“Sinán Capudán Pasciá”…

A Instanbul il prestigio dei genovesi è testimoniato non solo dal quartiere Galata con relativa torre simbolo della città ma anche dalla contrada che ancora oggi, portandone il nome, celebra il nostro eroe: Cağaloğlu (poiché oglu significa figlio, il figlio di Cigala).

Nel 1984 esce l’album capolavoro in lingua genovese di Fabrizio De Andrè “Creuza de ma”.

Sette tracce che, fondendo in maniera irripetibile e magistrale suoni e parole, celebrano Genova, il mare e le culture del Mediterraneo.

Fra queste canzoni emerge da un lontano passato la storia del nostro nobile concittadino Scipione Cicala che, imprigionato dai turchi, ne divenne condottiero e corsaro fino ad ottenere il massimo degli onori possibili per un infedele, ovvero il titolo di Pascià.

“E questa a l’è a ma stöia, e t’ä veuggiu cuntâ”…  

” racconta appunto le vicende del genovese Cicala (“sinan”, dato che in turco si dice “Sina”, significa genovese) che fu catturato nel 1560 a bordo della nave del padre Vincenzo dopo la disfatta della battaglia di Gerba.

Nei pressi dell’isola tunisina ebbe luogo infatti lo scontro che permise ai Turchi di riprendere il sopravvento nel Mediterraneo dopo che per quasi 50 anni Andrea D’Oria vi aveva imposto la propria legge.

In quell’occasione il corsaro Dragut aveva sconfitto la flotta cristiana da pochi anni ereditata, insieme al titolo di Admiral Mayor spagnolo, dal nipote Gian Andrea.

Secondo alcune interpretazioni a quasi 94 anni Andrea si spense nel suo palazzo, corroso dai dolori e soprattutto dalla delusione per la notizia della perdita delle sue invitte galee.

Non tutti gli storici però concordano su tale antefatto: per alcuni invece Sinan sarebbe stato catturato da Dragut non nei pressi dell’isola tunisina, ma al largo di Marettimo, alle Egadi, mentre con il padre Vincenzo veleggiava verso la Spagna. Era il 18 marzo del 1561 e Scipione aveva appena 17 anni. 

“Scipione Cicala nelle vesti di Sinan Capudan Pascià”.

Quale che sia la versione corretta di certo il giovane Scipione e il padre Vincenzo vennero catturati entrambi e tradotti prigionieri ad Instanbul.

Vincenzo pagò il proprio riscatto e venne liberato ma, per carenza di fondi, non quello del figlio. Fu così che Scipione per non finire ridotto in schiavitù, legato a qualche banco di voga a remare, abiurò la propria fede e si arruolò nel corpo scelto degli Giannizzeri.

Per via di questo suo opportunistico cambio di campo religioso, venne disprezzato e battezzato dai Cristiani “rénegôu”:

“E digghe a chi me ciamma rénegôu
che a tûtte ë ricchesse a l’argentu e l’öu
Sinán gh’a lasciòu de luxî au sü
giastemmandu Mumä au postu du Segnü”.

Ma Scipione bestemmiando Maometto al posto del Signore fece presto carriera dimostrando coraggio e abilità nautiche salvò la vita ad un importante e potente Bey (nobile ottomano).

Le sue vicende incrociarono con alterne fortune i sultanati di Solimano I il Magnifico, Selim II, Murad III e Maometto III.

“Solimano I il Magnifico”.

Cicala si distinse in numerose scorribande piratesche lungo le coste del sud in generale e della Calabria in particolare fino ad ottenere il massimo dei riconoscimenti dal Sultano Maometto III: Sinán Capudán Pasciá, cioè “il genovese grande ammiraglio della flotta ottomana”. 

Cağaloğlu Sinan Kapudan Paşa conosciuto anche per assonanze fonetiche come Sinan Bassà diventerà persino per breve tempo Gran Visir e Serraschiere del Sultano di Costantinopoli.

“Il Sultano Mehmet III”.

Teste fascië ‘nscià galéa
ë sciabbre se zeugan a lûn-a
a mæ a l’è restà duv’a a l’éa
pe nu remenalu ä furtûn-a

Teste fasciate sulla galea
le sciabole si giocano la luna
la mia è rimasta dov’era
per non stuzzicare la fortuna

intu mezu du mä
gh’è ‘n pesciu tundu
che quandu u vedde ë brûtte
u va ‘nsciù fundu

in mezzo al mare
c’è un pesce tondo
che quando vede le brutte
va sul fondo

intu mezu du mä
gh’è ‘n pesciu palla
che quandu u vedde ë belle
u vegne a galla

in mezzo al mare
c’è un pesce palla
che quando vede le belle
viene a galla

E au postu d’i anni ch’ean dedexenueve
se sun piggiaë ë gambe e a mæ brasse neuve
d’allua a cansún l’à cantà u tambûu
e u lou s’è gangiou in travaggiu dûu

E al posto degli anni che erano diciannove
si sono presi le gambe e le mie braccia
da allora la canzone l’ha cantata il tamburo
e il lavoro è diventato fatica

vuga t’è da vugâ prexuné
e spuncia spuncia u remu fin au pë
vuga t’è da vugâ turtaiéu
e tia tia u remmu fin a u cheu

voga devi vogare prigioniero
e spingi spingi il remo fino al piede
voga devi vogare imbuto (= mangione)
e tira tira il remo fino al cuore

e questa a l’è a ma stöia
e t’ä veuggiu cuntâ
‘n po’ primma ch’à vegiàià
a me peste ‘ntu murtä

e questa è la mia storia
e te la voglio raccontare
un po’ prima che la vecchiaia
mi pesti nel mortaio

e questa a l’è a memöia
a memöia du Cigä
ma ‘nsci libbri de stöia
Sinán Capudán Pasciá

e questa è la memoria
la memoria del Cicala
ma sui libri di storia
Sinán Capudán Pasciá

“Fronte e retro dell’album Creuza de Ma”.

E suttu u timun du gran cäru
c’u muru ‘nte ‘n broddu de fàru
‘na neutte ch’u freidu u te morde
u te giàscia u te spûa e u te remorde

e sotto il timone del gran carro
con la faccia in un brodo di farro
una notte che il freddo ti morde
ti mastica ti sputa e ti rimorde

e u Bey assettòu u pensa ä Mecca
e u vedde ë Urì ‘nsce ‘na secca
ghe giu u timùn a lebecciu
sarvàndughe a vitta e u sciabeccu

e il Bey seduto pensa alla Mecca
e vede le Uri su una secca
gli giro il timone a libeccio
salvandogli la vita e lo sciabecco

amü me bell’amü
a sfurtûn-a a l’è ‘n grifun
ch’u gia ‘ngiu ä testa du belinun
amü me bell’amü

amore mio bell’amore
la sfortuna è un avvoltoio
che gira intorno alla testa dell’imbecille
amore mio bell’amore

a sfurtûn-a a l’è ‘n belin
ch’ù xeua ‘ngiu au cû ciû vixín
e questa a l’è a ma stöia
e t’ä veuggiu cuntâ

la sfortuna è un cazzo
che vola intorno al sedere più vicino
e questa è la mia storia
e te la voglio raccontare

‘n po’ primma ch’à a vegiàià
a me peste ‘ntu murtä
e questa a l’è a memöia
a memöia du Cigä
ma ‘nsci libbri de stöia
Sinán Capudán Pasciá.

un po’ prima che la vecchiaia
mi pesti nel mortaio
e questa è la memoria
la memoria di Cicala
ma sui libri di storia
Sinán Capudán Pasciá

E digghe a chi me ciamma rénegôu
che a tûtte ë ricchesse a l’argentu e l’öu
Sinán gh’a lasciòu de luxî au sü
giastemmandu Mumä au postu du Segnü

E digli a chi mi chiama rinnegato
che a tutte le ricchezze all’argento e all’oro
Sinán ha concesso di luccicare al sole
bestemmiando Maometto al posto del Signore

intu mezu du mä gh’è ‘n pesciu tundu
che quandu u vedde ë brûtte u va ‘nsciù fundu
intu mezu du mä gh’è ‘n pesciu palla
che quandu u vedde ë belle u vegne a galla

in mezzo al mare c’e un pesce tondo
che quando vede le brutte va sul fondo
in mezzo al mare c’è un pesce palla
che quando vede le belle viene a galla.

“Caratteristico caruggio nel quartiere di Cağaloğlu”.

A Istanbul il prestigio dei genovesi è testimoniato non solo dal quartiere Galata con relativa torre simbolo tuttora della città ma anche dalla contrada che ancora oggi, portandone il nome, celebra il nostro eroe:

Cağaloğlu (poiché oglu significa figlio, il figlio di Cigala).

La Lapide di Opizzino

I primi decenni del ‘400 sono quelli del dominio visconteo. , dilaniata dalle lotte intestine, si da in signoria interrompendo l’ormai secolare dogato, al casato di Filippo Maria Visconti Duca di Milano.

Al timone del governo cittadino si succedono così diversi commissari l’ultimo dei quali, nel 1432 il lombardo Opizzino d’Alzate.

Il Duca aveva a tal punto sfruttato per i propri interessi le risorse finanziarie della città che nelle altre corti italiche si paragonava la Superba ad una pecora ormai, più che tosata, spoglia della propria pelle.

La misura fu colma quando, a seguito dall’epica difesa di Gaeta assediata dagli aragonesi, i genovesi vincitori a Ponza, furono umiliati dalla contorta e boriosa politica viscontea.

Fu così che il 27 dicembre del 1435 i nobili capeggiati da Francesco Spinola eroe di Ponza e si unirono ai popolari e catturarono il commissario milanese Opizzino d’Alzate.

La caccia all’uomo si concluse all’angolo con Salita San Siro 8 dove, come ricordato da apposita lapide, Opizzino venne, a furor di popolo, sommariamente giustiziato.

«Opizzino di Alzate tiranno per impeto di popolo qui perdeva lo stato e la vita»

Ma le ire dei nostri avi non si placarono con l’omicidio del governatore in carica.

Anche il suo successore Erasmo Trivulzio – infatti – fu costretto a rifugiarsi nel Castelletto.

Trivulzio, dopo aver ceduto il comando della fortezza, venne graziato a condizione di essere affiancato al potere da “otto capitani della libertà” (fra i quali Spinola e Fregoso).

Fu un temporaneo compromesso di potere perché i Genovesi, pochi mesi dopo, riprenderanno le loro lotte intestine per assicurarsi il dogato nel frattempo ripristinato.

La testa del Boia

In Piazza Cavour all’angolo con Via del Molo proprio di fronte a quella che comunemente viene identificata come la casa del Boia si trova una misteriosa e inquietante scultura.

Notarla non è affatto facile: o la si vede da sotto all’altezza, appunto, di oppure da sopra distendendo lo sguardo oltre la sopraelevata.

All’ultimo piano dell’edificio infatti, tra il pluviale e il terrazzino dello stesso, si scorge una misteriosa testa murata.

Attorno a questa scultura ruotano diverse curiose interpretazioni più a carattere leggendario che storico vero e proprio.

Secondo alcuni si tratterebbe dell’immagine di Giano il mitico fondatore della città.

Per altri sarebbe invece, visto che fin dal Medioevo sul Molo avvenivano le esecuzioni capitali, la riproduzione della testa del boia stesso.

Di quest’ultima versione c’è infine una macabra variante secondo la quale il volto sarebbe stata scolpito invece a ricordo delle teste mozzate dei condannati che tagliate dalla scure schizzavano in alto fin lassù.

Quando siete in zona state accorti e baveri ben alzati il boia vi sta osservando.

in Piazza Cavour angolo Via del Molo”.

Quando c’era il Ponte dei Savoia

Quando nel 1885 i Savoia costruirono il ponte che collegava direttamente la loro dimora genovese con la ferrovia e l’imbarcadero lontano da occhi indiscreti.

Quando, per far ciò, non si fecero scrupolo di abbattere la secolare chiesa di San Vittore.
Una parte della chiesa chiusa al culto venne inglobata nelle strutture del Palazzo Reale e una parte sacrificata per l’artificiosa creazione di Piazza dello Statuto.

La navata destra fu invece immolata per l’allargamento di Via Carlo Alberto (1831-39), odierna Via Gramsci.

Quando c’erano ancora i binari solcati dagli inconfondibili tram verdi della Uite.


Il ponte sabaudo fu abbattuto nel 1964 in occasione della costruzione della sopraelevata.

L’origine del toponimo genera ancora oggi confusione poiché tale posticcia appendice è sempre stata impropriamente chiamata .

Il Ponte Reale, quello vero, invece era il passaggio che nei pressi di palazzo San Giorgio, attraversava il torrente “riale” di Soziglia che fungeva da raccoglitore delle acque del rio Bachernia e delle Fontane Marose.

Così rio, “ria” in lingua genovese, per storpiatura nel tempo si è trasformato in “reale” fomentando l’equivoco con il ponte chiamato alla stesso modo che collegava, il Palazzo Reale con l’imbarcadero direttamente in porto.

“Il Ponte Reale dei Savoia nei primi anni ’60 poco prima dell’abbattimento”.

L’Immunità negata

In Via Tommaso Reggio sul muro perimetrale del chiostro dei Canonici della Cattedrale, una delle ultime tracce delle primitive mura medievali del IX sec., è affissa un’eloquente lapide.

Sopra il portale di accesso si legge infatti, scolpita nel marmo, la laconica epigrafe:

“Questo luogo non gode immunità”.

Tale decisione fu presa dal Papa nel XVIII sec. a seguito di una petizione popolare che denunciava il degenerare della situazione.

Fin dal Medioevo infatti tutti gli edifici religiosi garantivano l’immunità a chiunque vi chiedesse asilo: ladri, assassini, briganti, malviventi e fuorilegge vari riuscivano così a sfuggire alla giustizia terrena.

Evidentemente al riparo del chiostro di San Lorenzo si doveva davvero avere esagerato.

Il Barchile di Enea

Nel bel mezzo di in zona della Nunziata, accerchiato dalle automobili, si trova il barchile di .

Il monumento, in origine un semplice barchile con fontana abbellito da una sinuosa sirena, fu realizzato nel 1578 da Taddeo Carlone.

La sua primitiva collocazione era al centro di Piazza Soziglia nel cuore macelli.

Da qui, in seguito alle proteste degli abitanti che lo ritenevano troppo ingombrante, venne trasferito in Piazza Lavagna.

Purtroppo nel frattempo la sirena era stata danneggiata dalle sassate dei monelli del quartiere che la utilizzavano come bersaglio e quindi, poiché mutila in più parti, ricoverata in un magazzino in attesa di essere restaurata.

Ma non finisce qui perché nel 1844 la fontana venne nuovamente spostata, priva della sirena, in Piazza del Fossatello.

Intanto – facciamo un piccolo passo indietro – nel 1726 venne incaricato il celebre scultore carrarese di realizzare la splendida composizione intitolata la “Fuga di Enea da Troia”.

“Primo piano del complesso marmoreo della Fuga di Enea da Troia”. Foto di Leti Gagge.

L’artista nella sua scultura celebra uno dei momenti più alti della cultura occidentale rappresentando la commovente scena in cui Enea, che ha perso tutto, è costretto ad abbandonare la città con quanto di più prezioso gli è rimasto, ovvero il figlio Ascanio aggrappato alle braccia e il vecchio padre Anchise caricato sulle spalle.

Le peregrinazioni della fontana di Enea e famiglia terminarono nel 1870 quando la fontana venne spostata definitivamente nella locazione odierna in Piazza Bandiera dove in precedenza si era insediato il nuovo mercato di frutta e verdura.

“Il barchile di Enea”.Foto di Leti Gagge.

Le Aquile sottomesse

Passando sotto l’ormai millenaria Porta di S. Fede o dei Vacca o Sottana che dir si voglia alzando lo sguardo si notano sulle colonne di recupero dei curiosi volatili appollaiati sui capitelli.

Non si tratta di rapaci qualunque bensì di aquile simbolo araldico del casato dei sovrani del Sacro Romano Impero degli Hohenstaufen.

Costoro, a partire da metà del 1100 fino a metà del secolo successivo, prima con Federico Barbarossa poi con suo nipote Federico II, tentarono invano di conquistare la Superba.

A eterno memento le aquile sono poste in segno di sottomissione a reggere la Porta della città.

… e grande orgoglio…

Via San Lorenzo come Abu Simbel… prima parte…

La nuova strada che avrebbe dovuto risolvere i problemi viari determinati dai traffici portuali si rivelò presto insufficiente a soddisfarne le moderne esigenze. Negli anni ’30 del secolo scorso venne così presentato un progetto di raddoppio della strada che doveva collegare Piazza Dante con Via Turati demolendo le case di Canneto il Lungo e di Via dei Giustiniani. Per fortuna il delirante proposito si arenò nei meandri della burocrazia e non ebbe attuazione.

Oggi rappresenta il salotto buono del centro, ma non è stato sempre così. Da bambino infatti me la ricordo come una delle vie più trafficate della città, l’aria irrespirabile, i palazzi anneriti dalla fuliggine, i bus che arrancavano esausti in coda e le auto parcheggiate, irriverenti, davanti alla Cattedrale.

In origine la via non esisteva, non era che un dedalo di vicoli e piazzette. Nel 1835 fu al centro di una rivoluzione viaria, volta a dare sfogo alle merci che transitavano in Piazza Caricamento, che stravolse tutta l’area.

Fin qui nulla di strano ma forse non tutti sanno che per realizzare l’ambizioso progetto non solo vennero abbattuti molti edifici fatiscenti ma che alcuni vennero letteralmente segati. Le facciate smontate e arretrate di parecchi metri. Insomma un’opera di ingegneria civile non da poco.

La nuova strada che avrebbe dovuto risolvere i problemi viari determinati dai traffici portuali si rivelò presto insufficiente a soddisfarne le moderne esigenze.  Negli anni ’30 del secolo scorso venne così presentato un progetto di raddoppio della strada che doveva collegare Piazza Dante con Via Turati demolendo le case di Canneto il Lungo e di Via dei Giustiniani. Per fortuna il delirante proposito si arenò nei meandri della burocrazia e non ebbe attuazione.

Dopo i restauri dei palazzi e la pedonalizzazione per il G8 del 2001 è diventata la strada, grazie anche ai numerosi locali che affollano la zona, del passeggio dei genovesi e dei turisti.

“Portone e lunetta in ghisa del civ. n. 2”. Foto di Leti Gagge.

Sul lato di  Via San Lorenzo il  palazzo ad angolo con accesso dal civico n. 2 di Via Turati non ha portone. Il fronte è in bugnato al piano strada mentre i due piani nobili presenta stucchi di fine ‘800 con fascia marca davanzale.

Al civ. n. 2 il fronte è invece in bugnato liscio e il portone in pannelli di ghisa lavorati a riccioli con teste leonine. La lunetta sopraluce è a verghe gigliate mentre su quella del negozio a fianco vi sono due angioletti alati che porgono delle cornucopie. L’atrio è a voluta sferica con al centro una lanterna in ferro battuto.

In Via San Lorenzo n. 3 c’è uno dei pochi palazzi che venne invece avanzato di circa 5 metri nell’area della scomparsa Piazza delle Olive. L’antica facciata risulta incorporata all’interno del palazzo, mentre la nuova si presenta con il piano terra occupato da un negozio con le vetrine in ghisa  e lamiera. Il fornice del portale è in  marmo con una curiosa testina di lupo in stucco al centro.

Timpano e cornice sono interamente di stucco. Il trave è lavorato a fasci di verghe con ai lati due testine sporgenti dette acroterii.

In cima fa capolino una testa di Minerva fra riccioli e girali sopra una cornice greca.

“Portale di Via San Lorenzo civ. n. 3”. Foto di Leti Gagge.
“Primo piano del portale del civ. n. 3”. Foto di Leti Gagge,
“Dettaglio del fastigio con testa di Minerva”.Foto di Leti Gagge.

Al civ. n. 5 il Palazzo Gio Batta Centurione (appartenente alla schiatta dei banchieri più ricchi d’Europa) meglio noto con il nome di Boggiano Gavotti. In facciata la Madonna col Bambino del sec. XVIII , un tondo in marmo con rilievo molto sporgente, attribuito allo scultore Bernardo Schiaffino. L’edificio era in origine orientato verso Canneto e venne modificato nel 1843 con la nuova facciata neoclassica lato Via San Lorenzo e con l’accorpamento del palazzo adiacente al Vico della Noce. Nel loggiato spicca il rilievo commissionato da Lorenzo Costa e realizzato da Santo Varni nel 1860. La scultura ricorda il celebre episodio del 1747, quando la rivolta popolare contro l’occupazione austriaca, iniziata nel dicembre del ’46, si stava evolvendo in senso rivoluzionario. I rivoltosi puntarono un cannone dritto contro Palazzo Ducale intenzionati a bombardarlo per dispetto contro quella borghesia che si era schierata con gli austriaci. Il senatore Giacomo si pose a braccia aperte davanti all’arma e placò l’insurrezione.

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“Madonna col Bambino sul portale del civ. n. 5”. Foto di Leti Gagge.
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“Primo piano della Madonna col Bambino ”. Foto di Leti Gagge.

Da qui il proverbio “O Lomelin o l’ha averto u portego”, che sta ad indicare un gesto plateale non propriamente eroico. Al primo piano un ponticello con balaustre marmoree collega il palazzo con un giardino pensile sovrastante l’angolo fra Canneto il Curto e Vico Caprettari. Il terrazzo versa nel più totale abbandono mentre il ninfeo con la statua di Venere risulta ancora ben conservato.

“Loggiato del civ. n. 5”. Foto di Leti Gagge.

Sul portale del civ. 8 è scolpita una lapide il cui testo recita: “Patriae Ornamento / Franciscus Ronco C. F. / MDCCCXXXX”. La lunetta sopraluce in ghisa presenta una Testa di Minerva sul fornice. Osservando le finestre del secondo piano nobile si nota una cornice in stucco con fregi di ghirlande e putti e cinque bucature ad occhio di cui due con fregi a stucco.

“Portale del civ. n. 8”. Foto di Leti Gagge.
“Testa di Minerva sul portale del civ. n. 8”.Foto di Leti Gagge.

Il palazzo del civ. n. 10 a che presenta un basamento in bugnato rustico aveva l’ingresso principale in Vico San Genesio e venne arretrato di ben 10 metri per permettere la costruzione della via.

L’edificio al civ. n. 12 è il Palazzo Bandinelli Sauli in San Genesio ristrutturato nel 1852 su progetto di Ignazio Gardella. Il portale mostra colonne doriche scanalate con metope scolpite con allegorie. A sinistra quella del fiume Po con un toro, simbolo della città di Torino. A destra un Nettuno con un Giano bifronte e un castello, simbolo di . Al centro lo stemma con le due città unite opera di Santo Varni. Questa era la sede della Banca Nazionale, fusione della banca di Torino con quella di che costituirà l’origine ed il nucleo fondante della Banca d’.

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“Portone di Palazzo Bandinello Sauli al civ. n. 12”. Foto di Leti Gagge.

Sul tetto terrazzato una balaustra marmorea con anfore e sotto un cornicione istoriato. Nel grande atrio di rappresentanza con colonne doriche si apre il cavedio tondo balaustrato. L’edificio è accorpato con l’ottocentesco palazzo Solari col quale divide l’accesso. Iniziato nel 1851 su progetto dell’architetto Carpineti il palazzo si presenta oggi con il fronte principale rivolto alla Cattedrale.

fine prima parte… continua…

Il Presepe delle Figlie di San Giuseppe…

Ancor più suggestiva infine l’ipotesi secondo la quale la statuina del popolano con la testa calva in ginocchio sarebbe un ritratto, secondo alcuni addirittura un autoritratto, del Maestro stesso.

In n. 15 presso l’Istituto Figlie di San Giuseppe è amorevolmente conservato un presepe risalente a cavallo fra il XVII e il XVIII sec.

La scena è ambientata in una campagna spruzzata di neve dove un variegato corteo di fedeli si dirige alla capanna incrociando via via lungo il cammino, popolani, contadini e artigiani. Spettacolare in particolare il sfarzoso seguito equestre dei Re Magi.

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“Il variopinto corteo”. Foto di Stefania De Maria

Secondo la tradizione alcune di queste preziose statuette finemente intagliate e riccamente addobbate sarebbero riconducibili, per lo meno nel loro nucleo più antico, al Maragliano e alla sua scuola.

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“Dettaglio della Natività in cui si possono ammirare sia la perizia dell’artista che la bellezza dei vestiti”. Foto tratta dal dell’Istituto delle Figlie di San Giuseppe.

Ancor più suggestiva infine l’ipotesi secondo la quale la statuina del popolano con la testa calva in ginocchio sarebbe un ritratto, secondo alcuni addirittura un autoritratto, del Maestro stesso.

“Salita Inferiore di San Rocchino”. Foto di Anna Rosa Basile.