Santa Croce… la chiesa scomparsa…

E’ uno degli scorci più suggestivi di , un luogo sospeso nel tempo dove luci ed ombre ingannano lo spazio giocando a nascondino. Si tratta di Via e Piazza di incastrate fra Sarzano e la collina di Santa Maria di Castello, il fulcro più antico del centro storico.

Qui, vegliati da una settecentesca edicola del Battista, si ha la possibilità di effettuare una passeggiata a ritroso nel tempo di quasi 900 anni nella scomparsa chiesa di Santa Croce.

“La settecentesca edicola di San Giovanni”. Foto di Leti Gagge.

L’edicola presenta un tempietto in marmi policromi con semi colonne ioniche e raffigura San Giovanni Battista nel deserto accompagnato da San Giovannino con in braccio l’agnello. La mensola poggia su un cherubino alato mentre la statua del santo presenta il braccio destro mozzato.

Quest’area costituiva un tempo l’antico complesso di Santa Croce, una delle tante strutture del litorale cittadino, atte al ricovero dei pellegrini da e verso la Terrasanta.

“La Piazza di Santa Croce”. Foto di Leti Gagge.
“Interni del locale La Passeggiata”. Foto di leti Gagge.

All’interno del locale, nomen omen, “La Passeggiata” al civ. n. 21r ne sono testimonianza i resti ancora visibili di brani della pavimentazione originale, di porzioni del muro perimetrale con un grande arco tamponato facente parte delle Mura del Barbarossa (1155) e una nicchia dove sono conservati dei reperti rinvenuti durante la ristrutturazione avvenuta qualche anno fa.

“Porzione del muro perimetrale del tempo del Barbarossa”. Foto di Leti Gagge.

In questo edificio, luogo di culto della comunità lucchese, era custodito il Cristo Moro oggi ricoverato in . Il complesso di Santa Croce, con annesso ospitale venne gravemente danneggiato durante il bombardamento del re Sole del 1684 e successivamente ricostruito in forme barocche nei primi anni del ‘700. Nel 1805, a seguito degli editti napoleonici, venne definitivamente soppresso ed inglobato nei palazzi di abitazione. La vicina San Salvatore ne incorporò nel 1809 il titolo, i beni e gli arredi.

“Le quattro colonne ottocentesche”. Foto di Leti Gagge.
“Brani della pavimentazione originale”. Foto di Leti Gagge.
“La nicchia contenente i reperti”. Foto di Leti Gagge.

Le quattro scenografiche colonne di pietra e laterizi fanno invece parte della ristrutturazione ottocentesca quando la chiesa venne trasformata in abitazioni private.

“La Salita della Seta”. Foto di Leti Gagge.

Prima d’incrociare con lo sguardo Salita della Seta con la sua pendenza tutt’altro che morbida, al civ. n. 33 s’incontra lo spettacolare portale in ardesia ristrutturato e ricostruito su modello rinascimentale. Sul fastigio un’aquila a due teste che tiene con le zampe il globo e una fiaccola, lo stemma nobiliare degli Spinola. Sul trave l’epigrafe “Flangar non flectar” (mi spezzerò ma non mi piegherò), il motto così adatto alle secolari vicissitudini della Repubblica.

“Il portale al civ. 33”. Foto di Leti Gagge.
“Antica stampa del complesso di santa Croce”.

La chiesa di Santa Croce non c’è più ma la si può lo stesso immaginare lì, seguendo il percorso dello stretto caruggio che costeggia le mura di contenimento del Castello. Rivolta verso il mare e inglobata dalle case costruite sopra le Grazie sita, proprio come allora, in una posizione invidiabile.

“La Spada nella teca”…

A testimonianza del grande prestigio ottenuto in tutto il mondo occidentale ad Andrea Doria nel 1535 venne concesso il massimo riconoscimento a cui un militare cristiano potesse ambire. Fu il Papa Paolo III in persona a voler conferire all’ammiraglio la Gran Spada d’onore che gli venne consegnata da una fastosa delegazione della Santa Sede presentatasi in pompa magna al Palazzo del Principe.

Tale arma veniva assegnata solo ai migliori uomini d’arme della cristianità che così acquisivano il simbolico titolo di “Defensor” della .

Si trattava di una magnifica spada con pomo e cintura d’oro. L’elsa era inoltre incastonata di pietre preziose di inestimabile valore. Sulla lama di pregevolissima fattura era inciso, oltre al nome del Papa e lo stemma pontificio, anche l’epigrafe “con raro artificio scolpito”.

L’ammiraglio la indossò fieramente per 25 anni fino al 1560, anno della sua morte, in tutte le cerimonie ufficiali. Come da disposizione testamentaria volle che fosse posta accanto a se nella cripta di San Matteo nel mausoleo dove venne sepolto insieme alla moglie Peretta e al nipote prediletto Giannettino ucciso durante la congiura dei Fieschi del 1547.

“Piazza e chiesa di ”. Foto di Leti Gagge.

Nel 1566 la spada venne rubata e a nulla valse la ricca ricompensa di 200 ducati d’oro voluta da Giovanni Andrea Doria, erede e nuovo capo famiglia, perché l’arma fosse restituita.

“Come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca” giunse la soffiata giusta e venne individuato il ladro: un tal Mario Calabrese sottocomito di galea proprio sulle navi dei Doria. Egli rifiutò di rivelare dove avesse nascosto l’arma e di ammettere il furto. Si decise così, proprio come in “Geordie”, la struggente ballata di De Andrè, di impiccare il reticente con una corda d’oro in contrappasso al fatto di aver rubato qualcosa di molto prezioso. L’esecuzione ebbe luogo nella Piazza di San Matteo, pochi giorni prima che la lama della spada venisse rinvenuta abbandonata in una fogna di Ponte Calvi. Del pomo, della corda e della sfarzosa elsa con relative pietre preziose da allora non si ebbe più traccia. Probabilmente fuse le prime, utilizzate per nobilitare qualche altro gioiello, le seconde.

“Quel che resta delle statue dei Doria, Giannettino a sinistra, Andrea a destra, danneggiate durante la Repubblica Democratica”.

La spada, con un’elsa dipinta in sostituzione di quella originale, tornò a vegliare il mausoleo dell’ammiraglio fino al 1797 quando, con il sorgere dell’effimera Repubblica Democratica Ligure, venne messa al sicuro nella Villa del Principe dove è rimasta fino ai primi decenni del secolo successivo. Tale precauzione si era resa necessaria poiché i sostenitori del nuovo corso, in preda alla furia distruttiva avevano danneggiato i simboli della Repubblica (Stendardo di S. Giorgio e Libro d’oro della nobiltà) e decapitato le statue dei Doria poste davanti a Palazzo Ducale.

“Interni e altare maggiore della chiesa di S. Matteo”. Foto di Leti Gagge.

Passata l’ondata rivoluzionaria la spada venne riportata nella primitiva sede, appesa al baldacchino dell’altare maggiore della chiesa.

Negli anni ’70 del ‘900, con il pretesto di un improrogabile restauro, è stata trasferita nella galleria del Museo Nazionale di Palazzo e dimenticata come un cimelio qualunque. Dopo decenni di oblio oggi la Grande Spada d’Onore è tornata, custodita in una scenografica teca di vetro antisfondamento, nella sua collocazione originaria accanto all’ammiraglio a protezione dei suoi cari.

Il Caruggio degli Scriba occidentali…

Storia di un caruggio… di una farmacia… di edicole… di un ninfeo… di una bomba…

Anticamente era conosciuto, per via del fatto che qui si redigevano gli atti notarili (i più antichi documenti e cartolari privati occidentali di cui si abbia notizia), come il “caroggio di scriven” e si diramava fino al piano di S. Andrea. Oggi costituisce solo un breve tratto che collega Canneto il Lungo angolo Vico delle Erbe fino alla farmacia Tettoni.

Con le demolizioni di inizio Novecento la via si è allargata e divisa su due livelli per permettere a Piazza Matteotti lo sbocco di Via Meucci con Via Dante. E’ scomparso così il millenario Borgo Sacco o Sacherio con il Vico Paglia, il “Carrubeus Sant’Ambroxi” delle mappe medievali. Così tutta la via fino alle torri ha assunto il nome di via di Porta Soprana.

“La farmacia del Ducale. Nei due tondi le sagome in ferro battuto”. Foto di Leti Gagge.

All’esterno della farmacia Tettoni fondata nel 1725 ad opera dei gesuiti (di stanza nella vicina chiesa del Gesù) con il nome di “Spezieria Monastica”, sono poste due nicchie con peducci in pietra nera di Promontorio che contenevano, un tempo, due secolari anfore ad uso dei monaci farmacisti, ora sostituite da sagome in ferro battuto.

“L’edicola dell’Assunta”.

In Via della Porta Soprana al civ. n. 1 la scenografica edicola della Madonna Assunta. Il tempio di forma neoclassica è del XVIII-XIX sec. La statua invece è anteriore del XVII-XVIII sec. Un chiaro omaggio all’Assunta del Puget della ex chiesa dell’Albergo dei Poveri. Due cariatidi femminili sorreggono il timpano triangolare. La statua che rappresenta la Vergine posta su una nuvola con angeli e cherubini è protetta da un vetro. Una raggiera le incornicia la testa. Alla base portava in origine l’epigrafe: “HORNATUS HIC / Et PIETATE  Et PLACIDO / Et Ad BENEPLACITUM ILL. DD. COMIS. 1852”.

L’edificio, detto casa Massuccone, venne progettato dopo il 1776 da un giovanissimo emergente architetto, Carlo Barabino. Sul trave del portale marmoreo con semicolonne doriche l’epigrafe: “Animus Aequus Satis”.

“Il loggiato nel cortile del civ.n. 5 di ”.

Al civ. 5 dentro ad un anonimo portone ornato da una cornice marmorea con ovale del trigramma di Cristo, si percorre uno stretto ed angusto corridoio che conduce ad un ampio quanto impensabile cortile privato con quattro ordini di logge. Sul fondo il ninfeo con la statua di Nettuno. Non si conosce l’architetto di tale dimora ma si sa che, datato metà del ‘500, è molto simile allo stile adottato per il Palazzetto Criminale di Via Tommaso Reggio. Lo scalone che si arrampica lungo i piani loggiati offre scorci, punti di vista e giochi di luce assai suggestivi.

“Il ninfeo con la statua di Nettuno”.
“Edicola della Madonna Immacolata al civ. n. 19”.

Al civ. n. 19  l’edicola della Madonna Immacolata del sec. XVIII-XIX scolpita in una nicchia con con cornice a delicati motivi floreali.

Nell’atrio del palazzo al civ. n. 23 è custodita, incastonata nel muro, una palla di cannone la cui sottostante lapide recita:

“Palla di cannone e lapide nell’atrio del civ. n. 23″. Foto tratta da XIX TV.”

“Questa Palla fu Lanciata in / Questa Casa dalla Batteria della / Lanterna dai Soldati del Generale / Alfonso La Marmora / il 5 Aprile 1849”.

“Primo piano della palla di cannone”.

Tangibile monito e ricordo di quello che è passato alla storia come il sacco di Genova. In quell’occasione i Savoia con l’aiuto dal mare della flotta inglese bombardarono la città. Scagliarono 30000 bersaglieri contro i suoi 90000 inermi abitanti che erano insorti contro il loro malgoverno. A nulla valsero gli eroici atti di resistenza della Guardia Civica comandate dal capitano De Stefanis. I Piemontesi entrarono con l’inganno e ripristinarono l’ordine.

Questa è una delle innumerevoli che per 36 ore consecutive ferirono la Superba, distrussero interi quartieri e causarono migliaia di vittime. La furia omicida dei soldati di Vittorio Emanuele II, agli ordini del generale Alfonso La Marmora, non risparmiò nemmeno, sventrato da 16 devastanti proiettili, l’ospedale di Pammatone.

prende nota ma… non dimentica…

Via San Lorenzo come Abu Simbel… seconda parte…

” Palazzo Bandinelli Sauli. La balaustra impreziosita dagli otto illustri genovesi”. Foto di Leti Gagge.

Questa costruzione venne eretta con il preciso intento di conferire maggiore dignità alla piazza principale della città dell’epoca, quella appunto prospiciente il suo più importante luogo di culto. Per questo motivo il Comune impose dei rigidi vincoli all’architetto; più precisamente stabilì che il palazzo dovesse avere un portico pubblico lato piazza. Oggi questo grande porticato è ridotto a triste e disadorno luogo di passaggio con le vetrine chiuse. Il palazzo si presenta apparentemente, su tre piani. In realtà ne ospita ben otto, di cui due rivolti verso il cavedio e il fianco di Vico del Filo. Sopra il portico una cornice marmorea di triglifi alternati a metope scolpite con elmi. Il primo piano nobile alterna alle finestre delle lesene ioniche a reggere il cornicione marcapiano ornato con conchiglie e ghirlande. Negli archi delle finestre, all’altezza del piano ammezzato nascosto, le figure allegoriche della Fama e della Vittoria. Il secondo piano nobile è a lesene corinzie a reggere il sontuoso cornicione. Sull’attico la balaustra ospita otto statue di illustri personaggi: Barabino, Viviani, Badano, Traverso, P. Piola, Assarotti, Garibaldi e Cambiaso. Il fianco verso la appare quasi identico, a parte la presenze delle finestrelle dei piani ammezzati, decorate con putti seduti e cornucopie.

“La targa che ricorda la dimora di Goffredo Mameli”. Foto di Leti Gagge.

In Via San Lorenzo, largo G. A. Sanguineti 11, il Palazzo Senarega  Zoagli sul cui prospetto è affissa una lapide commemorativa che ricorda come questa fu la casa di Goffredo Mameli, nato al 30 di Piazza San Bernardo: “Dava il Sangue alla Patria / Ai Secoli il Canto / Goffredo Mameli / che in Queste case / ebbe (cancellato) Dimora / 1827 – 1849 / La Democrazia Genovese Poneva / il 30 Luglio 1876”.

“L’edicola sotto l’archivolto del Gesù”. Foto di Leti Gagge.

A fianco, sotto l’archivolto di Vico Gesù, rivolta verso Canneto il Lungo, un’edicola marmorea racchiusa in un piccolo ovale che conteneva un dipinto andato perduto del volto di cristo. In basso i resti di una cassetta delle elemosine in marmo. Nello stesso vicolo, dove vige il più completo abbandono, un piccolo portale al civ. n. 2 con stipiti decorati e intrecci con testina sul trave (sec. XVIII).

“Quel che resta della sottostante cassetta delle elemosine”. Foto di Leti Gagge.
“L’elegante stemma dei ”. Foto di Leti Gagge.
“Il bel portale di Palazzo Fieschi”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 17 forse l’edificio più famoso, il Palazzo di Sinibaldo Fieschi, noto anche come Ravaschieri. Opera dell’architetto Bartolomeo Massone lo possiamo ammirare con la facciata sostanzialmente immutata dal 1618. Nel 1839,con l’allargamento della via, venne interamente smontata e riassemblata tre metri più indietro, sconvolgendo l’assetto degli interni e comportando l’innalzamento di un piano. Al piano nobile sono stati restaurati e, in parte ridipinti, gli affreschi che altrimenti sarebbero apparsi mutili. Il palazzo è l’unico della via a liste in conci bicromi per tutta la sua altezza, reminiscenze dei fasti medievali della Repubblica e dei privilegi del casato. Il portale marmoreo con semi colonne doriche è scolpito nelle metope a bucrani ed elmi, alternate da sei mensole con testine. Il timpano è sostituito da una trabeazione piana con le statue di Marte sul leone e Nettuno sul cavallo marino.

Al centro campeggia il grande stemma nobiliare dei Fieschi coi sette gigli e la corona. A fianco due cherubini alati con elmi. Sul fornice a tutto tondo il cartiglio con il testo. “Lvx Dei VestigiVm”. I mascheroni ghignanti, simili a quelli di palazzo Tursi, sono opera di Taddeo . Sono stati concepiti a coronamento dei timpani ad arco spezzato delle finestre del primo piano rialzato e del piano nobile. Altre testine appaiono sui portalini dei negozi al livello della strada. Nell’atrio una grande lapide narra le vicende del palazzo, dall’acquisto dell’area, all’edificazione nel 1611, ai lavori per l’ampliamento di Via San Lorenzo e infine, alla vendita al marchese Tomaso De Ferrari nel 1879.

“Nelle tre immagini i Mascheroni Ghignanti opera di Taddeo Carlone”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 19 il Palazzo de Franceschi, meglio noto come Palazzo Casaretto. L’edificio è il risultato di due palazzi contigui accorpati con il fronte arretrato di circa tre metri per l’apertura della nuova via. Il portale a lesene doriche con timpano triangolare e fregi nelle metope. Fornice a tutto tondo con lunetta in ghisa sopra il portone. Le stesse caratteristiche sono riportate nel finto portale al civ. 17° occupato da un negozio.

“Il portale di Palazzo de Franceschi”. Foto di Leti Gagge.

In tutti i tre piani del palazzo, le pareti delle scale e dei pianerottoli cono rivestite in azulejos e costituiscono uno degli esempi meglio conservati di questo suggestivo arredo. Le tre rampe di scale hanno volte a crociera con peducci in pietra nera, colonne e balaustre marmoree. Dai finestroni che danno su Canneto il Lungo è possibile ammirare, da un punto di vista privilegiato, la . Sul retro, in Via Canneto il Lungo, al civico 72 r, il primitivo ingresso del palazzo stesso.

“L’edicola in ardesia vuota posta sul lato di Vico San Gottardo”. Foto di Leti Gagge.

Sul lato di Vico San Gottardo, su un pilastro in pietra un’edicola a cornice quadrangolare che conteneva un dipinto su ardesia andato perduto i cui decori sono stari trafugati. La parte in ardesia è retta da mensole in ferro battuto. Sul lato di Vico Nostra Signora del Soccorso, sotto le sbeccature degli intonaci, si notano tracce dell’edificio originario del sec. XIII, con archi a conci bicromi tamponati e colonnine marmoree coperte dagli intonaci.

“La splendida edicola della Madonna della Misericordia”. Foto di Leti Gagge.

Sull’abside destra della Cattedrale al 48r, la Madonna della Misericordia del sec. XVII-XVIII. Due angeli sorreggono la raggera con la colomba che rappresenta lo spirito Santo. La Madonna incoronata, con ai piedi il beato Botta, è posta in un elegante tabernacolo, protetta da un vetro.

“Epigrafe e lapide sottostanti l’edicola della Madonna della Misericordia”.Foto di Leti Gagge.

Alla base l’epigrafe: “Avita Dei Param Religio Primum Decus Prolatae Viae”.

A fianco dell’edicola due lapidi che, in origine, erano site sull’abside della chiesa.

“Farmacia Papa, ex Odero”. Foto di Leti Gagge.

Al 105 r la farmacia Papa, un tempo Odero, che fu uno dei principali centri di cospirazione dei massoni ginevrini e dei giacobini alla fine del ‘700.

O carroggio do fi o no va ciu drito a San Luenso ovvero Il caruggio del filo non va più dritto in San Lorenzo, vale a dire, che a volte, ahimè, le cose vanno storte e non più dritte come ai bei tempi!

Via San Lorenzo come Abu Simbel… prima parte…

Oggi rappresenta il salotto buono del centro, ma non è stato sempre così. Da bambino infatti me la ricordo come una delle vie più trafficate della città, l’aria irrespirabile, i palazzi anneriti dalla fuliggine, i bus che arrancavano esausti in coda e le auto parcheggiate, irriverenti, davanti alla cattedrale.

In origine la via non esisteva, non era che un dedalo di vicoli e piazzette. Nel 1835 fu al centro di una rivoluzione viaria, volta a dare sfogo alle merci che transitavano in Piazza Caricamento, che stravolse tutta l’area.

Fin qui nulla di strano ma forse non tutti sanno che per realizzare l’ambizioso progetto, non solo vennero abbattuti molti edifici fatiscenti, ma che alcuni vennero letteralmente segati. Le facciate smontate e arretrate di parecchi metri. Insomma un’opera di ingegneria civile non da poco, degna di quella che sarebbe stata messa in atto, nel secolo successivo, per salvare i templi egizi. Oltre cent’anni prima infatti, le maestranze genovesi avevano anticipato il faraonico progetto svedese, realizzato dai marmisti e tecnici italiani fra il 1964 e il 1968, di smontare e rimontare più a monte i templi di Abu Simbel. Tali lavori si erano resi necessari a causa della costruzione voluta dal presidente egiziano Nasser della Diga di Assuan. L’ambizioso e ineluttabile piano di lavoro avrebbe comportato l’allagamento della zona e la conseguente perdita dei preziosi templi con le gigantesche statue di Ramses. I genovesi, forti dell’esperienza in San Lorenzo, sul finire dell’800 applicarono lo stesso concetto per spostare la Porta Pila smantellata dalle Fronti Basse, sua originaria collocazione e rimontata presso il bastione di Montesano e da lì, nuovamente nel 1940 in Via Imperia, dove tuttora si trova.

La nuova strada che avrebbe dovuto risolvere i problemi viari determinati dai traffici portuali si rivelò presto insufficiente a soddisfarne le moderne esigenze.  Negli anni ’30 del secolo scorso venne così presentato un progetto di raddoppio della strada che doveva collegare Piazza Dante con Via Turati demolendo le case di Canneto il Lungo e di Via dei Giustiniani. Per fortuna il delirante proposito si arenò nei meandri della burocrazia e non ebbe attuazione.

Dopo i restauri dei palazzi e la pedonalizzazione per il G8 del 2001 è diventata la strada, grazie anche ai numerosi locali che affollano la zona, del passeggio dei genovesi e dei turisti.

Sul lato di  Via San Lorenzo il palazzo ad angolo con accesso dal civico n. 2 di Via Turati non ha portone. Il fronte è in bugnato al piano strada mentre i due piani nobili presenta stucchi di fine ‘800 con fascia marca davanzale.

“Portone del civ. 2”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 2 il fronte è invece in bugnato liscio e il portone  in pannelli di ghisa lavorati a riccioli con teste leonine. La lunetta sopraluce è a verghe gigliate mentre su quella del negozio a fianco vi sono due angioletti alati che porgono delle cornucopie. L’atrio è a voluta sferica con al centro una lanterna in ferro battuto.

“Portale del civ. 3”. Foto di Leti Gagge.
“Dettaglio del prezioso trave”. Foto di Leti Gagge.

In Via San Lorenzo n. 3 c’è uno dei pochi palazzi che venne invece avanzato di circa 5 metri nell’area della scomparsa Piazza delle Olive. L’antica facciata risulta incorporata all’interno del palazzo, mentre la nuova si presenta con il piano terra occupato da un negozio con le vetrine in ghisa  e lamiera. Il fornice del portale è in  marmo con una curiosa testina di lupo in stucco al centro. Timpano e cornice sono interamente di stucco. Il trave è lavorato a fasci di verghe con ai lati due testine sporgenti dette acroterii. In cima fa capolino una testa di Minerva fra riccioli e girali sopra una cornice greca.

“Lunetta del portone del civ. 5”. Goto di Leti Gagge
“Il tondo con la Madonna dello Schiaffino”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 5 il Palazzo Gio Batta Centurione (appartenente alla schiatta dei banchieri più ricchi d’Europa) meglio noto con il nome di Boggiano Gavotti. In facciata la Madonna col Bambino del sec. XVIII, un tondo in marmo con rilievo molto sporgente, attribuito allo scultore Bernardo Schiaffino.

“Il prospetto del civ. 5”. Foto di Leti Gagge.

L’edificio era in origine orientato verso Canneto e venne modificato nel 1843 con la nuova facciata neoclassica lato Via San Lorenzo e con l’accorpamento del palazzo adiacente al Vico della Noce. Nel loggiato spicca il rilievo commissionato da Lorenzo Costa e realizzato da Santo Varni nel 1860. La scultura ricorda il celebre episodio del 1747, quando la rivolta popolare contro l’occupazione austriaca, iniziata nel dicembre del ’46, si stava evolvendo in senso rivoluzionario. I rivoltosi puntarono un cannone dritto contro Palazzo Ducale intenzionati a bombardarlo per dispetto contro quella borghesia che si era schierata con gli austriaci. Il senatore Giacomo Lomellini si pose a braccia aperte davanti all’arma e placò l’insurrezione. Da qui il proverbio “O Lomelin o l’ha averto u portego”, che sta ad indicare un gesto plateale non propriamente eroico. Al primo piano un ponticello con balaustre marmoree collega il palazzo con un giardino pensile sovrastante l’angolo fra Canneto il Curto e Vico Caprettari. Il terrazzo versa nel più totale abbandono mentre il ninfeo con la statua di Venere risulta ancora ben conservato.

“Portale del civ. 8”. Foto di Leti Gagge.
“Dettaglio del portone del civ. 8 con la testa di Minerva”. Foto di Leti Gagge.

Sul portale del civ. 8 è scolpita una lapide il cui testo recita: “Patriae Ornamento / Franciscus Ronco C. F. / MDCCCXXXX”. La lunetta sopraluce in ghisa presenta una Testa di Minerva sul fornice. Osservando le finestre del secondo piano nobile si nota una cornice in stucco con fregi di ghirlande e putti e cinque bucature ad occhio di cui due con fregi a stucco.

Il palazzo del civ. n. 10 a  che presenta un basamento in bugnato rustico aveva l’ingresso principale in Vico San Genesio e venne arretrato di ben 10 metri per permettere la costruzione della via.

“Portale del civ. 12 con lo stemma scolpito da Santo Varni”. Foto di Leti Gagge.
“L’elegante prospetto del Palazzo Bandinelli Sauli rivolto verso Piazza San Lorenzo”. Foto di Leti Gagge.

L’edificio al civ. n. 12 è il Palazzo Bandinelli Sauli in San Genesio ristrutturato nel 1852 su progetto di Ignazio Gardella. Il portale mostra colonne doriche scanalate con metope scolpite con allegorie. A sinistra quella del fiume Po con un toro, simbolo della città di Torino. A destra un Nettuno con un Giano bifronte e un castello, simbolo di . Al centro lo stemma con le due città unite opera di Santo Varni. Questa era la sede della Banca Nazionale, fusione della banca di Torino con quella di che costituirà l’origine ed il nucleo fondante della Banca d’. Sul tetto terrazzato una balaustra marmorea con anfore e sotto un cornicione istoriato. Nel grande atrio di rappresentanza con colonne doriche si apre il cavedio tondo balaustrato. L’edificio è accorpato con l’ottocentesco palazzo Solari col quale divide l’accesso. Iniziato nel 1851 su progetto dell’architetto Carpineti il palazzo si presenta oggi con il fronte principale rivolto alla Cattedrale.

… fine prima parte.. continua…

Storia di un vaso di basilico… di un Duca…

… di un ambasciatore.

Che la stirpe dei genovesi sia tutta particolare ce lo hanno ricordato in tanti. Solo per citare i più noti, da Dante a Jean Le Meingre (Maresciallo Boucicault), dai primi viaggiatori anglosassoni a Montesquieu.

A questo proposito c’è un racconto che assai si confà all’intima essenza dell’animo orgoglioso, rude e “rustego” dei nostri avi, avvenuto al tempo in cui, purtroppo, la Superba ricadeva sotto la signoria della casata milanese.

Si narra che nel 1476 un tal venne inviato in qualità di ambasciatore presso la corte di  Gian Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano. Il rappresentante genovese aveva l’arduo quanto delicato compito di convincere il milanese a non ingrandire la fortezza del Castelletto, presidio dal quale quest’ultimo teneva in pugno, da monte, la città. Il previsto incontro diplomatico venne rimandato di qualche giorno causa improrogabili impegni del duca. I genovesi non la presero bene e pensarono un singolare dono, fuori da ogni protocollo, per rimarcare il loro disappunto.

Marchese gli aveva infatti fatto pervenire un vaso pieno di basilico. Galeazzo meravigliato e colto di sorpresa gliene chiese subito conto.

“La natura dei genovesi, signor duca, è simile al . Maneggiato dolcemente profuma, maneggiato aspramente puzza e genera scorpioni”. Questa fu la lapidaria risposta dell’ambasciatore di San Giorgio.

La Torre e la Virtù degli Spinola…

All’angolo con Vico Dietro il Coro di San Luca i resti della Torre della famiglia degli . Le tracce degli archi in pietra e della cornice di archetti, interrotti da finestre posticce, si alzano fino al terzo piano.

“Il Vicolo con i resti della torre”. Foto di Leti Gagge.

Alla base è murata una colonna ottagonale in conci bianco e neri con capitello. Di fronte alla torre i resti di un’edicola in stucco a tempietto che, un tempo, conteneva un dipinto protetto da una grata. Il sacro contenuto è stato, insieme alla cornice e alla base che conteneva un cartiglio, brutalmente asportata. Restano menomato ricordo tracce di due teste di cherubini alati.

“La Virtù degli Spinola. Tutt’attorno cavi elettrici penzolanti”. Foto di Leti Gagge.

In Vico della Torre di San Luca al civ. n. 6 si trova uno splendido sovrapporta marmoreo del sec. XVII detto delle “Virtù degli Spinola”. Al centro una ghirlanda con il trigramma di Cristo e corona, sorretta da due angeli alati, affiancati da due armigeri con gli scudi del Casato. Ai lati le nicchie con due statue femminili che rappresentano le virtù della famiglia: Carità a sinistra e Fede a destra. Gli stipiti del portale hanno la cornice lavorata che presentava dei medaglioni imperiali, oggi scomparsi, perché rubati. Il portale sembra in pietra nera di Promontorio, in realtà è solo ricoperto di fuliggine, poiché di marmo bianco.

L’angolo fra i due vicoli che si contendono la torre, un tempo vanto degli Spinola, versa nel più completo degrado, in balia di topi sempre più intraprendenti  e nella sporcizia più diffusa.

“Il Portale della Virtù degli Spinola”. Foto di Leti Gagge.
“La torre vista dal basso”. Foto di Leti Gagge.

Un altro esempio dell’abbandono e dell’incuria in cui, purtroppo, versano opere d’arte che altrove sarebbero ammirate in un museo, qui invece sono annerite dallo smog e incorniciate da fili elettrici penzolanti.

Genovesi svegliamoci!

La Torre dei Maruffo…

Imbucato il budello di Canneto il Lungo all’altezza del civ. n. 23 s’incontrano la Torre e il Palazzo dei Fieschi. Due pezzi di Medioevo difficilmente, per via dello stretto caruggio, individuabili. I resti di quest’imponente edificio si estendono anche sul lato di Vico Valoria.

“La Torre Maruffo o dei Maruffi”. Foto di Leti Gagge.
“Primo piano della Torre”. Foto di Leti Gagge.

I Fieschi, conti di Lavagna, erano una delle più nobili e antiche famiglie genovesi il cui prestigio e potere affondava le sue radici al tempo in cui era ancora legata alle ripartizioni imperiali. I Maruffo invece, di origine spezzina, avevano importanti possedimenti a Sestri Levante. Dopo il 1100 si trasferirono nel ponente genovese (Voltri, Rivarolo, Coronata) e si distinsero nelle guerre contro Pisa e Venezia. In virtù del prestigio conquistato, acquisirono proprietà anche nel centro storico. Ne sono testimonianza l’omonima piazzetta (dietro la chiesa di San Giorgio) il Palazzo in Canneto e, soprattutto, la poderosa torre eretta nel XIII sec. Persino l’Archivolto Baliano che comunica con Piazza Matteotti, un tempo era chiamato dei Maruffi.

Al piano strada si nota una finestra chiusa da un’inferriata in ferro battuto proprio sul basamento in pietra dell’antica torre alta ben 40 metri. Due arcate ogivali tamponate e un grande pilastro ad angolo delimitano quella che un tempo era una loggia aperta. Sopra di essa sono presenti fregi e archetti in pietra e laterizio. Il primo piano nobile è in laterizio con archi di pietra bicroma, ormai tamponati. Verso l’angolo spunta una colonnina marmorea. Anche verso la torre al secondo piano risalta una colonnina mezza intonacata con un accenno di arco con cordonatura.

“In primo piano la Torre dei Maruffi, sullo sfondo in lontananza, quella degli Embriaco. Ognuna al suo posto sembrano osservarsi con reciproco rispetto”. Foto di Leti Gagge.

La rappresenta una metafora della città; se vuoi scoprirla, devi alzare lo sguardo. Se non la cerchi non la trovi.

La chiesa del Gesù…

In Piazza Matteotti, accanto al palazzo Ducale, si affaccia la chiesa insieme all’Annunziata, più importante del Barocco europeo, la . Dentro a questo edificio sono racchiusi capolavori secenteschi da far invidia a qualunque museo.

“Il fastigio sopra il portone che attesta le opere di ristrutturazione dei Gesuiti”.
“Statua di Sant’Ambrogio”.
“Statua di Sant’Andrea”.

In realtà il nome completo dell’istituto è chiesa dei Santi Ambrogio e Andrea. In origine venne costruita nel ‘500 d. c. dai vescovi milanesi in fuga dalla loro città minacciata dai longobardi.

“Le cupole interne affrescate in ogni cm. disponibile”.

Il Vescovo Onorato nel 569 trasferì la diocesi lombarda al sicuro fra le mura di Genova stabilendosi sul Brolio, accanto al piano di S. Andrea e intitolando la chiesa al patrono di Milano, S. Ambrogio. Circa un millennio dopo nel 1552, la chiesa passò nelle mani del più influente ordine del tempo, quello dei Gesuiti, la cui potenza e ricchezza erano in continua espansione. Dal 1589 assunse le forme ancora attuali, facciata a parte, che venne ridisegnata nel sec. XIX dopo la demolizione della cortina di protezione del palazzo Ducale (il palazzo ducale comunicava quindi non solo con San Lorenzo, la cattedrale, ma anche con la chiesa del Gesù, il fulcro del potere gesuitico) e la relativa risistemazione della piazza. I disegni del prospetto esterno realizzati da Rubens vennero dall’artista stesso inseriti nel suo celebre trattato sui palazzi di Genova.

La classica facciata sulla quale spiccano le due statue dei santi del 1894 del Ramognino non rende giustizia su quale sfarzo e opulenza vi si possa trovare all’interno:

“La navata affrescata dai ”.

Cupola e navata principale sono affrescati da Giovanni Carlone e Giovanni Battista Carlone, mirabilmente inserite in un contesto di decori, stucchi e ori abbaglianti. Sull’altare principale campeggiano “La Circoncisione di Gesù”, capolavoro di , “La Stage degli Innocenti” del Merano e “La Fuga in Egitto” di Domenico Piola.

“La Crocifissione del Vouet”.

Nella navata di destra, nella prima cappella, affreschi del Galeotti e il dipinto “S. Ambrogio caccia l’imperatore Teodosio” di Giovanni Andrea . Le statue delle nicchie sono del Borromeo e di Domenico Casella.

L’affresco della seconda cappella è opera di Lorenzo de Ferrari ed una “Crocifissione” del Vouet. Lunette dell’arco esterno affreschi e statue del Carlone e della sua bottega.

“Il Presepe dell’Orsolino”.

Sotto l’altare Tommaso Orsolino hanno scolpito un meraviglioso presepe marmoreo.

“Il Miracolo di Sant’Ignazio (di Loyola fondatore dell’ordine gesuitico) di Rubens”.

Sull’arco della terza cappella “L’Assunzione” di Guido , affreschi del De Ferrari ed altre statue dei De Ferrari.

“L’altare con la Circoncisione di Rubens”.

 

“L’Assunzione di Guido Reni”.

Dal lato opposto, nella quarta cappella della navata di sinistra “Il Martirio di S. Andrea” del Piaggio e di Andrea Semino, tela cinquecentesca, nella terza cappella gli affreschi del Carlone e “Sant’Ignazio guarisce un ossessa” di Pieter Rubens.

Nella seconda cappella “Il Martirio di San Giovanni Battista” di Bernardo Castello, “Il Battesimo di Cristo” di Domenico Passignano e statue rappresentanti Elisabetta e Zaccaria di Taddeo Carlone. Nella prima cappella affreschi di Lorenzo De Ferrari e il “San Francesco Borgia” di Andrea Pozzo.

Nella cantoria infine oltre all’organo, sono presenti sculture della bottega dei fratelli santacroce e altre opere di Domenico Fiasella e, nella cappella di testata a sinistra, di Valerio Castello.

“Bagliori e giochi di luce della Circoncisione”.

Non un solo centimetro risulta non stuccato, decorato, dipinto. Un trionfo di luci ed ombre con giochi di chiaroscuri mai visti prima, che trova il suo apogeo nella Circoncisione di Rubens. Il morbido e sensuale dipinto che sembra brillare di bagliori ultraterreni.

“Baccicin vattene a ca”…

Poco più di un secolo fa, all’inizio del ‘900, accanto al teatro “Garibaldi” v’era un piccolo caffè frequentato da un tale a tutti noto con il nome di “Baccicin de l’aegua”. Ovviamente si trattava di un soprannome ironico visto l’inesistente rapporto che il nostro eroe aveva con l’acqua alla quale preferiva senza dubbio alcuno il nettare di Bacco. Baccicin soleva spesso dire: “Se io fossi il conte Raggio, metterei i recipienti del vino sul tetto del palazzo, al posto delle cisterne dell’acqua. Pensate che bello, aprire il rubinetto del lavandino e veder venir giù del Barbera”.

Baccicin sovente brillo si appostava all’angolo dei vicoli di Via Garibaldi dove teneva comizi e sproloqui su qualsiasi argomento fino a che non veniva costretto dai vigili a sloggiare. “Se fuise u cunte Raggio non me mandiesci via..” rispondeva risentito al cantunè di turno e nell’allontanarsi barcollante verso la Maddalena canticchiava:

“O Baccicin vattene a ca, to moè  a t’aspeta.

Baccicin vattene a ca.

E a t’ha leasciou u lumme in ta scaa..”.

Il suo sogno era diventare ricco, ormai l’avete capito, come il conte Raggio per riempire di vino i recipienti del suo palazzo e per questo giocava al lotto tutto quello che, tra guadagni ed elemosine, riusciva ad arraffare qua e là. Non sapendo leggere chiedeva ai passanti di comunicargli la sequenza dei tre numeri estratti. Fu così che un giorno gli amici gli giocarono un brutto scherzo. Riuscirono ad impadronirsi del cappello del malcapitato dove era nascosta la ricevuta dei numeri giocati ed inscenarono un tiro mancino molto ben orchestrato alle sue spalle al quale presero parte diversi personaggi..

Uno sconosciuto con in bella vista il giornale “Il Balilla” interrogato dal Baccicin lesse, guarda caso, i numeri giocati dal poveretto che, superato il momento di incredulità, strappò dalle mani del tizio il giornale e corse euforico giù per il caruggio, irrompendo nel piccolo caffè dove tutti, a conoscenza dello scherzo, lo attendevano.

L’oste e gli avventori lessero e confermarono l’estrazione sulla ruota di . Baccicin era al settimo cielo e si precipitò al botteghino del lotto per riscuotere la sua agognata vincita. Lo scherzo era sfuggito di mano e chi l’aveva ordito già si era pentito quando vide il titolare della ricevitoria uscire trafelato mentre si tamponava il naso sanguinante. Ai presenti implorò, mentre si udivano i rumori della vetrina infranta e i tonfi di sedie e tavoli sfasciati, di fermarlo perché “u l’è mattu, acciapelu..”. Un vigile accorso per sedare la questione subì un calcione nelle parti “nobili” di un furibondo Baccicin al quale nulla potè impedire l’arresto con tanto di permanenza in Torre (Grimaldina) prima e in Pretura, poi.

La vicenda finì sulla bocca di tutti e persino il Balilla pubblicò una parodia del mancato vincitore. Oltre al danno anche la beffa da “macchietta” a “zimbello”.

Passarono gli anni e con essi anche la prima guerra mondiale e Baccicin, incurvato dagli anni e afflosciato dalle delusioni era ormai l’amara caricatura di se stesso. Continuò, fino all’ultimo dei suoi giorni a chiedere l’elemosina, bofonchiando una nenia incomprensibile, nella zona antistante il palazzo della Meridiana.

Quella nenia recitava: “O Baccicin, vattene a ca, o Baccicin vattene a ca…”