“Siano le vostre Mura inespugnabili”…

La leggenda narra che i genovesi eressero in soli otto giorni, 53 secondo altre fonti, le poderose mura della terza cinta muraria, quella del 1155 detta del Barbarossa.

In realtà si tratta di una metafora poiché ci vollero 8 anni e furono completate nel 1163. Devono il loro nome all’Imperatore Federico I di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero, dal quale i genovesi volevano proteggersi per difendere la propria autonomia.

Per finanziare la colossale impresa i denari pubblici non erano sufficienti. Perciò il Comune raccolse donazioni e finanziamenti di privati e prestiti di banchieri piacentini. Persino il l’Arcivescovo Siro II contribuì, in cambio di una considerevole somma, vendendo parte degli arredi sacri delle chiese della città.

La narrazione epica dei fatti è fornita negli “Annali” del Caffaro in cui il cronista racconta come le mura esistenti, quelle delle Grazie e della Marina, fossero state rafforzate.

“Uomini e donne tutti, in , non ristando, dì e notte, di portar pietra d’arena, avean le mura a tal punto avanzate in solo otto giorni, che qualsiasi altra città d’, pur con lode non sarebbe riuscita ad altrettanto”.

“Il tratto di Via del Colle che parte da ”. Foto di Leti Gagge.

Queste esistevano già prima dell’anno Mille. Il nuovo tratto saliva dal Molo fin sopra Campo Pisano e terminava, percorrendo Via del Colle, a Porta Soprana. (Vico Sotto le Murette e Via del Colle).

“Porta Soprana”.Foto di Leti Gagge.

Dalla torre sud della porta, riedificata per l’occasione, comincia il tragitto, oggi interrotto da un cancello, delle Murette.

“I trogoli in Salita della Coccagna”.

Queste si possono comunque raggiungere passando da Salita della Coccagna dove s’incontra la scaletta che conduce al camminamento.

“Le Murette col Portello in cima alla Salita della Fava Greca”. Foto di Leti Gagge.
“Mura del Barbarossa presso la facoltà di Architettura in Stradone S. Agostino”.

Nel primo tratto le abitazioni, ormai addossate alle mura, dal lato di levante impediscono l’originaria vista verso la valle del Rivo Torbido che scorre sotterraneo. A ponente si notano ancora, fra le altre, le case danneggiate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

“Camminamento sulle Murette nel tratto sopra il portello di Salita della Fava Greca.”
“I Trogoli del Barabino nei Giardini Baltimora  sovrastati dal tratto di Mura di Via del Colle”. Foto di Leti Gagge.

 

“Suggestivo tratto di Mura in Vico Noli, caruggio traversa di Via Ravecca”. Foto di Leti Gagge.

Valicato un piccolo dosso si apre un maestoso panorama sulla collina di Carignano dominata dalla Basilica di santa Maria dell’Assunta con il ponte vecchio di Via Ravasco, uno scorcio di mare e, a monte, dove un tempo v’era il quartiere della Madre di Dio, le palazzate di Piazza Dante e gli orribili Giardini Baltimora.

Proseguendo si varca l’archivolto della Fava greca, dal nome del diffuso legume simile alla cicerchia. molto usato, a quel tempo, nelle zuppe dove è possibile ammirare brani delle antiche mura senza la sovrapposizione successiva di case. Giunti in Via Ravasco, lungo le scalette, si notano i resti dell’antico acquedotto che percorreva ingegnosamente tutte le mura fino al Molo Vecchio.

“Le Murette nell’omonimo Vico nei pressi di Campo Pisano”.

Le Murette continuano col Vico San Salvatore che degrada verso Campo Pisano e il Vico, appunto, Sotto le Murette, fino ad unirsi alle Mura della Marina nei pressi della scalinata di Sant’Antonio e dell’omonimo oratorio.

“Tratto di mura fra il Colle e San Salvatore”. Foto di Leti Gagge.

Questo è quello che ancora oggi rimane dell’antico tracciato, il resto che non esiste più aveva un’altezza media di circa dieci metri, si dipanava da Porta Soprana.

Da qui raggiungeva una torre posta dove è l’attuale sbocco di Via XX, un tempo Via Giulia, con Piazza De Ferrari. Saliva per Piccapietra e la Torre Fiorente, posta a protezione del portello di Sant’Egidio, situata nell’attuale Via Vernazza, (fu dapprima inglobata nei vicini palazzi e infine demolita con lo sterro del colle e l’ampliamento di Piazza De Ferrari dopo il 1892) fino alla Porta di Sant’Egidio () e si congiungeva nell’odierna Piazza Corvetto con la Porta dell’Acquasola.

“Tratto imponente delle mura in Salita delle Battistine”. Foto di Leti Gagge.
“Le Mura di Salita delle Battistine inquadrate dal basso”. Foto di Leti Gagge.

Le Mura s’inerpicavano nei terreni oggi occupati dal Museo Chiossone nella Villetta Di Negro, dove raggiungevano all’altezza della Torre di Luccoli il punto più alto, scendevano lungo l’attuale Salita delle Battistine.

Dal Portello si saliva lungo l’attuale Salita Inferiore di San Gerolamo fino a raggiungere il Castelletto, oggi Piazza Villa.

“Il Torrione lato mare della ”. Foto di Leti Gagge.

Di qui scendevano per Salita della Rondinella fino a S. Agnese nel quartiere del Carmine e terminavano a Porta di S. Fede o dei Vacca.

“Porta dei Vacca vista dall’interno in Via del Campo”. Foto di Leti Gagge.

La cinta era dunque costituita da tre principali porte munite di poderose torri: Porta Superana o di S. Andrea (Piano di S. Andrea), Porta Aurea o di S. Egidio (Piccapietra), Porta Sottana, dei Vacca o di S. Fede (Darsena).

“La Porta Aurea in Piccapietra”.
“Porta Castri in S. Croce”.
“Il Portello di Pastorezza visto dall’esterno”.Foto di Leti Gagge.

Esistevano anche tre porte minori fornite di torretta: Portello (Piazza del Portello), Pastorezza (Largo della Zecca) e S. Agnese (Nunziata)e, infine, di due varchi minori Castello o S. Croce, (Sarzano dalla chiesa di S. Croce) e Murtedi (Largo Lanfranco, S. Caterina), privi di torrioni.

“Il Portello di Pastorezza visto dall’interno”. Foto di Leti Gagge.

Dalla Porta Soprana  la nuova cinta muraria ampliava notevolmente la porzione di città racchiusa in essa, rispetto a quella precedente del IX sec. più che duplicata racchiudendo un territorio di 55 ettari.

Invitato all’inaugurazione Papa Alessandro II esclamò: “Siano le vostre Mura inespugnabili come lo sono i vostri cuori”.

Il risultato fu più che soddisfacente e legittimo l’orgoglio dei genovesi per l’impresa compiuta. Tanto è vero che ancora Caffaro annotò: “l’impeto di tutta Italia e Alemagna, purché non fosse contrario Iddio, non vi avrebbe dischiuso un passo”.

Il Reliquiario di San Prospero…

Nell’anno del Signore 711 Prospero Arcivescovo di Tarragona con il suo seguito fu costretto a fuggire dalla sua terra d’origine a causa dell’invasione araba che stava interessando tutta la regione.

L’alto prelato spagnolo portò con sé le ceneri di quello che era stato il primo Vescovo della sua città: San Fruttuoso.

Secondo la tradizione infatti, un angelo guidò i fuggiaschi fino a Camogli, in Liguria, ove trovarono riparo in un’insenatura; la grotta, nascosta dalla vegetazione e ricca d’acqua grazie alla presenza di una sorgente, fu scelta quale dimora dalla piccola comunità che vi edificò una chiesuola.

“Il Monastero di San Prospero sopra ”.

Prospero morì alcuni anni dopo proprio a Camogli, secondo la leggenda esattamente nel luogo ove nel XIX secolo fu edificato il grande monastero a lui dedicato.

“La chiesa Vecchia o Millenaria della Ruta di Camogli”.

I resti dell’antica chiesetta sarebbero stati individuati nella piccola località di Chiesa Vecchia, sulle alture del borgo ligure.

Nella basilica dell’Assunta è invece conservato uno strepitoso reliquiario cinquecentesco che ospitava le ceneri del santo.

“La spiaggia di Camogli con la Basilica dell’Assunta che domina l’isola”.

Nelle varie cappelle della chiesa sono custodite numerose opere d’arte. Meritano menzione fra le altre; il Crocifisso con i santi Prospero e Caterina d’Alessandria e la pala d’altare raffigurante la scena della celebre Pesca miracolosa con San Pietro e San Fortunato (sopra le reliquie del santo), entrambe di Bernardo Castello; la pala con la Vergine col Bambino, Santa Caterina e San Giovanni, di Domenico Fiasella; le statue dei santi Pietro e Paolo di Francesco Schiaffino.

Ma nella penombra dell’altare intitolato a San Prospero colpisce la purpurea quinta della teca che fa da sfondo ad un capolavoro di alta oreficeria. Si tratta appunto del prezioso reliquiario argenteo realizzato nel 1514 dal maestro orafo di Albenga Domenico De Ferrari per accogliere i resti del santo.

“L’Isola che non c’è… più”

Camogli è uno dei borghi più suggestivi e affascinanti della Liguria, un luogo magico e ricco di storia, dove realtà e leggenda si fondono mirabilmente in un contesto inimitabile. Oltre ai racconti che ruotano intorno all’origine del suo etimo mi ha sempre incuriosito, ad esempio, la vicenda legata all’isola che c’era e che ora non c’è più, facendo riaffiorare alla mia mente i versi di una  celebre canzone, “L’Isola che non c’è”, di E. Bennato.

“Seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino
non ti puoi sbagliare perché,
quella è l’isola che non c’è”…

“La targa della via che ricorda l’antico toponimo”.

Osservando la piazzetta antistante la chiesa di Santa Maria Assunta che precede la salita al castello si può intuire quanto descritto dalla maiolica, posta sul sagrato della basilica, che raffigura nel 1518 proprio come se fosse un’isola!

“Arrampicato sullo scoglio ”.
“La spiaggia principale di Camogli con sullo sfondo la basilica di S. Maria Assunta”.

Tra il percorso del lungomare ed il porto è stato eretto un alto palazzo che, imitando l’architettura veneziana, non ha fondamenta ed è stato costruito su un lembo di mare. Un’imponente edificio che funge quasi da scenografica quinta teatrale per confondere il distratto osservatore. Effettivamente questa struttura sembra dilatare il continente quando in realtà il castello, la chiesa e le abitazioni che ne fanno da cornice, formavano una vera e propria isola, collegata alla terraferma con una stretta passerella di legno.

Nella sua opera “Descriptio orae ligusticae” lo storico ed umanista Jacopo Bracelli, descrive così Camogli nel 1448:
“Camuglio è un borgo antico composto in prevalenza da pescatori e marinai ed è difeso da un castello. Vista dal mare Camuglio, la contrada tutta non solo quella che è presso il mare, ma quanto le sue valli e i suoi colli, è pieno di bellissime case e di altri vaghi e belli palazzi, tale che navigando questa costiera, pare che tutta la contrada sia una bella città.
Da Camuglio comincia un capo che è dedicato a San Fruttuoso. Nelle sue acque c’è tanta pescosità di pesce ed inoltre dai monti che sono alle sue spalle se ne ricava legname che serve per costruire alberi e fasciame per le navi della Repubblica, al cui prestigio marinaro uomini di Camogli vi sono imbarcati ed abili costruttori lavorano per le flotte genovesi e della Toscana.”

 

“Il Castello della Dragonara”.
“La Croce di San Giorgio sventola orgogliosa sul torrione del castello”.

Era costituita da un sistema difensivo di fortificazioni di cui il principale componente era il Castel Dragone o della Dragonara di cui si hanno notizie fin dal 1130. Sull’isola si trovano anche un altro piccolo baluardo, il Rivellino e la chiesa di Santa Maria Assunta, sorta per assistere religiosamente i militari di stanza al castello e la popolazione che si rifugiava entro le mura dell’isola per difendersi dalle razzie dei corsari o dagli attacchi delle fazioni nemiche del governo genovese da cui dipendeva Camogli.

“La scogliera su cui si staglia il castello”.

Il paese faceva parte del territorio della Repubblica di Genova che nei secoli XIV e XV  patì un periodo di tribolate vicissitudini governative a causa del bellicoso alternarsi al potere delle famiglie nemiche.

Per questo motivo il Castel Dragone fu oggetto di numerosi attacchi e subì in svariate occasioni gravi danni, a tal punto da essere a più riprese, parzialmente distrutto e ricostruito.

La scomparsa, o meglio la trasformazione dell’isola, avvenne dopo la prima metà del XV secolo quando si decise di unirla alla terraferma.

“La competizione tra il mare e il tempo trova a Camogli il suo naturale palcoscenico”.

Venne così a formarsi una piccola spiaggia di 50 metri di lunghezza e di 30 metri di larghezza sulla quale durante l’inverno le imbarcazioni camogliesi utilizzate nella pesca e nei commerci venivano tirate a secco e messe al sicuro.

“Vista dall’alto si può facilmente immaginare la morfologia dell’isola”.

Con un piccolo sforzo d’immaginazione vi troverete aggrappati ad uno scoglio accarezzato dal mare nella Camogli del ‘500 e, come d’incanto, l’isola che non c’è si materializzerà davanti ai vostri occhi e sotto i vostri piedi.

“Forse questo ti sembrerà strano
ma la ragione
ti ha un po’ preso la mano
ed ora sei quasi convinto che
non può esistere un’isola che non c’e.

se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse ancora più pazzo di te!”.

Il Castello Türke…

Si staglia imperioso sul Capo di S. Chiara a dominare la spiaggia di Sturla e il Borgo di Boccadasse. Il castello Türke venne eretto nel 1903 dall’architetto fiorentino già progettista, fra le altre, di opere assai apprezzate quali il castello Mackenzie prima e quello Bruzzo poi.

Il successo riscontrato per questo suo fiabesco immaginare gli valse numerose committenze da parte della più ricca borghesia cittadina. Sua, ad esempio, anche la firma sulla villa che porta il suo nome in Via Rossetti nel quartiere di Priaruggia e, soprattutto, sulla scenografica e faraonica realizzazione dell’Expo d’Igiene Marina e Colonie del 1914 in occasione della quale, tra Piazza della Vittoria e Piazza Verdi, ideò una vera e propria città nella città.

“Il Castello, visto dal mare, domina il Capo di S. Chiara”.

Per quanto concerne il castello di Sturla la forma adottata è un miscuglio di linguaggi, detto “floreale” in cui si armonizzano diversi stili; dal borghese al moresco, dall’assiro babilonese al medievale, con citazioni del Palazzo della Signoria della natia Firenze, fino al gotico e al neoclassico.

Il Castello Türke, o “del Turco” come comunemente identificato dai residenti del luogo, fa ormai parte di uno degli scorci paesaggistici più suggestivi della città.

“O caroggio do fi u nu va ciù dritu a San Loenso”…

Carrubeo Fili questo era il suo antico nome. Il toponimo trae origine dalla zona dove fino al XIV sec. si lavorava il lino. Nel 1400 vi si stabilirono anche le botteghe dei copisti, gli artigiani che riproducevano i manoscritti su pergamena decorandoli con preziose miniature.

Per secoli, prima del riassetto urbanistico iniziato nel 1835, il vicolo si dipanava in salita, districandosi in un dedalo intricato di caruggi, fino a pochi metri dalla porta di destra della cattedrale. La sistemazione del quartiere si era resa necessaria sia per fornire il duomo di una piazza degna di tal nome, che per dare adeguato sfogo alle merci che transitavano in Piazza Caricamento.

Ebbe così origine, in quell’epoca, il celebre detto “O caroggio do fi u nu va ciù dritu a San Loenso”, ovvero il caruggio del filo non va più dritto in San Lorenzo, ad indicare che a volte, purtroppo, le cose vanno storte e non più dritte come ai bei tempi.

“Edicola di all’incrocio con Vico Cinque Lampadi”.

Dell’antico percorso oggi rimane traccia fino al punto in cui, a pochi passi da San Lorenzo, il caruggio gira a sinistra spegnendosi nel loggiato di Palazzo Cicala.

“Cacao Meravigliao…”

Proveniente dal nuovo mondo il cacao, per la prima volta, venne importato da , durante il suo quarto viaggio nel 1502. L’esploratore ne fece dono, insieme ad una piantagione del frutto, all’imperatore di Spagna che però non seppe che farsene.

Rimase questo episodio isolato perché è solo con il Conquistador Hernan Cortès che, a partire dal 1519, la pianta venne importata con maggior frequenza nel vecchio continente divenendo prodotto di smercio quasi esclusivamente spagnolo.

“Le invitanti vetrine di in Via Fiasella”.

Il primo carico documentato di cioccolato verso l’Europa a scopo commerciale viaggiò infatti nel 1585 su una nave dal porto di  Veracruz, in Messico, a quello di . Qui infatti aveva sede il Reale Consiglio delle Indie, l’organismo attraverso il quale la corona spagnola controllava tutti i traffici commerciali, l’amministrazione, gli aspetti militari e religiosi delle proprie colonie d’oltre oceano. Snodo logistico di tutte le movimentazioni merci divenne il porto di Cadice dove, come del resto a , i Genovesi registravano una forte e ben radicata presenza.

Il cioccolato veniva sempre servito come bevanda, ma gli europei e in particolar modo gli ordini monastici spagnoli, depositari di una lunga tradizione di miscele e infusi, ci aggiunsero la vaniglia e lo zucchero per correggerne la naturale amarezza e tolsero il pepe e il peperoncino, aromi con cui invece gli indios erano soliti consumarlo.

A cavallo fra ‘500 e ‘600 il cacao fu probabilmente importato in , e precisamente in Piemonte, da Caterina, figlia di Filippo II di Spagna, che sposò nel 1585 Carlo Emanuele I, duca di Savoia. Nel Seicento il cacao arrivò in Toscana e in Veneto. Per questo motivo le prime città a produrre il cioccolato furono nel 1606 Torino, Firenze e Venezia.

Nel 1615 Anna d’Austria, sposa di Luigi XIII, introdusse il cioccolato in Francia dove fra il 1659 e il 1688, l’unico cioccolataio presente a Parigi fu David Chaillou.

Nel 1650 il cioccolato venne commercializzato anche in Inghilterra. A Oxford si iniziò a servire il cioccolato negli stessi locali in cui si serviva il caffè.

In Italia risale al 1678 la prima autorizzazione concessa dalla Casa Reale Sabauda “a vendere pubblicamente la cioccolata in bevanda”.

“Quelle di Tagliafico in Via Galata”.
“La rinomata Pasticceria Svizzera in Via Albaro”.

Nel XVII secolo divenne un lusso diffuso tra i nobili d’Europa.  Gli olandesi, abili navigatori e mercanti, strappano agli spagnoli il controllo mondiale e il predominio commerciale del cacao.

 

Nacquero così, nel secolo successivo, presso la gaudente Venezia le prime botteghe di caffè, gestite da ebrei che, come quelle presenti a Oxford, offrivano anche la cioccolata.

Alla fine del XVIII secolo fu inventato a Torino dal maestro cioccolatiere Doret il primo cioccolatino da salotto. Nell’ottocento la tradizione del cioccolato era talmente radicata a Torino e in Piemonte che gran parte dei cioccolatai attivi in Italia come, ad esempio, Gay-Odin a Napoli e la Bottega del cioccolato a Roma, erano originari di questa regione.

Nel 1802 un genovese, tal Bozzelli mise a punto uno strumento idraulico per raffinare la pasta di cacao e miscelarla con zucchero e vaniglia.  Nel 1819 sul lago di Ginevra Francois-Louis Cailler elaborò un composto morbido che gli permise di ottenere per primo un prodotto destinato a rivoluzionare la storia del cacao: la tavoletta di cioccolato.

In realtà furono gli inglesi, l’anno successivo, a perfezionare il procedimento dell’artigiano svizzero e a produrre per primi su larga scala l’innovativo prodotto.

“L’irresistibile assortimento della pasticceria D. Villa,oggi , in Via del Portello”.

Nel 1826, sempre a Torino, Pierre Paul Caffarel iniziò lo smercio di cioccolato in grandi quantità grazie a una nuova macchina capace di produrre oltre 300 kg di cioccolato al giorno. Nel 1828 l’olandese Conrad J. van Houten brevettò un metodo per estrarre il grasso dai semi di cacao trasformandoli in cacao in polvere e burro di cacao. In virtù di questo procedimento chimico, attraverso il quale moderavano il gusto amaro del cacao, gli olandesi acquistarono grandi  fama e prestigio.

“Ancora Profumo con una sua vetrina in allestimento dedicata al cacao”.

Nel 1852 a Torino Michele Prochet cominciò a miscelare cacao con nocciole tritate e tostate creando la pasta Gianduia che verrà poi prodotta sotto forma di gianduiotti incartati singolarmente.

Nel 1875  con l’aiuto di un giovane commerciante di cibi per l’infanzia di nome Henri Nestlè, gli svizzeri scoprirono come rimuovere l’acqua presente nel latte ed eccelsero nella produzione di cioccolato al latte.

 

Nel 1879 Rudolph Lindt infine inventò il processo chiamato “concaggio” che consisteva nel mantenere a lungo rimescolato il cioccolato fuso per assicurarsi che la miscelazione fosse omogenea e armonica. Nacque così, prodotto con questo metodo, “cioccolato fondente”.

in Vico dei Castagna”. Foto di Bruno Mangini.

Fu dopo la metà dell’Ottocento che si impiantarono le prime fabbriche italiane di cioccolato, le ancor oggi famose Caffarel, Majani, Pernigotti, Venchi e Talmone. La crescente diffusione del cioccolato fece sì che nel secolo scorso ne fosse introdotta la produzione a livello industriale grazie a grandi aziende come: Perugina, Novi, Peyrano, Streglio, Unica e Ferrero.

“Scorcio del retrobottega con gli arredi di una volta”.

E ?

Se un genovese Colombo importò per primo il cacao e un genovese, sempre per primo, inventò un macchinario per migliorarne la produzione, la nostra città non può mancare all’appello.

La presenza dell’arte pasticcera a Genova è documentata già dal 700. Ne sono golosa testimonianza i nomi dei caruggi di “ Vico del Cioccolatte”, “dello Zucchero”, della “Fragola” nella zona del Carmine.

“Uno dei negozi di Panarello. Qui quello di Corso Buenos Aires”.

E’ il tempo in cui nascono prestigiose botteghe come Romanengo nel 1780, Pasticceria Villa, poi Profumo, nel 1827, Klainguti nel 1828, Preti nel 1851, la settecentesca Liquoreria Marescotti, rilevata dalla famiglia Cavo a fine ‘800 e Panarello nel 1895.

Anche nell’arte del cioccolato i genovesi vantano una solida e radicata tradizione. Sul finire dell’ottocento la Superba annoverava infatti ben 45 imprese artigiane cioccolatiere. Per numero e qualità nulla avevano da invidiare ai celebrati maestri piemontesi.

“L’ingresso del laboratorio di in Via di Santa Zita”.

Per nostro gaudio la favola continua, golosa più che mai, grazie a  Viganotti, dal 1866 presente in Vico Castagna, a Tagliafico, in Via Galata dal 1890, alla Pasticceria Svizzera dal 1910 in Via Albaro, a Buffa in Via Fiasella dal 1932 e a Zuccotti in Santa Zita dal 1933.

“I sacchetti appesi prima di essere consegnati sembrano fagotti in attesa della cicogna”.
“Antico macchinario del laboratorio Zuccotti”.

Artigiani, anzi artisti, che con la loro passione e perizia mantengono alto l’orgoglio e l’umore nelle nostre feste.

Le Mura Nuove… seconda parte…

 

Nel 1637  in seguito all’elezione della Madonna a Regina della città, il Senato deliberò che la Vergine apparisse  affiancata dal motto “et rege eos” sugli stemmi e monete della Repubblica, sullo stendardo di palazzo Ducale e sulla galea Capitana della flotta.

“La Madonna  Regina conservata nell’atrio di Palazzo San Giorgio. La statua in origine posta sulla fu scolpita da Bernardo Carlone”.

Con l’ampliamento secentesco le mura che proteggevano la costa vennero rinforzate con nuovi bastioni e, oltre la porta di san Tommaso, prolungate. Racchiudendo all’interno della cinta la Villa del Principe a quell’epoca ancora all’esterno del recinto fortificato, le ripercorrevano tutto il litorale fino a Capo di Faro, ove si saldavano.

Dal vertice del Peralto, ove venne eretto il Forte Sperone le mura scendevano a ponente in direzione sud-ovest in linea retta fino al l Forte Begato, di qui con una lieve deviazione continuano a degradare lungo la strada che ne porta il nome “mura al forte di Begato”.

”.

Sopra a via Bartolomeo Bianco, furono invece le mura di Granarolo a dare il nome alla strada che le che le costeggiava e sulle quali si apriva l’omonima porta, disegnando un piccolo tratto arcuato verso l’esterno della cinta sino a raggiungere, ai limiti del colle di Promontorio, il baluardo di Forte Tenaglia.

 

Di qui la cinta prendeva direzione sud, proseguendo lungo via di Porta Murata, fino alla e le contigue mura omonime che correvano sopra una strada non a caso chiamata via sotto le mura degli Angeli. Il tratto terminava in via Giovanni B. Carlone che correva lungo lo scavo del colle di San Benigno.

All’epoca delle mura Nuove, sopra la zona che porta lo stesso nome e dove oggi trovano posto attività portuali e di transito, come piazzale San Benigno e la Camionale di epoca fascista, esisteva infatti un possente costone roccioso che ospitava la chiesa ed il convento di San Benigno, demoliti nell’Ottocento per costruirvi due grandi caserme, anch’esse poi scomparse negli anni trenta del Novecento per lo sbancamento dell’intera collina.

“La vecchia Porta della Lanterna”.

Il colle precipitava bruscamente in quel tratto ancora esistente sul quale sorge la torre del faro, e sul suo crinale proseguivano le mura di che ne seguivano l’intero profilo fino a congiungervisi con la porta detta, appunto, della Lanterna, il cui prospetto di ordine dorico fregiato, opera del carrarese Ponsanelli, fu sostituita, a seguito di nuove esigenze di circolazione nel 1831 dalla cosiddetta Porta Nuova. Il nuovo accesso era caratterizzato da una struttura a doppio fornice scavata direttamente nella roccia e dotata di un ponte levatoio per ciascuna entrata.

“La nuova Porta della Lanterna”.

La vecchia porta venne definitivamente demolita nel 1877 per ragioni di viabilità ma anche la nuova, superata dai tempi e dagli sbancamenti del 1935, fu dismessa.
La sua facciata esterna venne conservata e ricollocata a ridosso della Lanterna.

Scendendo lungo i crinali di levante, la situazione delle mura nuove presentava all’incirca, con un andamento speculare, lo stesso schema.

“Porta delle Chiappe”.

Dopo un breve tratto di mura in direzione sud ma leggermente inclinato verso levante, s’incontrava il forte Castellaccio posto nel punto in cui le Mura prendevano una lieve deviazione verso l’esterno del tracciato, dando in successione nome alle vie che le costeggiavano, Mura del Peralto, delle Chiappe (o di San Simone) sulle quali si apre un varco che porta il medesimo nome, di Sant’Erasmo e, dopo la , un rettilineo interrotto da un breve tratto convesso in direzione nord est in corrispondenza dell’omonimo tratto di Mura.

Nei pressi dei tornanti di via Cesare Cabella, le Mura di San Bernardino, divise dalle precedenti dal Forte di Multedo, disegnano un arco che porta le mura in direzione sud-sud ovest a metà del quale si apre la Porta di San Bernardino.

 

“Porta di San Bernardino”.

L’ultimo tratto oggi esistente ed intuibile in mezzo alla disordinata urbanizzazione della parte terminale delle mura nuove è quello delle mura dello Zerbino che terminano nei pressi di via Imperia, sopra la massicciata della Stazione di Genova Brignole.

Lo sbancamento della collina di Montesano per la realizzazione della stazione ferroviaria necessitò della distruzione dell’ultimo tratto collinare di mura e la realizzazione di piazza della Vittoria determinò l’eliminazione di uno dei tratti più imponenti e suggestivi delle mura nuove. Erano le fronti Basse, un unico immenso terrapieno che correva, coi suoi bastioni, per un rettifilo che, dal luogo occupato oggi dalla stazione, si portava fino ai bastioni del Prato, presso l’attuale via Brigata , nei pressi del Liceo D’Oria.

Su questo magnifico esempio di architettura bellica, di cui vennero rinvenute tracce durante la realizzazione nel 1991 del parcheggio sotterraneo di piazza della Vittoria (solo parzialmente conservate, altre fondamenta restano sotto i giardini di piazza Verdi), si aprivano due porte, quella della Pila, in fondo a via Giulia (cancellata per la realizzazione di XX Settembre) ed oggi conservata sopra al muraglione realizzato dopo il taglio della collina di Montesano, e in fondo a via San Vincenzo.

I numerosi e ripetuti, nel tempo, riempimenti a mare necessari allo sviluppo delle attività portuali hanno cancellato quello che per secoli ha rappresentato l’imprescindibile quinta di Genova, ancora oggi intuibile, dell’abbraccio fra i  monti e il  mare.

 

 

 

Le Mura Nuove… prima parte…

… storia di un’impresa faraonica…

A seguito delle ripetute minacce di invasione perpetuate da Carlo Emanuele I di Savoia e da Luigi XIII di Francia i serenissimi decisero di dotare la città di una nuova cerchia di mura, rafforzando, dove opportuno quella esistente. Ad appena un anno dal fallito attacco del 10 maggio 1625 delle forze franco-piemontesi (durante il quale l’esercito Sabaudo non riuscì a tener testa alla strenua resistenza dei valligiani polceveraschi al passo del Pertuso, (dove a ricordo dell’avvenimento fu in seguito eretto il santuario della Vittoria), il governo della repubblica diede il via libera all’opera, inaugurata con la posa della prima pietra, il 7 dicembre 1626.

A tutti fu chiaro quanto il vecchio sistema di difesa murario fosse ormai inadeguato ed insicuro. I Padri del Comune deliberarono così il nuovo, ambizioso e faraonico progetto delle per la cui gestione venne creato l’apposito e omonimo magistrato.

Nonostante Il Doge Andrea avesse incaricato il nobile Giacomo Lomellini che, per tre anni, assolse con zelo il suo compito, inizialmente i lavori stentarono a prendere il via.

si trovava nella posizione che oggi corrisponde all’incrocio fra Via Fiume e Via XX settembre”.

Rinnovato impulso e slancio scaturì dalla fallita congiura ordita dal Vacchero nel 1628. La nuova e quasi definitiva mappa sarà però approvata solo nel marzo del 1630 presentando ancora varie soluzioni aperte per il fronte del Promontorio presso l’attuale forte Tenaglia. L’incarico di dirigere i lavori della fabbrica venne affidato ad  Ansaldo De Mari e, Architetto Capo, investito il comasco Bartolomeo Bianco.

Venne messa in piedi, con la collaborazione di tutta la cittadinanza, una macchina organizzativa molto efficiente: furono istituiti i ruoli di “Soprastanti”, “Sindaco” e “Commissari”.

I primi avevano il compito di sorvegliare e giudicare i lavori dati in appalto alle varie imprese controllandone qualità e conformità. I secondi si occupavano di gestire le questioni legali ed amministrative inerenti al personale che, a vario titolo, lavorava nella “Fabbrica”, con i fornitori dei materiali e rispondevano per l’operato ai contribuenti dell’erario. I terzi eletti in 21 membri fra i nobili erano destinati ad altrettanti cantieri sparsi qua e là verificandone lo stato dell’arte”. L’opera venne suddivisa in 22 lotti.

in San Vincenzo”.

I varchi di accesso vennero così stabiliti: Una porta principale sul Bisagno fra due baluardi, Porta Pila, una porta principale presso Capo di Faro, la Lanterna, un portello in Piazza degli Angeli , uno presso la chiesa di San Simone, uno presso la chiesa di San Bernardo superiore, un portello presso San Bartolomeo, un portello presso Porta Romana, un portello a San Lazzaro, un portello davanti ai giardini del Principe. Le vecchie porte di accesso al porto del Molo, Cattanei, Mercanzia, Reale, Spinola e Calvi, furono inglobate.

“Porta di San Bartolomeo sotto il castello Mackenzie”.

Persino il clero partecipò stipulando una polizza decennale per la contribuzione all’opera : 10 soldi per ogni mina di grano e 20 per ogni mezzarola di vino. Il perimetro delle nuove mura venne calcolato per una lunghezza di 49000 (circa 19 km) palmi ad un costo di 410000 scudi d’oro.

Per favorire il reclutamento della manodopera necessaria venne intimato ai consoli dei mestieri minori di individuare il numero di artigiani che potesse garantire la sussistenza del relativo mestiere e di dirottare le risorse in esubero ai cantieri.

Pena pesanti multe anche la forza laboro destinata ad attività private venne ridotta in maniera drastica per non sottrarre utili risorse all’ambizioso progetto comune.

Le lastre che furono utilizzate, chiamate “ciappe” provenienti dalla chiappella della zona di San Benigno, non erano però sufficienti. Si ricorse così alla sabbia delle spiagge, per il cui trasporto vennero requisiti quasi tutti gli animali da soma causando inevitabili disagi alle attività agricole.

“Il tracciato delle Mura Nuove”.

Le calci erano prodotte nelle fornaci di Sestri Ponente e Cogoleto. Venne studiato nei minimi dettagli un ingegnoso sistema di approvvigionamento idrico, costituito di cisterne canali e condotte che potesse fornire acqua in loco. Per sfamare e attrezzare le migliaia di operai vennero istituiti forni pubblici per la distribuzione del pane e incentivate le attività artigianali dei fabbri. Venne istituito un apposito magistrato che  si occupasse della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e, soprattutto, che sapesse gestire la variabile delle frequenti epidemie.

Padre Fiorenzuola, il celebre architetto a cui era stata richiesta consulenza in fase di progettazione nel 1633, ad opera ormai compiuta, espresse tutta la sua soddisfazione e ammirazione.

continua…

 

 

 

 

 

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“Il Monte della Morte”…

Alle spalle di Rapallo si staglia il Monte , Monte Allegro poi, per contrazione, . Si eleva a 612 metri sul livello del mare dominato dall’omonimo, al quale deve il nome, santuario.

Dagli atti medievali si evince infatti, non comparendo la nomenclatura “Monte Laethus” né “Mons Alegrus”, che l’origine più plausibile  dell’etimo sarebbe riconducibile proprio all’apparizione della Madonna al Chichizola.

Il tempio venne eretto per celebrare la visione della Vergine al devoto contadino avvenuta il 20 luglio 1557 su quello che, nelle antiche mappe, era noto come il Monte Letho, il “Monte della Morte” così chiamato per via delle letali imboscate che vi tendevano i briganti della zona.

Agli incauti viaggiatori di fronte alla scelta “o la borsa o la vita”, non restava altro che, per salvare la pelle, farsi depredare.

Ma molti secoli prima, al tempo in cui Rapallo, ostile a Roma, si chiamava Tigullia o Tigultia ed era la roccaforte della resistenza della tribù ligure dei Tigulli, fu teatro di un epico scontro.

Si narra che, proprio su questo monte vi fu una sanguinosa imboscata contro i romani, avvenuta nel 574 anno di Roma, in cui perse la vita addirittura il Console di Roma Quinto Petilio. A partire da quell’episodio il monte Letho tradotto in “Laetus”, (lieto, allegro) divenne “Letus “ (morte), il Monte della Morte.

A raccontarlo è lo storico Tito Livio che annota come il console Petilio pose il suo accampamento di fronte al monte Balista ed alla sommità del monte Leto nel punto in cui, grazie ad una dorsale, si congiungevano l’uno con l’altro. Dove la storia perde le tracce, il mito si sa, intesse la sua trama.

Qui, secondo la leggenda infatti, avrebbe avuto luogo lo scontro dove persero la vita 500 valorosi guerrieri liguri e circa 2500 soldati romani, compreso, appunto, lo stesso console Petilio.

La battaglia si sarebbe svolta nel 574 ab urbe condita che corrisponde al 179 a.C. dell’era cristiana.

Se sulla veridicità dell’attacco non vi sono dubbi, non tutti gli storici concordano sulla località; secondo alcuni studiosi la scena della carneficina si sarebbe svolta in realtà sull’Appennino, al confine tra e Toscana.

Monte Lieto, Allegro per gli antichi, poi Leto, della morte dal tempo dei Romani fino ai briganti medievali, di nuovo Allegro, anzi Montallegro per i fedeli cristiani.

“L’oro a Genova viene sepolto”…

“Monete d’oro”.

A testimonianza del prestigio e delle ricchezze accumulate dalla Superba in seguito alla scoperta dell’America e, soprattutto, in virtù dell’alleanza stipulata con i reali di Spagna, in tutte le corti si diffuse questo assai pragmatico modo di dire:

“ (l’oro) nasce onorato nelle Indie (occidentali)
da dove la gente lo accompagna
viene a morir in Spagna
ed è seppellito a .

Un’altra versione più sintetica rimanda allo stesso concetto:

“(l’oro) nasce in America, cresce a Valencia, viene sepolto a Genova”.

“Un’ immagine tardo cinquecentesca di adagiata sul Guadalquivir”.

I , gli e i furono fra i principali sostenitori finanziari dell’impero di e delle sue relative campagne militari.

Nel “Secolo dei Genovesi” costoro per  fama, prestigio e potenza  si posero sullo stesso influente piano dei grandi banchieri sassoni, ebrei, nordici e tedeschi come i ricchissimi e Welser, tessendo le fila dell’economia mondiale del loro tempo.