di giudicare in materia di sortilegi, stregoneria e superstizioni e di vagliare l’abiura degli eretici. Tutti ambiti poco pratici per un popolo, quello genovese, dedito al commercio e alla finanza, per cui nel carcere del sant’Uffizio in San Domenico, nel 1746 si registrava la presenza solo di tre ospiti, per altro foresti: il primo un dottore milanese, tal Ferretti, il secondo un certo Basilio, piemontese. Quest’ultimo era stato originariamente condotto nel Palazzetto Criminale, accusato di omicidio ma, poiché continuava a professarsi innocente e ad ingiuriare la religione cristiana, venne trasferito nelle segrete di .

I genovesi presero a cuore la situazione dei due disgraziati, prova ne è la richiesta di liberazione dei due detenuti, pervenuta sulla cattedra dei Protettori: “Serenissimi Signori sarebbe finalmente tempo che il povero dottor Ferretti milanese dopo un sì lungo e penoso carcere ne fosse rilasciato. Lo stesso potrebbe meritare il povero Basilio che, quantunque passato per disperazione alle carceri del Sant’Uffizio, ne sarebbe facilissimo il rilascio se lo conseguisse anche da Vostre Signorie Serenissime. Le circostanze dei tempi non possono per ambedue essere più favorevoli”.

I Protettori del Sant’Uffizio, su mandato dei Serenissimi Collegi, si attivarono e riuscirono a liberare sia Basilio che il Ferretti e a rimandare quest’ultimo a Milano.

“Interno di una delle celle della Torre Grimaldina”.

Rimaneva, incarcerato dal 1740, un solo prigioniero un altro medico Carlo Riva, di Sestri Levante accusato di aver più volte pubblicamente affermato: “essere la confessione stata istituita da’ pontefici, per avere il modo di sapere tutto ciò che fanno e pensano gli uomini ed essere i martiri gente uccisa da’ stessi seguaci di Dio, perché non volevano seguitare la loro fede”. Non solo, il medico aveva anche negato l’esistenza della terza persona nel dogma Santissima Trinità. Fu convinto da un amico ad abiurare  con la promessa che, una volta libero, non avrebbe dovuto fare pubblica ammenda ma solo non tornare più ad occuparsi di tali argomenti.

Nel 1797 con la fine della Repubblica oligarchica e la nascita di quella effimera democratica, sotto l’egida di Napoleone, la Santa Inquisizione terminò la sua attività a Genova.

 

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