Storia del terribile…

Sacco di Genova… di un Papa… e di un perdono non concesso “Nec possum, nec volo, nec debeo”….
Nell’anno del Signore 1522 Genova, ancora sotto l’influenza francese, divenne obiettivo spagnolo e subì l’onta dell’occupazione e del saccheggio.
A parte San Lorenzo, qualche altra chiesa, San Giorgio, la Dogana e il non vi fu abitazione o luogo sacro che non venisse violato.
Causa di tale violenza fu l’esasperazione dei comandanti imperiali di fronte al protrarsi delle trattative di pace.
Infatti la sera del 30 maggio i dodici ambasciatori genovesi, inviati per concordare la resa, posero troppi vincoli cosicché Prospero Colonna, Francesco Sforza, i fuoriusciti e il Marchese Pescara, senza remore, assaltarono e devastarono la città.
Alcuni mesi più tardi il neo eletto Papa Adriano VI passando da e osservando la miseria in cui era caduta la Superba negò l’assoluzione richiesta dal Pescara e dal Colonna per il loro misfatto.
“Non posso, nè voglio, nè lo debbo”…
queste furono le sue lapidarie parole…

Storia di un pozzo…

 … e del Giano Bifronte…
Collocato al centro della Piazza di Sarzano alla confluenza con Via Ravecca, il eretto nel 1583 ad opera di Bartolomeo Bianco (celebre architetto operante in Via Aurea), un tempo si trovava davanti alla vicina chiesa di San Salvatore.
Nel ‘800 fu il Resasco (storico ideatore del cimitero monumentale di Staglieno) a spostarlo, insieme al busto, nella posizione attuale.

Il busto di Giano Bifronte infatti è attribuito alla perizia della famiglia Della Porta, noti scultori lombardi che l’avevano concepito per la fontana dei Vacchero, in Via del Campo.
L’originale, approdato dopo varie traslazioni, in al è custodito nel Museo Civico di Sant’Agostino, quello esposto è una fedele copia.
Già nel ‘300 la zona era utilizzata per la lavorazione delle sartie e del cordame navale, attività che necessitavano di molta acqua.

“Il Pozzo”. Foto di Bruno Mangini.

Per questo la Piazza era dotata di due cisterne utili anche, in caso di assedio, a garantire l’autonomia della città; una era posta sotto l’attuale chiesa di S. Salvatore l’altra, appunto, in corrispondenza del tempio di Giano.
Il Dio bifronte ha triplice origine orientale, greca e romana e simboleggia i nobili natali rivendicati dalla prima, Superba, poi.
Una faccia rivolta al mare, una ai monti, due facce speculari come il seno di Giano primitivo approdo della medievale, che stringe a se il mare in un materno e rassicurante abbraccio.

Storia di una Moschea… anzi due… prima parte…

forse sei… di un Imam… di galee…
Già almeno dal ‘200 la Dominante aveva concesso libertà di culto agli arabi di stanza o di passaggio in città.
Come testimoniato dalla Sura scolpita in cufico presente nella Cattedrale di S. Maria in Castello, i rapporti fra le due culture, nonostante le continue guerre e scorribande sulle due sponde del “mare nostrum”, sono sempre stati proficui e tolleranti.
Oltre che mercanti a Genova non mancavano scribi, traduttori e agronomi musulmani.
Probabilmente già da prima, ma sicuramente dal ‘600, gli infedeli avevano ottenuto il permesso di edificare una moschea nel cuore della Superba, proprio davanti alla Darsena ( deriva dall’arabo e significa “casa del lavoro”) presso l’attuale palazzo di Scio (Facoltà di Economia).
Oggi i resti di una colonna del Tempio, in pietra di Promontorio, delimitano un’aula del complesso chiamata, appunto, “sala della Moschea”.
Secondo alcune fonti le moschee sarebbero state addirittura sei ma i documenti accreditati raccontano di due; oltre a quella di cui resta traccia la colonna si sa di un altro luogo di culto, sempre in porto, ma di epoca posteriore (‘700) all’altezza dell’attuale depuratore.
Nel ‘700 gli arabi ottennero persino un quartiere tutto loro, ubicato vicino alla spiaggia della Foce, dove esercitare anche il diritto di sepoltura.

“Piazza Caricamento… il momento della preghiera… Genova negli anni ’70 fu la prima città italiana a permettere la costruzione delle moschee… Oggi nel centro, anche se in forme e dimensioni diverse, ve ne sono almeno una decina”.


Nella capitale del Mediterraneo minareti e muezzin convivevano con campanili e Cardinali;  ma le regole erano ben chiare e non c’era perdono per la disobbedienza,
la durezza delle galee genovesi fungeva da ottimo deterrente
a tal punto da far annotare nei suoi appunti, ancora nel 1785, allo scrittore francese Dupaty:

“Ma cos’è questa specie di prigione… com’è bassa, oscura e umida!.. Che animali sono questi qui coricati per terra… non mangiano altro che pane duro e nero? non bevono che acqua putrida e fangosa?… da quanto si trovano in questa condizione?… almeno vent’anni… Come li chiamate voi?… miserabili Turchi…”
“Tuttavia i Genovesi hanno dato un esempio di tolleranza… hanno accordato a questi una Moschea.
Turchi che ho visto contendersi gli avanzi del cibo ai cani.
In Francia i Protestanti non hanno templi…
Genova, i tuoi palazzi non sono abbastanza alti, né abbastanza ampli, né abbastanza numerosi, né abbastanza splendenti: si distinguono le tue galee…
fine prima parte continua…

 

Link utili:

Santa Maria di Castello

Storia di una Moschea… anzi due… seconda parte…

 forse sei… di un Imam… e di galee…
continua… inizio seconda parte…
Si sa per certo che, in pieno ‘700, la comunità islamica incaricò il proprio Imam della Darsena, dai genovesi per scherno soprannominato “Papasso”, perché mediasse con le autorità cittadine.
Nel 1739 questi, stanco di non essere ascoltato, scrisse una lettera al Bey di Tunisi denunciando che: “a Turchi qui schiavi non si permetteva l’esercizio della loro fede, ai vecchi impossibilitati al travaglio non si desse da mangiare, agli infermi non si prestasse assistenza et anzi che per forza si facessero fare Christiani e che, per ultimo, li detti schiavi erano necessitati di pagare per essere sepolti.
E che per questo si apprestassero a Christiani schiavi in Tunisi i più inumani trattamenti.”
Della missiva venne a conoscenza padre Serrano, amministratore dell’ospedale di Tunisi, il quale subito ne informò del contenuto il Magistrato delle Galee di Genova.
Costui furibondo, temendo un incidente diplomatico, predispose un documento di smentita da far firmare a tutti gli schiavi della Darsena.
Istigati dal Papasso, che pure ne ammise la veridicità, nessuno lo sottoscrisse almeno fino a quando, parole dell’Imam, “a vantaggio degli schiavi, non gli si accordasse quanto voleva, sapendo quello che i Christiani passano in Algeri, e che se li Genovesi tratteranno male li schiavi Turchi, faranno essi peggio a Christiani”.
Il Papasso presentò così un vero e proprio decalogo di richieste:
Primo. “la costruzione di una nuova e più grande Moschea il cui accesso fosse interdetto al Magistrato delle galee.

moschea
“Fotomontaggio provocatori0 del Secolo XIX che immagina la nuova Moschea, con tanto di Minareto, all’Expo, cuore del Porto Antico.”

Secondo. permesso a tutti gli schiavi di andare in “branca” (gruppo in catene), sorvegliati dalla guardia, a vendere in Riviera per poi rientrare alla sera.
Terzo. di tenere magazzini in Sottoripa e sul piano di S. Andrea e di poter vendere qualunque mercanzia in giro per la città.
Quarto. proibire alle guardie di perquisirli al rientro presso le loro baracche e di arrestarli nel caso in cui fossero stati trovati in possesso di acquavite.
Quinto. Che in Genova, Corsica e nelle Riviere gli schiavi “in branca” si potessero muovere senza limitazione alcuna di tempo e numero.
Sesto. il permesso di andare all’ospedale, starvi tutto il giorno a servire gli schiavi infermi, vegliando che non si convertissero in Christiani.
Settimo. quando uno schiavo turco moriva chiedeva che non si pagasse per la sepoltura né il lavoro degli addetti che dall’ospedale trasportavano il cadavere in Darsena.
Ottavo. che si lasciasse immediatamente libero lo schiavo che pagava il riscatto.

"Ricostruzione con la Moschea in primo piano e, sullo sfondo la Lanterna. Lo skyline potrebbe essere molto simile a quello di Instanbul."
“Ricostruzione con la Moschea in primo piano e, sullo sfondo la Lanterna.
Lo skyline potrebbe essere molto simile a quello di Istanbul.”


Nono. “che gli si accordassero le cose necessarie, e che se gli si mancava di parola avrebbe saputo cosa fare, avendo in Turchia credito la sua lettera, e non quella degli altri schiavi.”
Decimo. concludeva infine minacciando che a Tunisi e ad Algeri, finché le sue richieste non fossero state accolte, i Christiani sarebbero rimasti in miserevole condizione.” … fine seconda parte… continua….

 

 

 

 

Storia di una Porta… e della sua gloriosa lapide…

Nel 1155 Genova, sentendosi minacciata dai propositi bellicosi di Federico Barbarossa, delibera di rinforzare e rinnovare la cinta muraria.
Uno dei due principali varchi di accesso è la Porta di S. Andrea meglio nota come Porta Soprana (l’altra è Porta di S. Fede o dei Vacca).

Dai suoi torrioni pendevano gabbie con i resti dei nemici, a monito inequivocabile per i male intenzionati.

"Porta di S. Andrea".
“Porta di S. Andrea”.
Dall’arco principale (come dalle chiese più importanti) penzolavano anche le catene di Porto Pisano, trofeo di guerra conquistato dopo aver interrato il porto della città nemica.

Guardando la colonna sinistra della Porta troverete questa strepitosa lapide che racconta, come fosse la Porta stessa a parlare:

“Nel nome di Dio Padre onnipotente, del figlio e dello Spirito santo, così sia.
 Sono difesa da mura mirabili e da genti coraggiose e per il mio valore respingo lontano i dardi nemici.
Se porti pace sarai ben accolto, se porti guerra te ne tornerai triste e vinto.
Austro ed occidente, settentrione ed oriente sanno quante battaglie ho sostenuto vittoriosa.
Sotto il consolato di Guglielmo Porco, Oberto Cancelliere, Giovanni Malocello e Guglielmo Lusio e dei consiglieri Bonvassallo De Castro, Guglielmo Stangone, Guglielmo Cicala, Nicola Roca e Oberto Recalcati”.

Storia di… un Re… di un Doge…

… un bombardamento… una guerra e un orgoglio che non ha prezzo.
Siamo nel 1684 il Re Sole, con il pretesto di un mancato saluto (ogni nave straniera che entrava nel Porto doveva, per antica consuetudine, sparare un colpo di cannone a salve, in omaggio alla Repubblica; Il Sovrano pretendeva l’esatto contrario), di un’amicizia con la Spagna (gli armatori genovesi stavano infatti allestendo un’imponente flotta per gli iberici), di un prestito non corrisposto (Il Re, per pagare le sue truppe sparse in tutta Europa, aveva bisogno delle “palanche” dei banchieri nostrani), della mancata concessione a vantaggio di Savona (città alleata dei nemici) di un deposito del sale, dà ordine alla sua flotta di centosessanta navi schierata e 756 bocche da fuoco dalla Foce alla Lanterna, di bombardare la città.

Quattro giorni di lutti e distruzione ma la Superba resiste, non si piega e ribadisce, davanti ad un’Europa terrorizzata, la propria LIBERTA’ e proclama la propria INDIPENDENZA!

Il marchese di Segnalay infatti, comandante della spedizione dà ordine a Duquesne, ammiraglio dello stuolo reale, nella notte fra il 22 e il 23 maggio di sbarcare a Sampierdarena con 3500 soldati e, come diversivo, con un piccolo contingente in Albaro.

La milizia repubblicana genovese però con l’ausilio di numerosi volontari polceveraschi, sotto la guida del Capitano Ippolito Centurione, respinge gli invasori.

I Francesi, fallito lo sbarco e terminate le munizioni, la sera del 29 maggio rientrano a Tolone.
Re Sole infuriato per l’accaduto fa rinchiudere nella Bastiglia l’ambasciatore genovese a Parigi Paolo De Marini, il quale riesce a far giungere ai Serenissimi una missiva in cui li esorta a non sottomettersi al despota francese e a non preoccuparsi per lui dato che, per l’onore e la dignità della Repubblica, sarebbe pronto alla morte.
Il diplomatico avrà salva la vita e, incaricato dal Senato, negozierà a Ratisbona la pace, sostanzialmente alle condizioni imposte dal Monarca.

L’anno seguente il Doge Francesco Imperiale Lercari invece, convocato a Versailles, dovrà dar soddisfazione al Re e ratificare il trattato di pace precedentemente pattuito.

“Quadro raffigurante il Doge genovese accolto a Versailles dal Re Sole per ratificare la pace”. Louis 14-Versailles 1685
Ma non rinuncerà al suo orgoglio di GENOVESE, quando interrogato su cosa l’avesse più colpito (il Sovrano si riferiva allo sfarzo della reggia, allo spettacolo dei giochi d’acqua delle fontane, all’opulenza dei nobili di Corte), rispose sprezzante “Mi chi”(di essere qui io).