“Ancora una volta”…

Scritta di getto due giorni dopo la tragedia del 14/8/2018 del crollo del . Un umile ma sincero pensiero volto a trasmettere un po’ di orgoglio e senso di appartenenza per la nostra Comunità.

ANCORA UNA VOLTA!

Non ti ha scoraggiato la guerra 
ma ancora una volta,
Ti frana sotto i piedi la terra.
Roma oggi contrita ti porge il Tricolore
ma ancora una volta,
domani sarai sola con il tuo dolore.
Costretta a piangere in silenzio i tuoi figli
ancora una volta,
vite spezzate come petali di fiori vermigli.
In silenzio e con ritegno,
quando ancora una volta,
è grande lo sdegno.
Persino il tempo ha disatteso il suo mandato stavolta,
si è fermato,
ad ascoltare un momento
ancora una volta,
delle sirene del Porto il disperato lamento.
ferita,
ancora una volta,
Genova tradita.
Genova di nuovo in ginocchio,
si ancora una volta,
ma con lo sguardo fiero
Rialzati!
Ancora una volta,
Rialzati per davvero.

Campanile di S. Maria di Castello e Torre De Castro spuntano fra le gomene del Neptune.
Foro di Leti Gagge.

Più che mai:
“Padroni di una corda marcia d’acqua e di sale che ci lega e ci porta in un caruggio di mare”.
Cit. “Creuza de ma” 1984 Faber.

Versione in lingua genovese:

ANCON INA VÒTTA!

A no t’à descoragiòu a goæra

ma ancon ina vòtta,

a tæra a te derua de sotta a-i pê.

Romma ancheu pentîa a te porze o tricolore

ma ancon ina vòtta,

doman ti saiæ sola co-o teu dô.

Costreita a cianze in scilensio i teu figgi

ancon ina vòtta,

vitte stocæ comme feugge de sciôe cô rosso          incarnatto.

In scilensio e con ritegno,

quande ancon ina vòtta,

o l’è grande o sdegno.

Finn-a o tempo o l’à tradio o seu mandato

stavòtta,

o s’è afermòu,

a stâ a sentî ’n momento

ancon ina vòtta,

o lamento despiòu di corni do pòrto.

Zena feria,

ancon ina vòtta,

Zena tradia.

Zena torna in scê zenogge,

scì ancon ina vòtta,

ma con sgoardo fêo

îsite torna!

Ancon ina vòtta

îsite pe dindavéi.

Traduzione di Pietro Costantini.

“Voglia di gelato”…

Chi non ha mai gustato seduto ad un tavolino in compagnia dei propri genitori Il alzi la mano?

Il gelato Paciugo nacque durante la guerra presso il celebre bar Excelsior di Portofino dove veniva realizzato un composto di panna e creme annaffiato di sciroppo di granatina, amarene sciroppate e granella di nocciola. A dargli il nome fu il suo ideatore  Lina Repetto che la battezzò, in risposta alla domanda su come si chiamasse quel gelato:” U lè un paciugo”, un pasticcio. Mai nome fu più azzeccato riportando alla mente, soprattutto dei meno giovani, le ingarbugliate vicende dei protagonisti della leggenda tramandata presso il santuario di Coronata.

“Coppa di Paciugo”.
“Il ”.

Un altro gelato  ormai patrimonio dell’assortimento nazionale è “Il Pinguino” la cui affascinante genesi venne raccontata da Gerolamo Boero titolare della Gelateria Giumin di Nervi. Questi ricordava come acquistò delle forme di acciaio da un ferramenta alle quali unì la panna montata intingendola nel cioccolato fuso. Il nuovo gelato venne chiamato Macallè in onore del nome dii una vittoria, assai celebrata in quell’epoca, in Etiopia. Nel dopoguerra  l’originale stecco  mutò nome in pinguino e venne assaggiato dal Cavalier Motta in persona che, pienamente soddisfatto, ne iniziò la produzione su larga scala. E fu così che dal Pinguino genovese nacque il gelato che ancora oggi troviamo nei bar e nei banchi frigo dei supermercati, il Mottarello.

A proposito di gelati, impossibile non parlare poi, vista la recente riapertura della Cremeria di Buonafede, della l’autoctona crema genovese a base di panna fresca, caffè arabico in polvere, tuorli d’uovo e zucchero.  ha una sorella dal nome, in due lingue diverse, identico che è Napoli (dall’etrusco Kainua Genova, dal greco Neapolis Napoli, entrambe significano “città nuova”) dove –  guarda caso – esiste una preparazione molto simile, chiamata “Coviglia”.

“Coppa di pànera”.

In molti, a cominciare da “Amedeo”, la premiata gelateria di Boccadasse dal 1927, ne rivendicano la paternità. Panna nera per contrazione Pànera.

Se l’inventore del moderno gelato fu nel 1686 il siciliano Francesco Procopio che lo esportò a Parigi, l’origine di quello genovese risale al 1770 quando il nostro conterraneo Giovanni Bosio, emigrato in America in cerca di fortuna, la trovò proprio aprendo a New York la prima gelateria italiana artigianale. Fu così che iniziò a proporre un’antica preparazione semifredda ligure diffusa fra le famiglie nobili della sua città natale ideata per soddisfare i capricci estivi dei propri pargoli che non gradivano il caffèlatte caldo, preferendo invece la casalinga versione di quella che sarebbe stata chiamata pànera.

Gli americani ne furono subito entusiasti (e ancor oggi sono i più grandi consumatori di gelati al mondo) e iniziarono a variarne la ricetta, secondo il loro gusto unendo latte intero e aggiungendo altri ingredienti come caramello e noci. perfezionando le prime gelatiere casalinghe, mastelli di legno con manovella che andavano a ghiaccio e sale e in seguito aprendo le prime “fabbriche di gelato”, dando vita così al gelato industriale.

“La Cremeria di Buona Fede in ”. Foto di Leti Gagge.
“Antica latteria igienica” di Amedeo in Piazza Nettuno a Boccadasse”.

Il gelato insomma a Genova vanta una lunga tradizione che prosegue sia nel nome di prestigiose storiche gelaterie quali in ordine sparso: Carla a Sturla, Amedeo a Boccadasse, Tonitto in Albaro, Guarino in Castelletto, Profumo e Cremeria di Buona Fede nei caruggi, sia nel solco di esperienze più recenti ma non meno gratificanti, quali Chicco e Gaggero a Nervi,Vittorio a Recco,.Gelateria Priaruggia a Quarto, Cremeria delle Erbe e Cremeria Gran Sasso in centro, Don Paolo in circonvallazione, il Siculo alla Foce, Cucchi nel ponente cittadino… e mi scuso con tutte le altre altrettanto meritevoli realtà che nella mia ignoranza ho sicuramente dimenticato.

Annotò a proposito del gelato Marcel Proust in un brano della sua “À la recherche du temps perdu”: “Tutte le volte che ne mangio, templi, chiese, obelischi, rocce, è come una geografia pittoresca che guardo prima, e di cui converto poi i monumenti di lampone o di vaniglia in freschezza nella mia gola”. Un pensiero che a Genova calza a pennello. Non v’è dubbio che l’affermato scrittore quando appuntava questi pensieri si riferiva a Parigi. Ma se nella Superba di rocce, chiese e palazzi ve ne sono in abbondanza di certo è priva di obelischi, una carenza questa ampiamente compensata dalla scenografica presenza del  mare.

Storia di un magnifico portale e del suo glorioso stemma…

… storia del palazzo Antonio Doria, poi

Se Andrea fra il 1521 e il 1529 fece edificare il suo strepitoso Palazzo del Principe fuori le mura commissionandolo a Perin del Vaga, Antonio, dal canto suo, non volle essere da meno. Il capitano parente del più celebre ammiraglio costruì infatti nel 1541 la propria degna dimora ingaggiando sia Bernardo Cantone che G.B. Castello detto il Bergamasco in un’area immersa nel verde degli orti e della collina retrostante nella zona di S. Caterina vicino alla Porta dell’Acquasola.

Il magnifico palazzo, oggi sede della Provincia e della Prefettura, ha mantenuto nei secoli la sua smagliante bellezza anche se nel 1879 è stato fortemente ridimensionato soprattutto nella parte concernente il suo sontuoso giardino per l’apertura di Via Roma e della Galleria N. Bixio.

I prospetti rivolti su Largo Lanfranco e Piazza Corvetto sono stati affrescati dalla bottega dei fratelli Calvi e celebrano, attraverso scene di Trionfi di Antichi romani, le gesta del casato. All’altezza dei balconi del primo piano sono ancora leggibili alcune iscrizioni che raccontano le avventure della famiglia: Gli affreschi cinquecenteschi della facciata, opera di Lazzaro e Pantaleo Calvi che raccontano le gesta dei Doria, sono stati restaurati nel 2001.

“Affreschi della bottega Calvi”.
“Ancora affreschi dei Calvi in facciata”.

“Ansaldus Doria Rebus Optime et Felicissime Gestis Victor in Patriam Redit An. MCXLVII –

Magna in Almeriam Instructa Classe AN . MCXLVII Ansaldus Doria ex Coss Triremium XXV

Praef Mauros Profligavit Genuensis Haud Impar Nomini”.

Spettacolare è il portale scolpito intorno al 1580 da Taddeo Carlone autore anche della maggior parte degli affreschi interni. Monumentale è il portone con doppio ordine di colonne doriche scanalate. Sul trave statue con armature e due armigeri che reggono lo stemma nobiliare degli Spinola il casato che subentrò ai Doria nel 1624; Metope con bucrani, clipei ed elmi, due teste di Medusa alternate a mensole intarsiate a triglifi.

Lo stemma ad inizio ‘800 fu oggetto di una orgogliosa disputa per un contrasto tra il Marchese Massimiliano Spinola proprietario del palazzo e Re Vittorio Emanuele I. Lo Spinola era stato nominato Ciambellano del Re. Avendo egli rifiutato la carica, il Re lo chiamò a Corte. Chiestogli il motivo del rifiuto di cotanto onore lo Spinola rispose: “Maestà son nato per essere servito e non per servire gli altri”.

Congedato dal Re con l’avviso che da quel giorno non avrebbe più avuto relazioni con la Reggia, lo Spinola, di ritorno a , fece apporre sul portone del palazzo l’epigrafe “Omnia Tempus Habent” (ogni cosa ha il suo tempo)  in risposta al poco gradito motto utilizzato dal sovrano sabaudo “Sic Transit Gloria Mundi” (così passa la gloria di questo mondo). Il Governatore ne intimò la rimozione per ordine reale e non avendo il Marchese obbedito la fece coattivamente eseguire.

“Il portale di Taddeo Carlone”.
“Lo stemma degli Spinola sul trave”.
“Primo piano dello stemma del casato”.
“Particolare”.
“L’ingresso visto dall’interno”. Foto di Leti Gagge.

Varcato l’ingresso subito si nota la volta dell’atrio affrescata da M. A. Calvi con al centro il medaglione che raffigura il capitano Antonio Doria. Proseguendo lungo le scale che iniziano con teste imperiali si accede al cortile interno allestito con due ordini di loggiato che conduce al piano nobile. Il perimetro del cortile è decorato con ritratti di guerrieri.

“La volta con al centro il Capitano Antonio Doria”.
“Uno dei guerrieri dipinti lungo il perimetro del cortile”.
“I guerrieri sotto il loggiato”.
“Ancora guerrieri sotto il loggiato”.
“Decorazioni delle volte”.
“Il doppio loggiato”. Foto di Leti Gagge

Nel cortile si trova anche un secondo portale che un tempo consentiva il passaggio verso la parte di palazzo rivolta sui i giardini oggi convertiti in maniera più pragmatica a posteggi per la Prefettura.

“Il doppio ordine de loggiato con al centro il portale proveniente dal palazzo del Principe”.
“Dettaglio del portale in pietra nera con la nicchia vuota”. Foto di Leti Gagge.
“Sbirciando dentro alle vetrate”. Foto di Leti Gagge.

Tale portale con colonne ioniche in marmo è completato da un fastigio in pietra nera di promontorio. Nella nicchia Al centro del piccolo tempio era ricoverato un tempo il busto dell’Imperatore Carlo V, grande amico ed alleato di Andrea. In origine infatti tale portale era custodito nel palazzo del Principe ma non se ne conosce né la locazione esatta né il motivo del trasferimento.

A testimonianza del prestigio dei Doria che avevano interessi commerciali sparsi un po’ ovunque la loggia superiore è impreziosita da una serie di vedute a fresco di città realizzate da Felice Calvi: Genova, Venezia, Milano, Gerusalemme. Firenze, Anversa e Napoli.

“Le rappresentazioni cittadine di Felice Calvi”,

Nel XVII secolo Bartolomeo Bianco apportò significative migliorie fra le quali, a levante, la costruzione di una galleria (affrescata poi da ) e l’aggiunta di balaustre marmoree sul prospetto principale. Tra il 1791 e il 1797 l’edificio viene sopraelevato di un piano.

“Salone maggiore affrescato da Giovanni e ”.
“Particolare di Ercole in lotta con le Amazzoni. Foto di Marco Toma.
“Apollo che saetta i Greci di Luca Cambiaso”. Foto di Leti Gagge.

Oltre alle opere di Aurelio, Lazzaro, Pantaleo e Felice Calvi, e quelle di Andrea Ansaldo il palazzo conserva due pregevoli affreschi di Giovanni e Luca Cambiaso: nella Sala degli Arazzi “Ercole in lotta con le Amazzoni” e nel Salone della Vendetta alle pareti “Storie della guerra di Troia” e sul soffitto “Apollo che saetta i Greci alle porte di Troia”. Si tratta, quest’ultima della prima commessa di una certa importanza, in autonomia dal padre Giovanni, realizzata dal giovane Luca. L’allora diciassettenne artista monegliese, che in età matura verrà chiamato dai reali di Spagna per decorare nientemeno che l’’Escorial madrileno, sprigiona qui tutto il suo emergente talento, sebbene ancora influenzato dal fascino manieristico di Giulio Romano e Perin del Vaga. Artisti dei quali Cambiaso aveva avuto occasione di ammirare le opere dal vivo in città (“Decollazione di S. Stefano” del primo e “Sala degli Eroi” del secondo).

“L’edicola della Madonna Assunta incastonata nell’angolo del palazzo”. Foto di Bruno Evrinetti.

 

“Edicola della Madonna dell’Assunta”. Foto di Bruno Evrinetti.
“L’attigua Salita di S. Caterina decorata con gli ombrellini colorati”. Foto di Leti Gagge.

Tornati nel traffico della sottostante Via Roma e del viavai di Salita S. Caterina, oltre che osservare ammirati il cielo per i colorati ombrellini, è opportuno rivolgere una preghiera all’edicola della Madonna Assunta del XVII-XVIII sec. Un’elegante edicola barocca di pregevole fattura. Posta sull’angolo dell’edifico in direzione della Salita. La statua della Madonna poggia su un basamento sporgente mentre dalla cornice con riccioli e volute, spuntano due angeli adoranti ai lati: uno prega e l’altro porta le braccia al petto.

Poco distante in cima alla torre Grimaldina sventola orgoglioso il vessillo di San Giorgio.

“La Croce di San Giorgio svetta sulla torre Grimaldina”. Foto di Leti Gagge.

“Due passi in Via Luccoli”…

Anticamente era poco più che una mulattiera che attraversava un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus”che in latino infatti significa “piccolo bosco” era l’area dedicata a Camuho Dio del Sole e ad Acca la dea della Luna. Da questa curiosa unione deriva anche il nome di Acquasola che culminava proprio in cima alla zona dei boschetti sacri. In quel tempo era purtroppo normale fare sacrifici umani per ingraziarsi le divinità.

Secondo una popolare leggenda una di queste vittime che, oltre mille anni dopo, gironzola ancora oggi nel vicolo, ignara del proprio triste destino, è il fantasma di un ingenuo fanciullo che sorride ai passanti.

Il caruggio fu costruito nel XIII sec. al tempo in cui gli Spinola si insediarono nella zona costruendo i propri palazzi e aprendo le proprie botteghe.

Il tracciato della creuza segue pari pari il corso del sottostante rio che convoglia le acque provenienti da Via Caffaro e proseguiva fino alla Porta dell’Acquasola. In origine, era fuori le mura, all’interno delle quali venne inserito solo con l’erezione della cinta cinquecentesca.

La funzione di tale strada venne ridimensionata nei secoli successivi  quando venne interrotta a causa dell’ottocentesca costruzione di Via Carlo Felice e all’ ampliamento di Piazza Fontane Marose nel 1825.

La conformazione in cui ancora oggi la possiamo ammirare risale al XVI sec quando le torri furono abbattute, le logge murate e i porticati chiusi. Vennero così edificate nuove costruzioni sfarzosamente decorate ed affrescate. Alcune di esse, nonostante gli stravolgimenti urbanistici avvenuti fino ai giorni nostri, mantengono ancora intatto il loro fascino e sono sempre fonte di sorprendenti scoperte..

“Portale di San Giorgio e il Drago al civ. 14”.

Proseguendo nella passeggiata al civ. n. 14 si può ammirare un raffinato portale marmoreo che riproduce la tradizionale scena di S. Giorgio che uccide il drago.

Ai numeri 16 e 18 si nota il basamento in pietra nera di promontorio di una loggia tamponata del XV sec. che in origine, proseguiva in Vico Lavagna e Via ai Macelli di Soziglia e occupava tutto il perimetro del palazzo. I sei archi tamponati, speculari rispetto a quelli della parte residenziale della loggia lato Via Luccoli, un tempo ospitavano le botteghe dei macelli.

“Due delle logge tamponate”.
“A sinistra il portale bianco con le cornucopie”. Foto di Bruno Evrinetti.

Al civ. 11 r si nota sopra un portone bianco un bel fregio con tre cornucopie colme di frutta che sovrasta un’attività commerciale.

“L’atrio con il Ninfeo in Via San Sebastiano 15”.

Sul retro del civ. n. 22 nel giardino pensile ricoverava, prima di essere trasferito nell’atrio del palazzo di Via Sebastiano 15, un ninfeo con Tritone del XVII sec.

“Portale e stucchi della facciata di Palazzo Niccolò Spinola”. Foto di Francesco Auteri.

 

Nella piazzetta al civ. n. 23 si ci imbatte nello spettacolare Palazzo Niccolò Spinola di Luccoli, noto anche come Bertollo già Franzoni. Il portale presenta semicolonne ioniche mentre nel bel atrio con volte alcune colonne barbaramente murate sono semi nascoste dalla vetrina di un negozio di erboristeria. L’edificio è stato completamente ristrutturato nel XVIII sec. e arricchito sul prospetto con eleganti ornamenti in stucco.

Ai civ. 9 r e 24 di Madonne col Bambino o mancanti o mutile.

“La scritta abrasa ma ancora leggibile sul trave del portale del civ. n. 26”.

Al civ. 26 sopra il portale in marmo bianco inciso un motto, per noi genovesi, assai pertinente: “Sumptus Censum non Superet” (la spesa non sia maggiore dell’entrata). Varcato il portone, scale, ballatoio e colonne tutti rigorosamente in marmo con i primi due piani superbamente rivestiti in azulejos.

“L’edicola gotica del pluviale”. Foto di Leti Gagge.

Infine, sempre al 26 l’edicola gotica del XIV sec. della Madonna col bambino, San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo attraversata, senza il minimo rispetto, da un pluviale e offesa da una persiana. Il trittico raffigura la Madonna e il Bambino al centro e ai lati sotto le cuspidi coniche i due santi con S. Michele che calpesta il drago. Alla base una metaforica rappresentazione della grottesca natura umana.

La Madonna del pluviale…

Collocata all’altezza del secondo piano del civ. n. 26 di Via Luccoli si trova un edicola del XIV sec. della Madonna col Bambino, San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo, una delle poche in stile gotico della città. Fin qui nulla di strano –direte voi- una delle tante edicole sparse per i caruggi. Peccato che il muro al quale si appoggi risulti sommariamente intonacato e la statua,  infastidita da una sbatacchiante persiana, sia affiancata da un orrendo tubo di raccolta delle acque piovane. Per questo l’ho amaramente ribattezzata “la ”.

La particolarità di quest’immagine sta nel fatto che non è, come di solito avviene, contenuta in un tempietto, bensì concepita come un trittico di una pala: al centro la statua della Vergine con il bambinello mentre , ai lati, sotto due cuspidi coniche , i santi Giovanni Battista e Michele con quest’ultimo che calpesta il drago.

Alla base una grottesca rappresentazione della natura umana.

“Quattro amici in mar”…

Se non erano “Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…” come nella celebre canzone di Gino Paoli, certo si può ben dire che, già prima della seconda guerra mondiale, c’erano quattro amici in mar che il mondo, per lo meno quello subacqueo, l’avrebbero cambiato per davvero: , assieme ai suoi tre amici,   (che sarebbe stato il fondatore della Cressi Sub), (fondatore poi della Technisub),  (fondatore della Mares), si dedicò allo sviluppo delle prime strumentazioni per la subacquea, rivoluzionando completamente il settore.

“Egidio Cressi”.

Marcante viene infatti considerato il patriarca della scuola subacquea italiana e a lui, assieme a Luigi Ferraro, si deve la nascita nel 1948 del metodo didattico italiano, mirato all’avvicinamento alla subacquea, sviluppatosi poi fin dal 1957 nei corsi della Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee (FIPSAS).

A Marcante, Mares e Cressi durante la guerra si unirono anche  che creò in questi primi laboratori il prototipo sportivo dell’autorespiratore ad ossigeno (ARO) sulla base dello stesso respiratore usato dalla Marina militare italiana e Luigi Ferraro, conosciuto durante una battuta di pesca subacquea. Nacque così la prima moderna scuola subacquea del mondo.

“Luigi Ferraro si prepara per un’immersione”.

Luigi Ferraro era stato un ufficiale della Marina Militare nella seconda guerra mondiale, pioniere della subacquea italiana. Aveva prestato servizio come palombaro nella Decima Flottiglia MAS della Regia Marina venendo decorato con la medaglia d’oro al valor militare per aver affondato da solo tre navi nemiche.

“Duilio Marcante con due enormi cernie”.

Terminata la guerra nel 1947 durante una delle tante immersioni effettuate da quei coraggiosi ragazzi qualcosa andò storto e Gonzatti vi perse la vita. Marcante si presentò al funerale del compagno in tenuta da sub e poi, ancora scosso, si recò a scrutare il mare in riva alla baia. Nacque così, in quel momento di profondo dolore, l’idea di Duilio di far costruire la statua battezzata Cristo degli Abissi, un luogo mistico per tutti i sub, in omaggio all’amico scomparso.

Il bronzo della statua creata nella fonderia artistica Battaglia venne ottenuto dalle fusioni di medaglie, elementi navali (perfino eliche di sommergibili americani donati dall’U.S. Navy) e campane.

La scultura, alta circa 2,50 metri, fu realizzata dal celebre artista Guido Galletti e rappresenta il Cristo con le braccia rivolte al cielo verso il Padre Eterno e aperte in segno di pace. Il 29 agosto 1954 la statua venne calata in mare davanti all’abbazia di San Fruttuoso nell’omonima baia a 17 metri di profondità grazie all’intervento della Marina Militare.

“La targa subacquea in omaggio a Duilio Marcante”.

Alla morte di Marcante avvenuta nel 1985 sul basamento della statua è stata apposta una lapide in suo ricordo. Nel 2017 in occasione di un intervento di pulizia i sommozzatori di Guardia di Finanza, Capitaneria, Carabinieri, Polizia, Marina Militare e Vigili del Fuoco che avevano effettuato il restauro sotto il coordinamento della Soprintendenza alle belle arti, si sono accorti della scomparsa della targa. La stessa venne ritrovata pochi giorni dopo, non è chiaro se trasportata dal mare o abbandonata dopo un tentativo di furto, sulla spiaggia di san Rossore a Pisa.

Nel 2003 la statua è stata restaurata per preservarla dalla corrosione e dalle incrostazioni e, soprattutto, per riattaccarle la mano staccata da un’ancora, ritrovata dal subacqueo Enea Marrone, per poi essere riposizionata sott’acqua il 17 luglio 2004 su un nuovo basamento, ad una profondità inferiore a quella precedente.

La prestigiosa scuola subacquea genovese è tuttora attiva in Via Cinque Maggio 2/C  e si chiama Unione Sportivi Subacquei “Dario Gonzatti”, fondata nel lontano maggio 1948 da Luigi Ferraro, Duilio Marcante, Egidio Cressi e altri soci, in onore dell’amico scomparso.

in tenuta da palombaro”.

L’innovativo sodalizio non era stato ancora costituito quando Luigi Durand de la Penne (anch’egli genovese purosangue)  il 18 dicembre 1941, al comando di una formazione di palombari si rese protagonista dell’eroica impresa della notte di Alessandria. In quel frangente dimostrò di essere della stessa pasta dei suoi colleghi affondando una nave e un sommergibile inglese.

“Duilio Marcante”
Luigi Ferraro medaglia d’oro al valor militare”.
“Squadra di palombari nel porto di ”.

Sempre nel 1948, anno di fondazione, si tennero all’isola d’Elba i primi corsi del mondo di scuola subacquea. Fu sempre l’USS di Genova a pubblicare la prima rivista del mondo di cultura subacquea. Genova, nei decenni a seguire, vinse tutte le competizioni del genere: dalla prima crociera sub alle Isole Tremiti nel 1950 alle varie competizioni di foto sub, nuoto pinnato, caccia sub. Sempre per merito di Ferrari ma anche di Duilio Marcante e delle loro prove sull’adattamento fisiologico dell’uomo in immersione, si arrivò, in collaborazione con l’Università di Genova a cognizioni che aprirono quello che fino ad allora era un territorio vergine della ricerca.

Si passò così dalle rudimentali pinne ai modelli “rondine”, tuttora insuperate. Fu sempre il Ferraro ad organizzare una settimana ininterrotta di vita in una capanna sottomarina per il figlio, che superò la prova brillantemente. Sempre i genovesi convocarono nel 1964 nella nostra città l’assemblea Generale della Confederazione Mondiale delle attività subacquee alla quale partecipò il fior fiore  dell’oceanografia mondiale. Fra gli altri: J.J. Cousteau, Dumas, Bond, Piccard.

1947 Isola di Vulcano : Egidio Cressi e Dario Gonzatti con A.R.O. , questa foto è stata scattata probabilmente da Luigi Ferraro con una custodia artigianale

Il tempio di questi coraggiosi pionieri si trova qui nel mare di Camogli all’interno dell’area protetta del parco marino di Portofino dove nuota un Cristo sott’acqua che volge lo sguardo al cielo.

 

 

“Parsimoniosi a causa di un Corsaro”…

Se c’è un luogo comune associato ai genovesi è proprio quello legato alla loro presunta avarizia. Una storia che parte da lontano, da molto lontano probabilmente già al tempo del famoso “Emmo Za Daeto” pronunziato dai legati della Repubblica in faccia all’Imperatore Federico Barbarossa che, pretendendo da costoro tributo, ottenne invece l’orgoglioso rifiuto.

Una caratteristica questa legata alla gestione del denaro che si rafforza a partire dal ‘400 quando, a seguito dell’istituzione del Banco di San Giorgio avvenuta nel 1407, la Superba diviene la regina delle transazioni finanziarie contendendo il primato in questo ambito ai grandi banchieri teutonici e sassoni.

E siccome “a prestâ e à un amigo, ti perdi e e ti perdi l’amigo” i genovesi, ligi all’antico adagio,
(se presti soldi ad un amico, perdi i soldi e perdi l’amico) fanno fortuna prestando “palanche” alle emergenti e ambiziose monarchie francese e spagnola.

“Il cambiavalute di Rembrandt”. Tela del 1627 conservata al Staaliche Museen di Berlino.

Sul finire del secolo , fiutandone il senso degli affari e le potenzialità economiche, accoglie la prima comunità di ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna cattolica da Isabella di Castiglia. Da questi i Genovesi apprendono e affinano sia le tecniche commerciali che le pratiche di strozzinaggio. Ed è proprio in questo periodo che, per calmierare e porre freno alla lucrosa gestione dei prestiti, vengono istituiti anche a Genova i banchi di pegno.

A detta degli storici però il vero spartiacque in relazione all’assioma “genovesi quindi avari” che si sostituisce nell’immaginario collettivo al precedente “genuensis ergo mercator” (genovese dunque mercante) risale al 1588 quando i destini della Signora del mare si incrociarono con quelli del grande corsaro inglese .

Da tempo infatti Genova aveva rinunciato alla sua vocazione marittima preferendole quella finanziaria e bancaria: quello che veniva identificato come “Il siglo de los Genoveses”  quando i forzieri della città partivano per la Spagna e tornavano onusti di oro delle Americhe, tanto che si diceva: “l’oro nasce nel Nuovo Mondo ma viene sepolto a Genova”, volgeva ormai al tramonto.

“Nave con le insegne imperiali nel 1566 onusta di tesori”.

Era il periodo in cui le dimore patrizie genovesi erano le più sfarzose d’Europa: una ricchezza comunque mai ostentata fine a se stessa ma semmai consona al rango per doveri di rappresentanza e prestigio sociale, più spesso, accuratamente nascosta e considerata solo un modo redditizio per diversificare gli investimenti.

“o cû e i dinæ no se mostran à nisciun”
(il sedere e i soldi non si mostrano a nessuno).

I genovesi dunque così pronti a viaggiare per il mondo, protagonisti dei commerci e delle scoperte geografiche invece a casa loro sono schivi e diffidenti, per nulla inclini a mostrare le proprie ricchezze e proprietà.

Era scomparso da circa un lustro Andrea Doria quando nel 1585 era scoppiata la guerra tra Spagna e Inghilterra e Filippo II, per sconfiggere la terra di Albione di Sir Francis Drake, decise di allestire l’invincibile “armada” commissionandola, come da consolidata tradizione, ai genovesi.

“La regina Elisabetta I nomina corsaro Sir Francis Drake”.

I nostri armatori erano indecisi e titubanti se investire così tanto denaro in un’impresa a tal punto rischiosa da mettere a repentaglio le risorse della Repubblica ma decisero comunque di restare fedeli alla corona degli Asburgo e di finanziare questa operazione. Vennero allestiti 130 vascelli, con relativo armamento di 24.000 uomini, pronti per affrontare per le terribili battaglie del 1588.

La sorte avversa culminata in una serie anomala di violentissime tempeste unita all’indiscussa abilità e capacità marinara di Drake infransero i sogni spagnoli e con essi anche le speranze di lucro dei genovesi.

Per la regina del mare, dopo un secolo di ricchezze, agi e splendori, si trattò di un colpo durissimo dal quale non riuscì più completamente a risollevarsi. La Spagna terminerà la sua iperbole di dominio europeo e Genova, fedele alleata, ne seguirà il declino con l’aggravante di non riuscire più né a pretendere, né di conseguenza a riscuotere i crediti maturati e dovuti.

Da qui si fa risalire quindi la diffidenza quando si parla di dinæ nei confronti dei “furesti” e quel senso di malcelata rassegnazione (se non era per gli spagnoli…) che porterà i nostri avi ad essere più che mai accorti nei loro futuri investimenti: quello che per gli altri quindi è tirchieria per i genovesi è perché – e la storia ce lo insegna – “maniman” non si sa mai.

Perché se nel campo delle scienze Lavoisier teorizzava “in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” per i genovesi, in quello economico, nulla si butta via, nulla si spreca e tutto si ricicla e risparmia”.

 

“Essere Antifascisti”…

Il 28 giugno 1960 i partiti antifascisti si coalizzarono per difendere la Costituzione ed impedire che il Movimento Sociale Italiano organizzasse a Genova il proprio Congresso Nazionale.
Il Presidente onorario di tal partito sarebbe dovuto essere Basile, in epoca fascista Prefetto per le Deportazioni.
Il 30 giugno venne indetto lo Sciopero Generale a partire dalle 15 fino alla fine dei turni di lavoro.
Si formò così un Corteo di alcune migliaia di persone con destinazione Piazza della Vittoria dove a pronunciare l’accorato discorso contro il neonato fascismo fu Sandro Pertini.

Al termine della Manifestazione gran parte dei dimostranti risalì verso Piazza De Ferrari dove erano schierate in assetto antisommossa le Forze dell’Ordine.
Gli scontri furono violenti e durarono circa due ore fino a quando il Presidente dell’Anpi Giorgio Gimelli e il Questore della città concordarono la ritirata delle Forze di Polizia.

“Sandro Pertini sul palco sotto l’Arco dei Caduti in Piazza della Vittoria”.

Ovviamente il Congresso del Partito non si tenne più a e, conseguenza di questo smacco, a Roma cadde il Governo Tambroni.

ESSERE ANTIFASCISTI È IMPEDIRE AI NEOFASCISTI DI MANIFESTARE. (IL DISCORSO DI SANDRO PERTINI A GENOVA NEL 1960)
di Sandro Pertini

“Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.
Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologià di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.

“Scontri in Piazza De Ferrari”.

Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.
Questi valori, che resteranno finché durerà in una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.

“Il fiume umano di decine di migliaia di manifestanti in Via XX Settembre”

La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero. Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.
E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria , purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.

“Eloquente striscione esibito dal corteo”

Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.
Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.
Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.

“La prima pagina dell’Unità”

E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.
Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.
Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.
Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.
Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra , le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.
Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.

“L’Unità celebra la Resistenza genovese. Cade il Governo”

A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?
Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.
Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.
Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.”

 

Le navi del Principe…

Davanti al giardino meridionale, dominato da una statua di Nettuno (eretta al tempo di Giovanni Andrea), chiaro riferimento analogico alla supremazia dell’ammiraglio) proteso verso il mare (immaginatelo senza il porto e la strada sopraelevata, in diretto rapporto col mare quindi), attraccavano le galee della flotta delle aquile dei Doria nel momento in cui l’ammiraglio (prima Andrea, poi Giovanni Andrea) doveva imbarcarsi sulla Capitana (l’ammiraglia) o doveva sbarcarne per tornare a casa.

Oltre all’ormai celebre galeone dei pirati al Porto Antico è ormeggiata la riproduzione della fregata “Argo” di Andrea Doria . La barca è stata ricostruita seguendo fedelmente i disegni originali del Cinquecento. “Argo” monta issati i due vessilli verdi (il colore della famiglia) ed i due vessilli bianchi fregiati dall’aquila araldica dei Doria. Il tutto è completato da un tendale in prezioso velluto cremisi. L’imbarcazione serviva all’epoca per trasportare i nobili ed i notabili che giungevano via mare fino alla residenza del Palazzo del Principe, la sontuosa villa sul mare da cui l’ammiraglio poteva dominare il porto e il golfo di .

“Veduta dei giardini e della fontana del Nettuno. Davanti un tempo c’era la Porta di san Tommaso e la flotta di galee. Oggi al loro posto la Stazione Marittima e le grandi navi da crociera “.

Ma l’ammiraglio aveva sempre, ancorate in Darsena, 12 galee in assetto da guerra al comando della quale v’era la Capitana, la galea più prestigiosa del suo tempo.

“L’imbarcazione per trasferire gli ospiti dalla darsena alla villa”. Foto di Mauro Salucci.

Una nave sfarzosa e dalle dimensioni ragguardevoli al servizio del Signore del mare. A quel tempo era stata stabilita insieme all’imperatore Carlo V la spedizione in Africa e, per l’occorrenza, l’ammiraglio aveva dato disposizione per l’allestimento di una nuova flotta e di una degna capitana di tale stuolo.

“Ritratto di Andrea nelle vesti di Nettuno opera del Bronzino”.

“Il Signor Principe facea fare una quadrireme, legno non usitato, per vedere se riuscita bene, per servirsene riuscendo molto utilmernte” raccontano i cronisti del tempo e ancora “L’Imperatore è sbarcato in la quadrireme, la quale è la più bella galera che si possa immaginare, e a popa li è preparata una cameretta ove dormirà esso et lo Infante Don Luis di Portugal”.

“La quadrireme è tale che a gran fatica non si potrebbe meglio pingersi et immaginarsi”… un altro storico… “Questo legno era con sì raro artificio et con tanta et si nuova magnificenza fabbricata, et ornato così riccamente, che pareggiava in questo genere le spese superbissime delli antichi imperatori”.

“Il Principe Andrea Dorio ha fatto una galera per la cesarea Maiestà; quale dicono essere longa quindice palme et larga quatro più delle altr. Dove che nelle altre usano tre rafforzati (tre fila di rematori) per banco in questa ne usano quatro: E de qui preso il nome Quadrireme. In prora vanno tre gagliardi, che così dicono stendardi, con Bandere de damasco cremesin; longhe palmi ventitrè l’una, posti tutti in oro. In quello de mezo una stella tutta d’oro col campo pieno de razi et freze atorno, con littere che dicono, “Vias tuas Domine dimostra mihi (Signore mostrami le tue vie”.

“L’ammiraglio ritratto da Sebastiano del Piombo”.

Nelle altre dui la impressa de sua Maestà; con facelle de foco, con parole che dicono Ignis ante ipsum precedet (il fuoco lo precede).

Ne la bandiera della Gabbia qual pendeva fino al mare un Angelo molto grande con littere intorno che dicono Misit deus angelus suum ut custodiat te in omnibus viis tuis (Dio pose un suo angelo a custode delle tue vie).

Ne la bandiera de la Antena (pennone) uno Scuto, una celata (elmo), una spada con parole intorno Apprehende arma et scutum et exurge in adiutorium mihi (Afferra lo scudo e le armi e corri in mio aiuto).

Tre stendardi, dui de largheza de sette pezze, l’altro de otto longo palme vinticinque; l’altro trenta.

“La poppa della ricostruzione di una galea genovese presso il Museo Galata”.

Nel grande il Crucifixo con freze (frecce) d’oro senza parole. Neli altri dui le armi de sua Maestà et staranno innanzi la popa dreto le qual anderà una bandiera de damasco biancho longa vintisei palmi; in mezo una pietra de littere Arcum conteret et confriget ; arma et scuta comburet igni (l’arco si consuma e si spezza; brucia le armi e gli scudi col fuoco), et per lo campo chiave calici et croce de sancto Andrea. Dale bande duoi altre bandiere con littere intagliate Et plus ultra con l’impressa stemma di sua Maiestà.

Poi si ferno vintiquatro bandiere de damascho con campo gialo messo in oro con le arme de sua Maiestà: con le frezi rosse ne li cantoni de argento con le impresse de la sua Maiestà.

La Camera viene tutta intaliata de lavori bellissimi de legname messi in azuro et or, et de più altri paramenti di tela d’oro e d’argento.

“La prua della galea”.

Le pope viene medesimamente intagliata de uno Cendale de Veluto cremisino fodrato de brocato riccio sopra riccio; et un altro  di scarlato pe ogni dì.

La Ciurma vestita di seta con camise lavorate di seta. L’arteglieria che è portata da ogni parte serà molto grossa e minuta.; gli huomini che ce andaranno si pensa che saranno ben vestiti et ben armati con questa et quatordece altre galere andava in Barzellona ove se intende che serà sua Maiestà. Et sono opinioni che voglia venir in un’altra volta: pur il più crede che no, et che il Principe piglierà li sette mila spagnoli che sono in ordine per questa impresa:  et l’armata de Spagna et de Portugallo et verrà in Sardegna. El signor Marchese con le altre galere et nave che son qui, imbarcarà li quatro milia italiani et sette milia Todeschi che sono in Lombardia, et andràno a napoli e de lì in Sicilia per pigliare cinque milia spagnoli che sono lì: et le galere passeranno in Sardegna”.

Nel 1538 , in occasione dell’arrivo a Genova sia dell’Imperatore Carlo V che del Papa Paolo III organizzò un’imponente parata navale davanti al porto con lo scopo di dimostrare, se mai ce ne fosse stato il bisogno, tutta la sua potenza.

L’incontro aveva lo scopo di preparare una crociata contro gli Ottomani: un anticipo di quella alleanza che porterà alla vittoria di Lepanto nel 1571. La flotta genovese, seconda per numero di galee a quella turca e veneziana ma non per efficienza e qualità, avrà un ruolo decisivo nelle guerre combattute dalla Spagna nel Mediterraneo durante il XVI secolo.

 

Storia di un Palazzo… di un Ponte… di un Re… di un risseu..

… di una chiesa scomparsa… di un mobiliere… di dipinti di

In una città che re e principi né ne ha mai avuti, né ne ha mai visti di buon occhio è quanto mai curioso che due dei principali musei siano a questi intitolati: Villa del Principe e . il Quest’ultimo in realtà si chiama Palazzo Stefano Balbi dal nome del facoltoso mecenate che lo fece, insieme all’omonima strada, costruire nella prima metà del ‘600.

La lussuosa dimora venne poi acquistata nel 1679 da un’altra nobile famiglia, quella di origine albanese, dei Durazzo che diedero incarico al prestigioso architetto Carlo Fontana, di ristrutturarla nella versione in cui, grosso modo, la possiamo ammirare ancora oggi.

“Il monumentale cortile lato giardini”.
“l’atrio in primo piano”.

Divenne Reale solo nel 1823 quando subentrarono i , nuovi indigesti signori della città dopo il frustrante Congresso di Vienna del 1815, che la elessero a loro residenza cittadina. Nel 1842 la famiglia reale incaricò lo scenografo genovese Michele Canzio di trasformare alcuni ambienti, come le sale del Trono e delle Udienze e il salone da Ballo, per adattarle alle nuove necessità di rappresentanza.

“Il Ponte Reale e la Darsena ad inizio ‘900”.

Fu allora che fu eretto, nella parte a mare, il Ponte Reale che, scavalcando la strada carrabile ( Via Carlo Felice, oggi via Gramsci),

“Resti dell’antica chiesa di San Vittore”.

permetteva ai Savoia di raggiungere, lontano da occhi indiscreti e al coperto, direttamente l’imbarcadero del porto. Il Ponte per la cui costruzione era stata demolita parte dell’attigua e secolare chiesa di S. Vittore, fu abbattuto nel 1964 in occasione della costruzione della sopraelevata.

Una parte della chiesa chiusa al culto venne inglobata nelle strutture del Palazzo Reale e una parte sacrificata per l’artificiosa creazione di Piazza dello Statuto. La navata destra fu invece immolata per l’allargamento di Via Carlo Alberto (1831-39), odierna Via Gramsci.

“Figuranti in costume in occasione delle giornate dei Rolli”.
“Sala del Trono”.
“Trono e Corona”.

Entrambi i lati mutili sono stati “mascherati con facciate posticce di stile ottocentesco ancor oggi visibili mentre gli interni superstiti sono stati ristrutturati per ospitare locali del Palazzo Reale ed una caserma della Guardia di Finanza, da tempo trasferitasi altrove. Di originale a ricordarci del tempio scomparso e dell’abuso commesso rimane solitario il campanile che svetta fra i tetti e vigila sui giardini.

Gli arredi e le opere d’arte, come la celebre Madonna della Fortuna, vennero trasferite nella vicina S. Carlo che ne assunse anche il titolo chiamandosi da allora Chiesa di San Carlo e San Vittore.

Nel 1919 i Savoia donarono il palazzo allo Stato e venne così istituito il museo della galleria nazionale.

“Nel cortile carrozza dei Reali con impresso lo stemma sabaudo”.

Varcato l’imponente portale si accede al cortile con l’arco di trionfo che separa il bel giardino pensile affacciato sulla Darsena del porto.

“Spettacolare immagine dall’alto del risseu”.

Assai particolare è il mosaico della pavimentazione in risseu proveniente dal distrutto Monastero delle Monache Turchine che si trovava sotto Corso Carbonara e Largo della Zecca. Come testimoniato da apposita lapide il risseu è stato risistemato da Armando Porta lo stesso splendido artista che avrebbe restaurato quello di Campo Pisano.

“La lapide che ne ricorda la provenienza”.
“Una preziosa Secretaire di Peters”.

Al suo interno il Palazzo Reale conserva i mobili originali di tutta la sua secolare storia ed include mobili genovesi, piemontesi e francesi della metà del XVII secolo fino all’inizio del XX secolo. Tra questi meritano particolare menzione quelli del celebre ebanista britannico Henry Thomas Peters. L’artista aprì infatti a un laboratorio proponendo il suo stile moderno e all’avanguardia. La sua raffinata produzione marchiata a secco “Peters Maker Genoa” divenne un tratto distintivo imitato per decenni dai mobilieri locali.

Fra i numerosi e pregevoli affreschi sono da ricordare “La fama dei Balbi” di Valerio Castello e Andrea Seghizzi,” La primavera che spinge lontano l’inverno“ di Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli e “Giove che manda giustizia sulla Terra” di Giovanni Battista Carlone.

Nelle sale dei due piani nobili sono inoltre esposti circa 200 dipinti dei migliori artisti genovesi del Seicento come Bernardo Strozzi, il Grechetto, Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, Domenico Fiasella insieme a capolavori di Bassano, Tintoretto, Luca Giordano,  Simon Vouet , Guercino e Antoon Van Dyck del quale si possono ammirare due capolavori assoluti: il “Ritratto di Dama” e il “Crocefisso” del fiammingo Van Dyck.

“Ritratto di Caterina Balbi di Van Dyck”.
“Il Crocifisso di Van Dyck”.

Adeguato risalto e spazio viene anche dato alla scultura grazie alla presenza di opere di , uno dei massimi esponenti della scultura barocca genovese.

“Elegante portantina reale”.

Il Museo, aperto al piano nobile, presenta una serie di eleganti ambienti decorati e arredati nel Settecento dalla famiglia Durazzo. Appartengono al XVIII secolo la , la Sala di Valerio Castello (il pittore autore degli affreschi) e la Galleria della Cappella. Risalgono invece all’epoca dei Savoia la Sala del Trono, la Sala delle Udienze, il Salone da Ballo.

“Prezioso e raffinato vasellame”.
“Camera da letto del Re”.
“Sala delle Udienze”.
“Lampadario e soffitto della sala delle Udienze”.
“Sfarzosi arredi e interni laccati”.
“Mobilio e specchio”.
“La Galleria degli Specchi”.

 

“Soffitto della Galleria degli Specchi”.

La galleria degli Specchi in particolare costituisce veramente un gioiello di eleganza e sfarzo in cui spiccano quattro statue (Giacinto, Clizia, Amore o Narciso, Venere) di Filippo Parodi e un gruppo marmoreo (Ratto di Proserpina) di Francesco Schiaffino.

“Il trionfo di Bacco di ”.
“Le ancelle preparano Venere”. Domenico Parodi.

Fatta costruire dai Durazzo decorata a fresco 1730 da Domenico Parodi con statue romane e affreschi metaforici sulle virtù e sui vizi. Sullo sfondo risalta il “Ratto di Proserpina” di Francesco Schiaffino.

“la statua del Ratto di Proserpina di Francesco Schiaffino”.