Le Ceneri del Battista

Le ceneri del Battista giunsero a Genova nel 1098 portate in patria da Guglielmo Embriaco di ritorno dalla presa di Cesarea durante la prima Crociata. Il conquistatore di Gerusalemme infatti le aveva prese in un convento di monaci greci presso la città di Myra in Licia in Asia Minore (attuale Turchia). In realtà secondo quanto tramandato da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” obiettivo dei genovesi, anticipati di circa un decennio dai baresi, sarebbero state le reliquie di San Nicola. Narra la leggenda che sulla via del ritorno la flotta genovese rischiò, a causa di una forte tempesta, il naufragio. Solo quando i resti del Santo, precedentemente ripartiti fra le galee del convoglio, su consiglio del prete di bordo, vennero riuniti sotto la custodia unica sulla capitana di Oberto Da Passano responsabile della spedizione, il mare si placò e i nostri eroi rimpatriarono sani e salvi.

L’Embriaco consegnò le spoglie di San Giovanni sulla spiaggia di Caput Arenae e le affidò, prima di essere trasferite in Cattedrale, ai prelati di San Giovanni di Prè (la futura Commenda).

“Le sacre ceneri del Precursore

dell’Oriente a trasportate

a questa spiaggia di Capo d’Arena,

accorsa l’intera popolazione della città

si vide l’anno di Gesù 1098”.

Così recitava l’epigrafe della lapide marmorea affissa fino al 1840 nell’Oratorio di San Giacomo al n. 36 di Piazza della Commenda e successivamente trasferita in San Bartolomeo dell’Olivella nel quartiere del Carmine.

“Il quadro del 1655 di G.B. Carlone nella Cappella dogale di Palazzo Ducale. Dettaglio della consegna delle ceneri.”.

Da allora ogni 24 giugno, retaggio di miti pagani legati al vicino solstizio estivo, mischiati con la dottrina cristiana, il Santo viene celebrato portandone in processione le reliquie. In quell’occasione in suo onore si bruciano falò con lo scopo di illuminare, chiara reminiscenza pagana, le tenebre per esorcizzare streghe e demoni.

Un culto quello del Precursore buono per tutte le occasioni, in particolare come poliedrico antidoto contro le calamità naturali quali terremoti, pestilenza, carestie, fortunali e disgrazie varie. In queste nefaste circostanze narrano infatti gli Annali che i genovesi lo accompagnavano in processione sul luogo della sventura e miracolosamente il mare si placava, l’incendio veniva domato, la carestia scongiurata e la peste guarita.

“La Cappella di San Giovanni all’interno della cattedrale di San Lorenzo”.
“L’”.

Le ceneri di San Giovanni sono conservate in Cattedrale nell’omonima quattrocentesca Cappella e venivano ricoverate all’interno di una preziosa cassa detta del “Barbarossa” dal nome dell’imperatore alemanno che nel 1178 ne aveva fatto dono alla “Dominante”, la Signora del Mare. Nel ‘400 venne commissionata dal Capitolo di San Lorenzo la sfarzosa ancora oggi in uso, capolavoro di alta oreficeria tardo gotica europea.

“L’Arca processionale quattrocentesca”.
“Il Piatto in calcedonio”.

Le preziose  Arche e il piatto in calcedonio che avrebbe accolto la testa del Santo, donato da Papa Innocenzo VIII, sono solo alcuni dei sensazionali pezzi custoditi all’interno della cripta del Tesoro di San Lorenzo.

Le Catene di Porto Pisano

Sulle pareti all’interno del chiostro di San Matteo, insieme alle numerose lapidi che attestano il prestigio acquisito nei secoli dal casato dei D’Oria, è affissa la copia del bassorilievo del 1290 che raffigura Porto Pisano. Si tratta di una preziosa testimonianza di quel 23 agosto giorno in cui, Corrado D’Oria al comando della sua flotta, violò la roccaforte toscana interrandone definitivamente il porto.

Al centro spiccano le due torri Magnale e Formice collegate fra loro dalle famose gigantesche catene che proteggevano lo scalo della città della Volpe. Catene che furono, fino al 1860, appese sulle principali porte e chiese della Superba prima di essere, in segno di rinnovata concordia, restituite e conservate presso il Camposanto monumentale in riva all’Arno.

“Alcuni pezzi delle catene di Porto Pisano, restituite dai genovesi nel 1860, oggi custodite nel cimitero monumentale di Pisa”.

Le maglie erano appese in:

  • Chiesa di San Torpete
  • Palazzo San Giorgio
  • Chiesa di Santa Maria di Castello
  • Chiesa del Santissimo Salvatore
  • Porta Soprana
  • Bassorilievo in Borgo Lanaiuoli
  • Porta degli Archi
  • Chiesa di Santa Maria Maddalena
  • Salita di Sant’Andrea
  • Chiesa di Sant’Ambrogio
  • Chiesa di San Matteo
  • Chiesa di Santa Maria delle Vigne
  • Chiesa di San Donato
  • Porta dei Vacca
  • Chiesa di San Sisto
  • Commenda di San Giovanni di Pré
  • Murta
  • ” Nel’800 le catene penzolavano ancora al centro dell’arco di Porta Soprana”. Disegno di Domenico Cambiaso.

«Che a travaggiava con garie armè /
e ligava nemixi e noi servava, /
e chenne grosse da per lé schiancava, /
chi ancora son per Zena spanteghè

(Da Zena moere de regni e de cittè, Paolo Foglietta (1520 – 1596))

Traduzione:

«La grandezza di è universalmente conosciuta] perché lavorava con galee armate, /
e legava nemici e ci salvava /
e grandi catene da sola spezzava, /
che ancora oggi sono sparse per Genova.»

“Le copie delle catene di Murta “.

Tuttavia ne restano ancora traccia in due località della Liguria: due anelli sono conservati infatti a Murta appartenuti ad un marinaio della zona che aveva partecipato all’impresa. In realtà si tratta di copie settecentesche realizzate a posteriori poiché gli originali furono trafugati nel 1747 dagli austriaci  del generale Schulenberg che, durante il vano assedio della Superba, erano accampati nel borgo della Val Polcevera.

Le copie  murtesi oggi vengono esposte durante la festa della Zucca mentre le originali dell’epoca erano appese sulla chiesa di San Martino.

“I due anelli esposti all’esterno della chiesa di S. Croce di Moneglia”.

Altre maglie sono infine esposte all’esterno della chiesa di Santa Croce di Moneglia donate dai genovesi al capitano Stanco che, al comando della fedele alleata, aveva partecipato all’impresa.

“San Giorgio e Corrado D’Oria”.

L’epigrafe latina:
In nomine D(omi)ni am(en)
MCCLXXXXX
oc cadena tuleru(n)t
de portu Pisanoru(m)
oc opus fecit fieri d(omi)no
Tra(n)cheus Sta(n)co de Monelia

Traduzione della lapide:
Nel nome del Signore così sia
Anno 1290
Questa catena fu portata via
dal porto di Pisa
la lapide fu posta dal signor
TRANCHEO STANCO DI MONEGLIA

battaglia della Meloria 1284

“La traduzione italiana dell’iscrizione latina”.

L’originale del era invece affisso un tempo in Vico Dritto di Ponticello sulla casa di Carlo Noceti (detto anche Noceto Chiarli), il celebre fabbro genovese che con la sua perizia aveva tranciato le enormi catene del porto nemico. Maistro Chiarlo – così era chiamato – aveva ingegnosamente acceso dei fuochi sotto di esse rendendole incandescenti e quindi più facilmente spezzabili.

Pochi però sanno che le catene del 1290 non furono né le uniche né le prime tradotte a Genova:  già nel 1287 infatti, durante una spedizione organizzata dall’invincibile ammiraglio Benedetto Zaccaria, uno dei due eroi della Meloria, (l’altro Oberto D’Oria) i genovesi si erano già impossessati delle catene del porto. Benedetto, a bordo della sola “Divizia”, la sua galea prediletta, aveva violato il porto militare facendosi largo fra le torri di difesa mentre un suo sottoposto, il capitano Nicolino di Petracco al timone di altre 5, era entrato nel bacino mercantile spezzandone per urto (delle galee) le maglie. Catene che furono anch’esse, fino al 1860, appese sulla Cattedrale di San Lorenzo. Durante l’eroico assalto Benedetto rimase gravemente ferito ma in seguito alla sua coraggiosa impresa, impauriti, i pisani siglarono la pace. I patti furono talmente duri per i toscani che questi, non rispettandoli, videro nel 1290  il loro approdo definitivamente distrutto ed interrato ad opera di Corrado D’Oria.

“Alcuni anelli delle catene di Porto Pisano esposti sotto le arcate del palazzo del mare, meglio noto come S. Giorgio”.

La tavella genovese rimanda ad altre due rappresentazioni simili murate nella cattedrale di Pisa. La prima esposta lungo il muro meridionale del coro della chiesa, la seconda al pian terreno del campanile della stessa. Probabile quindi che l’opera sia stata commissionata dai vincitori ad una delle numerose maestranze pisane fatte prigioniere in quegli anni a partire dalla celeberrima battaglia della Meloria avvenuta nel 1284.

“Il bassorilievo originale custodito nel museo di S. Agostino”.

A seguito della distruzione del quartiere avvenuta nel 1935 il prezioso manufatto è stato ricoverato presso il Museo di S. Agostino dove tuttora è accuratamente custodito.

 

 

Le Statue dei due Condottieri…

Nel giugno 1797 il vento libertario della fallace  Rivoluzione francese era giunto anche a ponendo fine alla gloriosa Repubblica marinara per far posto all’effimera Repubblica “Popolare”.

Fu così che il popolo, in preda alla furia distruttrice, rinnegò i simboli della secolare oligarchia  nobiliare, cancellando ogni traccia dell’odiata aristocrazia.

“Statua di Andrea D’Oria opera di Angelo ”.

Vennero soppressi tutti i titoli regali, feudali e nobiliari con conseguente abolizione di stemmi, insegne e di tutta la simbologia araldica. A causa di questa scellerata disposizione vennero deturpati palazzi e chiese in tutta la cancellando numerose tracce d’arte e di storia della nostra cultura.

I facinorosi distrussero il libro d’oro della nobiltà, il prezioso registro dei patrizi genovesi, bruciandol0 in Piazza Acquaverde sotto uno dei tanti alberi della libertà issati per celebrare la presunta ritrovata autonomia e, soprattutto, la tanto agognata emancipazione. Persino il leggendario Vessillo di San Giorgio subì in quei sciagurati giorni il medesimo nefasto destino. Quello che non erano riusciti a fare nemici d’ogni sorta nel corso dei secoli, fecero i genovesi in pochi giorni.

Come racconta un testimone del tempo non vennero risparmiate nemmeno le statue di Andrea e Giovanni Andrea D’Oria poste a protezione dell’ingresso di Palazzo Ducale, da poco per l’occasione, ribattezzato Palazzo Nazionale.

“Al dopo pranzo… in Palazzo si volevano atterrare le statue dei due D’Oria. Non bastò ad evitarlo né l’intervento del colonnello Menici, né quello del comandante Siri. A forza di funi furono gettate a terra, e rotte, e cancellate le iscrizioni…”

Le teste mozzate dai busti e parti delle gambe furono trascinate e poste a basamento dell’albero della libertà predisposto davanti al novello (nel nome) Palazzo Nazionale.

La folla non contenta pretese anche gli abbigliamenti da cerimonia del Doge, abiti, gioielli e oggetti dall’incommensurabile valore storico: la portantina, l’urna del seminario (il marchingegno utilizzato per l’estrazione semestrale dei magistrati), troni, arredi e simboli saccheggiati dalla sala del Minor Consiglio.

La sera stessa dei tumultuosi avvenimenti venne informato dell’accaduto dal Faipoult, suo rappresentante in città e, nonostante la comprensibile soddisfazione per l’ardore rivoluzionario dimostrato ai suoi futuri sudditi, rimase sinceramente dispiaciuto e scrisse una lettera di biasimo al governo provvisorio:

“Citoyens, j’apprende avec le plus grand  déplaisir que dans un moment de chaleur l’on a renversé l statue d’André Doria. André Doria fut grnd marin, et homme d’état; l’aristocratie était la liberté de son temps. L’Europe entière envie à votre ville le précieux avantage d’avoir donné le jour à cet homme célèbre. Vous vous empresserez, je n’en doute pas, à relever sa statue. Je vous prie de vouloir m’enscrire pour supporter une partie des Frais que cela occasionnerà, et que je désire partager avec les citoyens les plus zelés pour la gloire et pour le bonheur de votre patrie. Je vous prie de me croire avec les sentiments de consideration avec lesqueis, je suis, Bonaparte”.

“Statua di Giovanni Andrea D’Oria opera di ”.

Il Faipoult stesso e Luigi Crovetto, membro di spicco del nuovo governo, riuscirono a dissuadere con pragmatiche motivazioni politiche (troppo difficile dissociare i Doria dal regime aristocratico nella mente ormai invasata dei genovesi) Napoleone dal suo nobile proposito e l’argomento delle statue finì nel dimenticatoio.

La statua di Andrea era stata scolpita da , quella di Giovanni Andrea da Taddeo Carlone due straordinari artisti a cui i Doria avevano commissionato opere nella chiesa di San Matteo e nella Villa del Principe.

“L’inaugurazione avvenuta il 22 luglio del 2010 alla presenza dell’allora Sindaco di Genova Marta Vincenzi”. L’immagine rende bene le colossali dimensioni delle sculture”. Foto tratta da Palazzo Ducale.it

Per fortuna alcune parti superstiti sono state salvate, recuperate e alloggiate presso il Museo di S. Agostino. Dal 2010, dopo accurato restauro, sono tornate nella loro casa di Palazzo Ducale dove, collocate sul ballatoio al termine della prima rampa di scale che conduce ai piani superiori, hanno ripreso il loro compito di custodi della nostra storia.

“Affreschi e fresco di Cantine”…

La Piazza deve il nome alla famiglia di calzolai degli Invrea probabilmente originari di Ivrea. In principio la piazzetta era conosciuta come Squarciafichi dal nome della nobile e poliedrica omonima famiglia. Costoro infatti fornirono alla Repubblica pirati, condottieri e dogi ma anche letterati e notabili.

Curioso è il toponimo che invece il popolo aveva attribuito al luogo chiamandolo piazza delle “animette” per via di una bottega specializzata nella vendita di bottoni d’osso e di madreperla.

“L’Edicola vuota”.

All’angolo con l’omonimo vico una trascurata edicola del XVIII sec. che rappresenta la Madonna col Bambino. Il tempietto è in stucco bianco con base a corolla e grande fastigi riccioli mentre la statua è scomparsa.

“Palazzo Lercari in ”.

Al Civ. n. 8 in un edificio del XIII – XIV sec  Palazzo Lercari seriamente danneggiato durante i bombardamenti dell’autunno 1942: guardando il secondo piano si notano fregi di archetti e loggiato con due archi in conci bicromi, ovviamente brutalmente tamponati e violentati dalla presenza di imponenti finestre posticce. Al terzo piano si stagliano due quadrifore con archetti scolpiti, muratura in laterizio con archi in conci bicromi. All’ultimo piano dominano due trifore con resti di decorazioni sugli archetti.

“Portale di Palazzo Invrea”. Foto di Leti Gagge.

Al Civ. 3a un sovrapporta in marmo con due stemmi, corona e trigramama di Cristo abraso.

“Particolare del sovrapporta del Civ. 3a”. Foto di Leti Gagge.

Al Civ. 5 l’edificio principale della piazza: Palazzo Invrea, edificato su presistenti proprietà medievali, conosciuto anche come Mascardi o Squarciafico del XVI sec.

Il portale si presenta in marmo con semi colonne doriche scanalate e fregi di clipei e brucani.

Sul portone in ferro borchiato un curioso batacchio con fregi la cui forma richiama la lussuriosa presenza per un certo periodo, data la sofisticata ubicazione, di una casa di piacere per facoltosi clienti. La zona infatti presentava ancora fino alla loro abolizione, avvenuta con la famigerata Legge Merlin del 1958, diversi bordelli: oltre a quello di i vecchi ne ricordano uno più popolare nel vicino Vico dei Ragazzi, assai gettonato, perché consentiva, previo adeguata mancia, l’accesso ai minorenni.

“Significativo batacchio del portone di Palazzo Invrea”. Foto di Leti Gagge.
“Prospetto affrescato”. Foto di Leti Gagge.
“Brani degli aggreschi di ”. Foto di Leti Gagge.
“Particolari del Ratto delle Sabine del Semino”. Foto di Leti Gagge.
“Ancora scene del Ratto delle Sabine”. Foto di Leti Gagge.

Ai piani alti rimangono tracce degli affreschi di Ottavio Semino dei quali, quelli sotto il cornicione, descrivono il celebre “Ratto delle Sabine”.

Dal civ. n. 3 si accede al ristorante “Le Cantine Squarciafico” (oggi trasferitosi nella vicina Piazzetta dell’Amico n. 2), locale un tempo utilizzato come cisterne del palazzo e, secondo alcune fonti nel Medioevo, anche come prigione. Le colonne all’interno sono in pietra con capitelli tardo gotici di reimpiego (bottino di guerra?).

“Interni e colonne del Ristorante Le Cantine di Squarciafico”.

Nei pressi dell’archivolto di Vico dei Ragazzi sono visibili, ultima sorpresa, tracce della più antica cinta muraria di cui si abbia prova concreta, quelle del X sec.  Si tratta dei resti di una delle due torri Squarciafico (l’altra é all’interno delle cantine dell’omonimo palazzo) risalenti a quell’epoca.

Altri brani di questa millenaria testimonianza si possono ammirare in Via Tommaso Reggio, vicino all’Arcivescovado.

“Archivolto di Vico dei Ragazzi. In primo piano a destra le antichissime mura del X sec.”.

In Piazza Invrea basta solo uno sguardo per passare dagli affreschi del Semino, attraverso mura millenarie, al fresco delle Cantine degli Squarciafico.

“Di Piazza in Piazza”…

… storia di Piazza dell’Agnello e

La piazzetta dell’Agnello deve il nome alla presenza al civ. 9 di un rilievo marmoreo che rappresenta – appunto – un agnello che regge uno stendardo.

Al civ. n. 6 si trova il Palazzo di Vincenzo e Carlo Pallavicino, l’edificio più importante della piazzetta, noto anche come Pallavicino Richeri o Palazzo Cicala.

“Il rilievo dell’agnello al Civ. n. 9”.

Fu progettato da Bernardino Cantone nel 1542 su precedenti proprietà e, nella parte esterna, era decorato con sfarzosi affreschi di Lazzaro Calvi, lo stesso magnifico artista che ha realizzato le pitture del Palazzo Antonio D’Oria (Prefettura). Oggi, di queste splendide opere rimane solo una traccia sbiadita che meriterebbe un adeguato restauro.

Il portone a colonne doriche che poggiano su basi decorate con fregi di teste di leone, meduse, trofei di guerra è attribuito ai grandi maestri antelami rinascimentali (provenienti dal comasco e dall’alta Lombardia) e .

Sull’architrave risaltano due sinuose figure femminili adagiate su un letto di cornucopie ricche di fiori e frutti, che rappresentano le virtù. In origine le due statue reggevano lo stemma del Casato che è andato perduto.

Al primo piano le finestre con gli archi a tutto tondo sono nobilitate da tre sculture di Tritoni che sorreggono panoplie. Non si conosce con certezza l’autore di tali opere tuttavia secondo alcuni studiosi sarebbero addirittura riconducibili nientepopodimeno che al (chiesa di S. Matteo e relativa Cripta, giardini Villa del Principe).

Scenografico come si conviene l’atrio e le scale con le volte a crociera con peducci in pietra nera, colonne doriche e, all’ultimo piano, una balaustra con colonnine, capitelli, profilo cordonato e una testina in marmo, sporgente.

Molti dei portoni interni che dividono i singoli appartamenti sono impreziositi da portali con decorazioni e fregi.

All’esterno del palazzo una lapide ricorda il presunto padrone di casa , poeta e uomo di legge del XIII sec. Presunto per non dire “apocrifo” visto che secondo gli storici l’illustre letterato sarebbe nato in Piazza delle Scuole Pie. Gli stessi non concordano invece sull’origine del casato: secondo alcuni proveniente dalla Germania, per altri da Ventimiglia o persino, secondo altre fonti, da Lerici.

In ogni caso la famiglia Cicala sarebbe giunta a intorno al 942.

Piazza dell’Agnello”. Foto di Leti Gagge.
“Scorcio della Piazza”. Foto di Leti Gagge.
“Fregi della base della prima colonna”. Foto di Leti Gagge.
“Fregi della seconda base dell’altra colonna”. Foto di Leti Gagge.
“Elegante Portone di Palazzo Cicala”. Foto di Leti Gagge.
“Testina di marmo su balaustra di Palazzo Cicala”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 2 risalta un altro edificio del sec. XVII il cui portone in marmo è decorato con semi colonne doriche rudentate. Sul sovrastante architrave due mascheroni e putti reggono un cartiglio abraso. Sovrastato da un mascherone ghignante il timpano spezzato una cornice con il trigramma di Cristo.

Anche la famiglia Pinelli che dà il nome alla vicina Piazza e che si è sempre distinta nell’ambito della fazione ghibellina, ha origine germaniche. Intorno a questa piazza ruotavano tutte le attività legate alle consorterie del loro importante Albergo denominato degli Scipionibus. Un Casato assai influente a Napoli e Venezia ma soprattutto a Siviglia in Spagna, quartier generale dei suoi ingenti e remunerativi traffici marittimi.

Al civ. n. 5 si nota un curioso quanto insolito sovrapporta con due angioletti in volo che sorreggono il trigramma di Cristo. Tali tipologie decorative infatti erano prerogativa di edifici a carattere religioso per cui si suppone che tale fregio sia stato recuperato da qualche chiesa o oratorio o, comunque, arredo sacro.

Al civ. n. 2 la dimora più importante della piazza: il Palazzo Pinelli Parodi del XVI sec. caratterizzato da un elegante portone in marmo bianco con colonne ioniche scanalate. All’interno atrio e scale sono con volta a crociera. Le colonne sono doriche mentre tutto il rivestimento dello zoccolo presenta colorati azulejos. Gli esterni sono decorati con affreschi e disegni architettonici. Inglobata ormai nella proprietà tracce della torre medievale appartenuta in precedenza alla potente famiglia dei Cebà.

Al civ. n. 1 il portone in pietra con semi colonne doriche in marmo. Sul trave in pietra nera di Promontorio sono inserite le decorazioni con elmi e clipei in marmo.

Il restauro avvenuto circa un decennio fa ha permesso il parziale recupero di brani degli affreschi che lo decoravano sfarzosamente in ogni suo centimetro.

Al civ. n. 3 un altro portale in pietra nera adornato con medaglioni imperiali e trave decorato con fiori vari e lo scudo, oggi abraso, del Casato. Sopra si notano tre finestrelle a bifora rettangolare con colonnina centrale del XIV sec.

“Vano scale Palazzo Pinelli Parodi”. Foto di Leti Gagge.

Le due poco celebrate, rispetto ad altre contrade dei caruggi, Piazzette costituiscono comunque preziosa testimonianza di un glorioso e opulento passato.

“Sovrapporta del civ. n. 5”. Foto di Leti Gagge.
“Sotto le doppie finestre brani di rivestimento in ”. Foto di Leti Gagge.
“Piazza Pinelli”.Foto di Leti Gagge.
“Scorcio della piazza visto da Palazzo Pinelli Parodi”. Foto di Leti Gagge.
“Torre Cebà inglobata nel Palazzo Pinelli”. Foto di Leti Gagge.
“Portale Palazzo Pinelli Civ. n. 1”. Foto di Leti Gagge.
“Ancora il portale del Civ. n. 1 con tracce di affreschi sopra il trave”. Foto di Leti Gagge.
“Curiosando dietro il Portone del Civ. n. 1”. Foto di Leti Gagge.
“Da dentro il Portone del Civ. n. 1”. Foto di Leti Gagge.
“L’accesso dello scalone interno”. Foto di Leti Gagge.

Storia di un magnifico portale e del suo glorioso stemma…

… storia del palazzo Antonio Doria, poi

Se Andrea fra il 1521 e il 1529 fece edificare il suo strepitoso Palazzo del Principe fuori le mura commissionandolo a Perin del Vaga, Antonio, dal canto suo, non volle essere da meno. Il capitano parente del più celebre ammiraglio costruì infatti nel 1541 la propria degna dimora ingaggiando sia Bernardo Cantone che G.B. Castello detto il Bergamasco in un’area immersa nel verde degli orti e della collina retrostante nella zona di S. Caterina vicino alla Porta dell’Acquasola.

Il magnifico palazzo, oggi sede della Provincia e della Prefettura, ha mantenuto nei secoli la sua smagliante bellezza anche se nel 1879 è stato fortemente ridimensionato soprattutto nella parte concernente il suo sontuoso giardino per l’apertura di Via Roma e della Galleria N. Bixio.

I prospetti rivolti su Largo Lanfranco e Piazza Corvetto sono stati affrescati dalla bottega dei fratelli Calvi e celebrano, attraverso scene di Trionfi di Antichi romani, le gesta del casato. All’altezza dei balconi del primo piano sono ancora leggibili alcune iscrizioni che raccontano le avventure della famiglia: Gli affreschi cinquecenteschi della facciata, opera di Lazzaro e Pantaleo Calvi che raccontano le gesta dei Doria, sono stati restaurati nel 2001.

“Affreschi della bottega Calvi”.
“Ancora affreschi dei Calvi in facciata”.

“Ansaldus Doria Rebus Optime et Felicissime Gestis Victor in Patriam Redit An. MCXLVII –

Magna in Almeriam Instructa Classe AN . MCXLVII Ansaldus Doria ex Coss Triremium XXV

Praef Mauros Profligavit Genuensis Haud Impar Nomini”.

Spettacolare è il portale scolpito intorno al 1580 da autore anche della maggior parte degli affreschi interni. Monumentale è il portone con doppio ordine di colonne doriche scanalate. Sul trave statue con armature e due armigeri che reggono lo stemma nobiliare degli Spinola il casato che subentrò ai Doria nel 1624; Metope con bucrani, clipei ed elmi, due teste di Medusa alternate a mensole intarsiate a triglifi.

Lo stemma ad inizio ‘800 fu oggetto di una orgogliosa disputa per un contrasto tra il Marchese Massimiliano Spinola proprietario del palazzo e Re Vittorio Emanuele I. Lo Spinola era stato nominato Ciambellano del Re. Avendo egli rifiutato la carica, il Re lo chiamò a Corte. Chiestogli il motivo del rifiuto di cotanto onore lo Spinola rispose: “Maestà son nato per essere servito e non per servire gli altri”.

Congedato dal Re con l’avviso che da quel giorno non avrebbe più avuto relazioni con la Reggia, lo Spinola, di ritorno a , fece apporre sul portone del palazzo l’epigrafe “Omnia Tempus Habent” (ogni cosa ha il suo tempo)  in risposta al poco gradito motto utilizzato dal sovrano sabaudo “Sic Transit Gloria Mundi” (così passa la gloria di questo mondo). Il Governatore ne intimò la rimozione per ordine reale e non avendo il Marchese obbedito la fece coattivamente eseguire.

“Il portale di Taddeo Carlone”.
“Lo stemma degli Spinola sul trave”.
“Primo piano dello stemma del casato”.
“Particolare”.
“L’ingresso visto dall’interno”. Foto di Leti Gagge.

Varcato l’ingresso subito si nota la volta dell’atrio affrescata da M. A. Calvi con al centro il medaglione che raffigura il capitano Antonio Doria. Proseguendo lungo le scale che iniziano con teste imperiali si accede al cortile interno allestito con due ordini di loggiato che conduce al piano nobile. Il perimetro del cortile è decorato con ritratti di guerrieri.

“La volta con al centro il Capitano Antonio Doria”.
“Uno dei guerrieri dipinti lungo il perimetro del cortile”.
“I guerrieri sotto il loggiato”.
“Ancora guerrieri sotto il loggiato”.
“Decorazioni delle volte”.
“Il doppio loggiato”. Foto di Leti Gagge

Nel cortile si trova anche un secondo portale che un tempo consentiva il passaggio verso la parte di palazzo rivolta sui i giardini oggi convertiti in maniera più pragmatica a posteggi per la Prefettura.

“Il doppio ordine de loggiato con al centro il portale proveniente dal palazzo del Principe”.
“Dettaglio del portale in pietra nera con la nicchia vuota”. Foto di Leti Gagge.
“Sbirciando dentro alle vetrate”. Foto di Leti Gagge.

Tale portale con colonne ioniche in marmo è completato da un fastigio in pietra nera di promontorio. Nella nicchia Al centro del piccolo tempio era ricoverato un tempo il busto dell’Imperatore Carlo V, grande amico ed alleato di Andrea. In origine infatti tale portale era custodito nel palazzo del Principe ma non se ne conosce né la locazione esatta né il motivo del trasferimento.

A testimonianza del prestigio dei Doria che avevano interessi commerciali sparsi un po’ ovunque la loggia superiore è impreziosita da una serie di vedute a fresco di città realizzate da Felice Calvi: Genova, Venezia, Milano, Gerusalemme. Firenze, Anversa e Napoli.

“Le rappresentazioni cittadine di Felice Calvi”,

Nel XVII secolo Bartolomeo Bianco apportò significative migliorie fra le quali, a levante, la costruzione di una galleria (affrescata poi da ) e l’aggiunta di balaustre marmoree sul prospetto principale. Tra il 1791 e il 1797 l’edificio viene sopraelevato di un piano.

“Salone maggiore affrescato da Giovanni e ”.
“Particolare di Ercole in lotta con le Amazzoni. Foto di Marco Toma.
“Apollo che saetta i Greci di Luca Cambiaso”. Foto di Leti Gagge.

Oltre alle opere di Aurelio, Lazzaro, Pantaleo e Felice Calvi, e quelle di Andrea Ansaldo il palazzo conserva due pregevoli affreschi di Giovanni e Luca Cambiaso: nella Sala degli Arazzi “Ercole in lotta con le Amazzoni” e nel Salone della Vendetta alle pareti “Storie della guerra di Troia” e sul soffitto “Apollo che saetta i Greci alle porte di Troia”. Si tratta, quest’ultima della prima commessa di una certa importanza, in autonomia dal padre Giovanni, realizzata dal giovane Luca. L’allora diciassettenne artista monegliese, che in età matura verrà chiamato dai reali di Spagna per decorare nientemeno che l’’Escorial madrileno, sprigiona qui tutto il suo emergente talento, sebbene ancora influenzato dal fascino manieristico di Giulio Romano e Perin del Vaga. Artisti dei quali Cambiaso aveva avuto occasione di ammirare le opere dal vivo in città (“Decollazione di S. Stefano” del primo e “Sala degli Eroi” del secondo).

“L’edicola della Madonna Assunta incastonata nell’angolo del palazzo”. Foto di Bruno Evrinetti.

 

“Edicola della Madonna dell’Assunta”. Foto di Bruno Evrinetti.
“L’attigua Salita di S. Caterina decorata con gli ombrellini colorati”. Foto di Leti Gagge.

Tornati nel traffico della sottostante Via Roma e del viavai di Salita S. Caterina, oltre che osservare ammirati il cielo per i colorati ombrellini, è opportuno rivolgere una preghiera all’edicola della Madonna Assunta del XVII-XVIII sec. Un’elegante edicola barocca di pregevole fattura. Posta sull’angolo dell’edifico in direzione della Salita. La statua della Madonna poggia su un basamento sporgente mentre dalla cornice con riccioli e volute, spuntano due angeli adoranti ai lati: uno prega e l’altro porta le braccia al petto.

Poco distante in cima alla torre Grimaldina sventola orgoglioso il vessillo di San Giorgio.

“La Croce di San Giorgio svetta sulla torre Grimaldina”. Foto di Leti Gagge.

“Parsimoniosi a causa di un Corsaro”…

Se c’è un luogo comune associato ai genovesi è proprio quello legato alla loro presunta avarizia. Una storia che parte da lontano, da molto lontano probabilmente già al tempo del famoso “Emmo Za Daeto” pronunziato dai legati della Repubblica in faccia all’Imperatore Federico Barbarossa che, pretendendo da costoro tributo, ottenne invece l’orgoglioso rifiuto.

Una caratteristica questa legata alla gestione del denaro che si rafforza a partire dal ‘400 quando, a seguito dell’istituzione del Banco di San Giorgio avvenuta nel 1407, la Superba diviene la regina delle transazioni finanziarie contendendo il primato in questo ambito ai grandi banchieri teutonici e sassoni.

E siccome “a prestâ e à un amigo, ti perdi e e ti perdi l’amigo” i genovesi, ligi all’antico adagio,
(se presti soldi ad un amico, perdi i soldi e perdi l’amico) fanno fortuna prestando “palanche” alle emergenti e ambiziose monarchie francese e spagnola.

“Il cambiavalute di Rembrandt”. Tela del 1627 conservata al Staaliche Museen di Berlino.

Sul finire del secolo , fiutandone il senso degli affari e le potenzialità economiche, accoglie la prima comunità di ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna cattolica da Isabella di Castiglia. Da questi i Genovesi apprendono e affinano sia le tecniche commerciali che le pratiche di strozzinaggio. Ed è proprio in questo periodo che, per calmierare e porre freno alla lucrosa gestione dei prestiti, vengono istituiti anche a Genova i banchi di pegno.

A detta degli storici però il vero spartiacque in relazione all’assioma “genovesi quindi avari” che si sostituisce nell’immaginario collettivo al precedente “genuensis ergo mercator” (genovese dunque mercante) risale al 1588 quando i destini della Signora del mare si incrociarono con quelli del grande corsaro inglese .

Da tempo infatti Genova aveva rinunciato alla sua vocazione marittima preferendole quella finanziaria e bancaria: quello che veniva identificato come “Il siglo de los Genoveses”  quando i forzieri della città partivano per la Spagna e tornavano onusti di oro delle Americhe, tanto che si diceva: “l’oro nasce nel Nuovo Mondo ma viene sepolto a Genova”, volgeva ormai al tramonto.

“Nave con le insegne imperiali nel 1566 onusta di tesori”.

Era il periodo in cui le dimore patrizie genovesi erano le più sfarzose d’Europa: una ricchezza comunque mai ostentata fine a se stessa ma semmai consona al rango per doveri di rappresentanza e prestigio sociale, più spesso, accuratamente nascosta e considerata solo un modo redditizio per diversificare gli investimenti.

“o cû e i dinæ no se mostran à nisciun”
(il sedere e i soldi non si mostrano a nessuno).

I genovesi dunque così pronti a viaggiare per il mondo, protagonisti dei commerci e delle scoperte geografiche invece a casa loro sono schivi e diffidenti, per nulla inclini a mostrare le proprie ricchezze e proprietà.

Era scomparso da circa un lustro Andrea Doria quando nel 1585 era scoppiata la guerra tra Spagna e Inghilterra e Filippo II, per sconfiggere la terra di Albione di Sir Francis Drake, decise di allestire l’invincibile “armada” commissionandola, come da consolidata tradizione, ai genovesi.

“La regina Elisabetta I nomina corsaro Sir Francis Drake”.

I nostri armatori erano indecisi e titubanti se investire così tanto denaro in un’impresa a tal punto rischiosa da mettere a repentaglio le risorse della Repubblica ma decisero comunque di restare fedeli alla corona degli Asburgo e di finanziare questa operazione. Vennero allestiti 130 vascelli, con relativo armamento di 24.000 uomini, pronti per affrontare le terribili battaglie del 1588.

La sorte avversa culminata in una serie anomala di violentissime tempeste unita all’indiscussa abilità e capacità marinara di Drake infransero i sogni spagnoli e con essi anche le speranze di lucro dei genovesi.

Per la regina del mare, dopo un secolo di ricchezze, agi e splendori, si trattò di un colpo durissimo dal quale non riuscì più completamente a risollevarsi. La Spagna terminerà la sua iperbole di dominio europeo e Genova, fedele alleata, ne seguirà il declino con l’aggravante di non riuscire più né a pretendere, né di conseguenza a riscuotere i crediti maturati e dovuti.

Da qui si fa risalire quindi la diffidenza quando si parla di dinæ nei confronti dei “furesti” e quel senso di malcelata rassegnazione (se non era per gli spagnoli…) che porterà i nostri avi ad essere più che mai accorti nei loro futuri investimenti: quello che per gli altri quindi è tirchieria per i genovesi è perché – e la storia ce lo insegna – “maniman” non si sa mai.

Perché se nel campo delle scienze Lavoisier teorizzava “in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” per i genovesi, in quello economico, nulla si butta via, nulla si spreca e tutto si ricicla e risparmia”.

 

“Essere Antifascisti”…

Il 28 giugno 1960 i partiti antifascisti si coalizzarono per difendere la Costituzione ed impedire che il Movimento Sociale Italiano organizzasse a Genova il proprio Congresso Nazionale.
Il Presidente onorario di tal partito sarebbe dovuto essere Basile, in epoca fascista Prefetto per le Deportazioni.
Il 30 giugno venne indetto lo Sciopero Generale a partire dalle 15 fino alla fine dei turni di lavoro.
Si formò così un Corteo di alcune migliaia di persone con destinazione Piazza della Vittoria dove a pronunciare l’accorato discorso contro il neonato fascismo fu Sandro Pertini.

Al termine della Manifestazione gran parte dei dimostranti risalì verso Piazza De Ferrari dove erano schierate in assetto antisommossa le Forze dell’Ordine.
Gli scontri furono violenti e durarono circa due ore fino a quando il Presidente dell’Anpi Giorgio Gimelli e il Questore della città concordarono la ritirata delle Forze di Polizia.

“Sandro Pertini sul palco sotto l’Arco dei Caduti in Piazza della Vittoria”.

Ovviamente il Congresso del Partito non si tenne più a e, conseguenza di questo smacco, a Roma cadde il Governo Tambroni.

ESSERE ANTIFASCISTI È IMPEDIRE AI NEOFASCISTI DI MANIFESTARE. (IL DISCORSO DI SANDRO PERTINI A GENOVA NEL 1960)
di Sandro Pertini

“Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.
Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologià di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.

“Scontri in Piazza De Ferrari”.

Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.
Questi valori, che resteranno finché durerà in una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.

“Il fiume umano di decine di migliaia di manifestanti in Via XX Settembre”

La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero. Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.
E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria , purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.

“Eloquente striscione esibito dal corteo”

Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.
Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.
Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.

“La prima pagina dell’Unità”

E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.
Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.
Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.
Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.
Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra , le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.
Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.

“L’Unità celebra la Resistenza genovese. Cade il Governo”

A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?
Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.
Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.
Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.”

 

Storia di un Palazzo… di un Ponte… di un Re… di un risseu..

… di una chiesa scomparsa… di un mobiliere… di dipinti di

In una città che re e principi né ne ha mai avuti, né ne ha mai visti di buon occhio è quanto mai curioso che due dei principali musei siano a questi intitolati: Villa del Principe e . il Quest’ultimo in realtà si chiama Palazzo Stefano Balbi dal nome del facoltoso mecenate che lo fece, insieme all’omonima strada, costruire nella prima metà del ‘600.

La lussuosa dimora venne poi acquistata nel 1679 da un’altra nobile famiglia, quella di origine albanese, dei Durazzo che diedero incarico al prestigioso architetto Carlo Fontana, di ristrutturarla nella versione in cui, grosso modo, la possiamo ammirare ancora oggi.

“Il monumentale cortile lato giardini”.
“l’atrio in primo piano”.

Divenne Reale solo nel 1823 quando subentrarono i , nuovi indigesti signori della città dopo il frustrante Congresso di Vienna del 1815, che la elessero a loro residenza cittadina. Nel 1842 la famiglia reale incaricò lo scenografo genovese Michele Canzio di trasformare alcuni ambienti, come le sale del Trono e delle Udienze e il salone da Ballo, per adattarle alle nuove necessità di rappresentanza.

“Il Ponte Reale e la Darsena ad inizio ‘900”.

Fu allora che fu eretto, nella parte a mare, il Ponte Reale che, scavalcando la strada carrabile ( Via Carlo Felice, oggi via Gramsci),

“Resti dell’antica chiesa di San Vittore”.

permetteva ai Savoia di raggiungere, lontano da occhi indiscreti e al coperto, direttamente l’imbarcadero del porto. Il Ponte per la cui costruzione era stata demolita parte dell’attigua e secolare chiesa di S. Vittore, fu abbattuto nel 1964 in occasione della costruzione della sopraelevata.

Una parte della chiesa chiusa al culto venne inglobata nelle strutture del Palazzo Reale e una parte sacrificata per l’artificiosa creazione di Piazza dello Statuto. La navata destra fu invece immolata per l’allargamento di Via Carlo Alberto (1831-39), odierna Via Gramsci.

“Figuranti in costume in occasione delle giornate dei Rolli”.
“Sala del Trono”.
“Trono e Corona”.

Entrambi i lati mutili sono stati “mascherati con facciate posticce di stile ottocentesco ancor oggi visibili mentre gli interni superstiti sono stati ristrutturati per ospitare locali del Palazzo Reale ed una caserma della Guardia di Finanza, da tempo trasferitasi altrove. Di originale a ricordarci del tempio scomparso e dell’abuso commesso rimane solitario il campanile che svetta fra i tetti e vigila sui giardini.

Gli arredi e le opere d’arte, come la celebre Madonna della Fortuna, vennero trasferite nella vicina S. Carlo che ne assunse anche il titolo chiamandosi da allora Chiesa di San Carlo e San Vittore.

Nel 1919 i Savoia donarono il palazzo allo Stato e venne così istituito il museo della galleria nazionale.

“Nel cortile carrozza dei Reali con impresso lo stemma sabaudo”.

Varcato l’imponente portale si accede al cortile con l’arco di trionfo che separa il bel giardino pensile affacciato sulla Darsena del porto.

“Spettacolare immagine dall’alto del risseu”.

Assai particolare è il mosaico della pavimentazione in risseu proveniente dal distrutto Monastero delle Monache Turchine che si trovava sotto Corso Carbonara e Largo della Zecca. Come testimoniato da apposita lapide il risseu è stato risistemato da Armando Porta lo stesso splendido artista che avrebbe restaurato quello di Campo Pisano.

“La lapide che ne ricorda la provenienza”.
“Una preziosa Secretaire di Peters”.

Al suo interno il Palazzo Reale conserva i mobili originali di tutta la sua secolare storia ed include mobili genovesi, piemontesi e francesi della metà del XVII secolo fino all’inizio del XX secolo. Tra questi meritano particolare menzione quelli del celebre ebanista britannico Henry Thomas Peters. L’artista aprì infatti a un laboratorio proponendo il suo stile moderno e all’avanguardia. La sua raffinata produzione marchiata a secco “Peters Maker Genoa” divenne un tratto distintivo imitato per decenni dai mobilieri locali.

Fra i numerosi e pregevoli affreschi sono da ricordare “La fama dei Balbi” di Valerio Castello e Andrea Seghizzi,” La primavera che spinge lontano l’inverno“ di Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli e “Giove che manda giustizia sulla Terra” di Giovanni Battista Carlone.

Nelle sale dei due piani nobili sono inoltre esposti circa 200 dipinti dei migliori artisti genovesi del Seicento come Bernardo Strozzi, il Grechetto, Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, Domenico Fiasella insieme a capolavori di Bassano, Tintoretto, Luca Giordano,  Simon Vouet , Guercino e Antoon Van Dyck del quale si possono ammirare due capolavori assoluti: il “Ritratto di Dama” e il “Crocefisso” del fiammingo Van Dyck.

“Ritratto di Caterina Balbi di Van Dyck”.
“Il Crocifisso di Van Dyck”.

Adeguato risalto e spazio viene anche dato alla scultura grazie alla presenza di opere di , uno dei massimi esponenti della scultura barocca genovese.

“Elegante portantina reale”.

Il Museo, aperto al piano nobile, presenta una serie di eleganti ambienti decorati e arredati nel Settecento dalla famiglia Durazzo. Appartengono al XVIII secolo la , la Sala di Valerio Castello (il pittore autore degli affreschi) e la Galleria della Cappella. Risalgono invece all’epoca dei Savoia la Sala del Trono, la Sala delle Udienze, il Salone da Ballo.

“Prezioso e raffinato vasellame”.
“Camera da letto del Re”.
“Sala delle Udienze”.
“Lampadario e soffitto della sala delle Udienze”.
“Sfarzosi arredi e interni laccati”.
“Mobilio e specchio”.
“La Galleria degli Specchi”.

 

“Soffitto della Galleria degli Specchi”.

La galleria degli Specchi in particolare costituisce veramente un gioiello di eleganza e sfarzo in cui spiccano quattro statue (Giacinto, Clizia, Amore o Narciso, Venere) di Filippo Parodi e un gruppo marmoreo (Ratto di Proserpina) di Francesco Schiaffino.

“Il trionfo di Bacco di ”.
“Le ancelle preparano Venere”. Domenico Parodi.

Fatta costruire dai Durazzo decorata a fresco 1730 da Domenico Parodi con statue romane e affreschi metaforici sulle virtù e sui vizi. Sullo sfondo risalta il “Ratto di Proserpina” di Francesco Schiaffino.

“la statua del Ratto di Proserpina di Francesco Schiaffino”.

Storia di lepri… di case chiuse… di azulejos…

Anticamente nelle mappe la contrada era indicata come Piazza della Foglia a causa della presenza di una bottega di foglie di granoturco, meliga in lingua genovese, utilizzate per l’imbottitura dei pagliericci. Il toponimo mutò intorno al 1795 per via di una locanda esistente in loco dal 1774 rinomata per la preparazione di selvaggina e cacciagione.

Non è da escludere tuttavia il legame con il casato della famiglia Lepre che nel Medioevo aveva qui le sue proprietà. Il vicolo che inizialmente era la prosecuzione del Vico della Torre delle Vigne, solo nel 1864 assunse l’attuale denominazione rimasta legata nella toponomastica cittadina per la presenza fino al 1958 di una delle più apprezzate della città.

“Il Portale in pietra nera del civ. 9”. Foto di Leti Gagge.
“Rivestimento in del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 9 si può ammirare lo splendido portale in pietra nera con medaglioni imperiali fra nastri svolazzanti del Palazzo Grimaldi Di Negro. La dimora che al suo interno custodisce una delle meglio conservate testimonianze di rivestimento, lungo le prime tre rampe di scale, in azulejos. La trave è ornata con due angeli alati che sorreggono uno stemma abraso a forma di cavallo. Oltre alle pissidi, nei sovra capitelli, si notano degli uccelli esotici, forse cicogne. Al vano scale, decorato con un paio di lapidi in pietra nera, si accede attraverso una cornice ad arco tondo del medesimo materiale con fregi di fogliame a spirale. La scala è adornata con colonne fornite di capitelli e con balaustre marmoree.

“Rampa di scale con pavimento in pietra nera e rivestimento in azulejos del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.
“L’antica numerazione a sestieri”.

Vicino al portale in alto è ancora leggibile il numero 400 che ci riporta all’antica numerazione divisa in sestieri, antecedente quella ottocentesca introdotta dai che ancora oggi utilizziamo.

“Portone interno, ballatoio a rombi marmorei bianco neri e azulejos del civ. n.9”. Foto di Leti Gagge.
“Spettacolare rivestimento in azulejos del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.
“Portale con i sovrastanti archi tamponati”.

Guardando verso l’alto, al livello del secondo e terzo piano, subito si notano i resti di archi in pietra bicroma successivamente tamponati e riempiti con finestre posticce. Fra queste risalta quella del primo in marmo con doppio arco tondo e colonnine con al centro il rilievo di una testa imperiale.

“Rampa di scale del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.
“Portone e colonne del civ. n. 5”.

Anche l’accesso a Vico Lepre n. 5 è impreziosito da un altro portale marmoreo del XVI sec. con semi colonne ioniche scanalate. Sul trave, fra piccole cornucopie onuste di frutti e conchiglie, si affacciano due mascheroni ghignanti. Forse a ricordarci che i suoi abitanti erano signori della terra e del mare. Al centro campeggia il cartiglio che recita: “Qvodcvnqve Boni Egeris / Ad Devm Referto”.

Trad. “Riferisci a Dio qualunque cosa avrai fatto di bene”

“Suggestiva inquadratura di azulejos in primo piano e fra le colonnine della balaustra del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.

E sicuramente bene svolgevano la loro professione le ragazze appunto del Lepre, la casa di tolleranza nota fra i suoi clienti anche con il poetico nome di “Casa dalle persiane chiuse”, che qui aveva sede.

“Decori in azulejos recentemente restaurati del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.
“Ancora azulejos del civ. n. 9”. Foto di Leti Gagge.

Il centro storico fino all’abolizione delle case chiuse sancita dalla famigerata Legge Merlin pullulava di bordelli: ad esempio in vico Basadonne, vico delle Fate, vico Lavezzi, vico Spada e Vico dei Castagna frequentati dalla clientela più alla buona mentre il Lepre, pur non essendo lussuoso come il “Mary Noire” sito in San Luca, o alla moda come il “Suprema” (detto anche “Cebà” dal nome della via nel cuore della vecchia Portoria), godeva di un certo prestigio e, sicuramente, beneficiava di una privilegiata ubicazione. Oggi la piazzetta ospita, in una sorta di ritorno alle origini, una genuina trattoria ed un chiassoso ritrovo della movida notturna cittadina.

A vegliare sulla contrada, all’angolo fra piazza e vico, si trova infine, protetta da una grata, una settecentesca edicola in stucco con al suo interno la statuetta della Madonna con il Bambino.