A street in Genoa 1851

“A street in Genoa” così è intitolato questo splendido dipinto in olio del pittore (1799-1870).

Nel 1851 infatti l’artista inglese soggiornò a dove eseguì alcune delle sue opere più apprezzate:

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“Chiesa di San Pietro della Porta in Piazza Banchi”. Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/
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“Veduta della Foce” Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/
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“Lavandaie presso il fossato di S. Ugo“. Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/

Tra queste quella che mi ha incuriosito maggiormente è la vivace rappresentazione di via della Maddalena.

“Veduta della Lanterna dalla Villa del PrincipeImmagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james

Lo si evince ingrandendo l’immagine sopra la targa del negozio dei cappelli dove è infatti appuntato “ Genova”.

Anche se l’edicola sullo sfondo non corrisponde alla realtà (al suo posto oggi vi è quella di San Francesco da Paola) perchè l’originale settecentesca Madonna dell’Immacolata Concezione qui rappresentata è andata perduta, siamo probabilmente all’altezza della casa natale di Simone Boccanegra.

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“Altra versione dello stesso scorcio”. Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/

Spettacolari i dettagli dove, tra sapienti giochi di luce e chiaro scuri assai verosimili, tipici dei caruggi, si muovono i protagonisti della scena: in primo piano sulla destra la figura seduta a terra accanto ad una botticella di legno sembra appisolata; al centro della mattonata una coppia in abiti signorili si sofferma ad ammirare le merci di una venditrice ambulante seduta sul ciglio; sull’altro lato cammina una signora con gonna rossa e scialle bianco sulle spalle; tra la folla s’intravvede un’altra donna con cappello bianco che avanza in direzione contraria; sullo sfondo s’intuiscono, sfumati in lontananza, gli altri personaggi che affollano il vicolo; la presenza del camallo che procede con un sacco sulle spalle conferisce dinamicità alla scena; parcheggiata su un lato una elegante portantina nera con finiture dorate accanto alla quale riposa assiso sopra un gradino un facchino. Chissà forse i suoi passeggeri sono gli eleganti signori di cui sopra o altri che aspetta escano dall’antistante negozio di cappelli?

Fuori dalla porta della bottega una donna vestita di scuro con velo bianco sembra discorrere con le fioraie che espongono le proprie mercanzie sul tavolino in primo piano.

James Holland con questo delizioso dipinto ci ha lasciato una splendida istantanea di una Genova che non c’è più e che nemmeno attraverso foto o cartoline antiche sarebbe stato possibile raccontare.

La cripta del Principe

Piazza San Matteo con i suoi splendidi palazzi e la chiesa a fasce bicrome è stata da tempo immemore feudo della famiglia D’Oria.

Qui all’interno dell’edificio religioso gentilizio è sepolto il suo esponente più celebre ed importante, l’ammiraglio, Pincipe di Melfi, Andrea.

In corrispondenza dell’altare principale della chiesa, sceso un elegante scalone di marmo, si accede infatti al suo mausoleo, costruito fra il 1543 e il 1547 dal grande scultore fiorentino, Giovanni Angelo .

In un ambiente intimo, raccolto ma allo stesso tempo maestoso si trova la tomba a sarcofago decorata con due imponenti angeli che reggono l’effigie del nobile genovese.

Lì accanto, custodita in una teca di vetro, la leggendaria spada di Andrea donatagli da nel 1535.

Tale arma costituiva anelato riconoscimento nella cristianità per pochi eletti condottieri che potevano così fregiarsi del prestigioso titolo di Defensor della Santa Croce.

L’ammiraglio la indossò fieramente per 25 anni fino al 1560, anno della sua morte, in tutte le cerimonie ufficiali. Come da disposizione testamentaria volle che fosse posta accanto a se nella cripta di San Matteo nel mausoleo dove venne sepolto insieme alla moglie Peretta e al nipote prediletto Giannettino ucciso durante la congiura dei Fieschi del 1547.

In copertina: la cripta con il mausoleo in San Matteo. Foto di Stefano Eloggi

Sui canali della Darsena

No, non ci troviamo sui canali di Venezia ma in , nel cuore antico del porto medievale della Superba.

Qui un tempo sorgeva la darsena vera e propria costruita dopo il 1284 con i proventi della vittoriosa battaglia della Meloria contro Pisa.

La darsena originaria (dall’arabo dār-ṣinā῾a “casa dell’ industria”, quindi “fabbrica” in genovese) era divisa in tre specchi d’acqua complementari: darsena delle barche, olio e vino destinata alle imbarcazioni di piccolo cabotaggio; darsena delle galere ricovero delle grandi navi mercantili e da guerra; arsenale spazio di costruzione e armamento delle galee da guerra.

Nel 1312 a sua protezione venne progettato un imponente sistema di fortificazioni che prevedeva l’erezione di mura maestose. Due poderosi torrioni ne delimitavano l’accesso.

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Veduta dei nel 1481 realizzata da nel 1597. Al centro del quadro custodito al si riconoscono le mura e i poderosi torrioni dell’arsenale.

Per tutto il Medioevo il porto manterrà questo assetto polifunzionale e solo con la caduta della gloriosa Repubblica marinara nel 1797 la darsena verrà completamente militarizzata.

Nella seconda metà del 800 poi, durante il Regno Sardo, con il suo interramento si rinuncerà definitivamente alla vocazione militare dell’arsenale. Al suo posto verrà costruito un nuovo grande bacino di carenaggio maggiormente idoneo alla ricezione dei nuovi colossali bastimenti trans oceanici.

Alla fine dello stesso secolo il porto diviene proprietà comunale e assume la conformazione, con i suoi silos e magazzini, di emporio commerciale denominato Portofranco.

L’omonimo quartiere riveste oggi, grazie all’Acquario, al museo Galata e alla rivitalizzazione del Porto Antico, grande interesse e importanza in ambito turistico.

Non va tuttavia dimenticata, in virtù della presenza in loco della facoltà di Economia e Commercio, anche una significativa impronta di stampo culturale e universitario.

Un panoramico appartamento sui canali di era stato scelto negli anni ’90 da Fabrizio De Andre’ come “buen ritiro” e nido sul mare natio.

In copertina: canali in Darsena. Foto di Leti Gagge.

Da Castello di Malvaro al Casun du Stecca

“.. intanto la nostra formazione, che con l’arrivo da Chiavari di numerosi volontari s’era fatta più consistente, s’era spostata a , nel Casone dello Stecca, una grossa baita sulle pendici del ma a ridosso di Lorsica…”

Cit. da “La Repubblica di Torriglia” di G. B. Canepa il partigiano “Marzo”. F.lli Frilli editore.

Il casun du Stecca, dal nome del contadino che lo aveva generosamente offerto ai , è il luogo dove si tennero i primi incontri del primitivo nucleo di ribelli della “banda di Cichero”.

Nell’ottobre del ’43 infatti vi si rifugiarono, provenienti da dove non si sentivano più al sicuro, i partigiani che organizzarono la nel levante ligure.

“… c’era una baita appollaiata su un costone folto di castagni, in località Rocca di Merlo, dov’erano rifugiati una dozzina di renitenti alla chiamata alle armi e qualche inglese scampato dal vicino campo di prigionieri a Calvari.

I contadini dei dintorni gli portavano patate e farina di castagne: quel poco che potevano dare, che altro non avevano, povera gente; i quattro giovani si sistemano lassù con loro, mentre per tutta la valle e fin giù nelle cittadine rivieraschi, con la presenza a Rocca di Merlo di quel pugno di uomini decisi a far qualcosa, non importa cosa, pur di fare, già si stava acquistando fiducia nel domani e si guardava con commiserazione quei pochi fascisti che, dopo l’8 settembre, avevano ripreso a circolare.

Poi ai primi di ottobre sul monte Antola vi fu in convegno di dirigenti del Movimento di Liberazione, e si cominciò con l’assegnare le zone e a dare le direttive: la più importante era di attaccare e far fuori il maggior numero di fascisti e di tedeschi.

Attaccare con che cosa?

Ebbene, il fatto della mancanza di armi in realtà rappresentava un inconveniente trascurabile, poiché era ovvio che, attaccando nemico, le armi sarebbero conquistate…”.

Cit. da “La Repubblica di Torriglia” di G. B. Canepa il partigiano “Marzo”. F.lli Frilli editore.

A sinistra Stecca, a destra alla guida della motocicletta. Foto tratte dal volume “Una città nella resistenza” di Carlo Brizzolari, Valenti editore.

“Così nella prima quindicina di novembre, gli uomini della banda di Cichero salirono in due gruppi da Lavagna (guidati da Bini) e da Rapallo (guidati da Bisagno) sino al casone messo a disposizione da Stecca, un contadino-ciabattino che abitava in località Gnorecco di Cichero.

Qui, si incontrarono Aldo Gastaldi (Bisagno), Giovanni Serbandini (Bini), G.B. Canepa (Marzo) e vennero poste le basi della Resistenza nel Levante.

A questi si unirono una decina di uomini di Lavagna e tre soldati siciliani, sbandatisi dopo l’armistizio del 8 settembre 1943. Bisagno ebbe il comando della banda e Bini ne fu il primo commissario. Otello Pascolini (Moro), che era rimasto a Lavagna per dirigere l’organizzazione clandestina, raggiunse gli altri alla fine di novembre, sfuggendo alla cattura.

Nei giorni che seguirono, sino alla fine di dicembre, la banda si temprò attraverso dure esperienze, mantenendo sempre un saldo nucleo, che non si disgregò neppure quando le peggiori privazioni ed i più gravi pericoli ne assottigliarono il numero”.

Cit. da “Una città nella resistenza” di Casrlo Brizzolari, Valenti editore”.

E’ in questo ostico contesto che fu elaborato e composto, fortemente voluto dal comandante Bisagno stesso, quello straordinario documento dall’incomparabile significato morale, di disciplina e norme comportamentali dei partigiani noto con il nome di Codice di Cichero:

  • in attività e nelle operazioni si eseguono gli ordini dei comandanti, ci sarà poi sempre un’assemblea per discuterne la condotta;
  • il capo viene eletto dai compagni, è il primo nelle azioni più pericolose, l’ultimo nel ricevere il cibo e il vestiario, gli spetta il turno di guardia più faticoso;
  • alla popolazione contadina si chiede, non si prende, e possibilmente si paga o si ricambia quel che si riceve;
  • non si importunano le donne;
  • non si bestemmia

Notizia di pochi giorni fa il comune di ha deciso di finanziare il recupero ed il restauro di questo sito dall’alto valore simbolico.

Un luogo da preservare a futura memoria.

L’eccidio al forte San Martino

“Questa notte ho riuniti il Tribunale Militare Straordinario, presieduto dal più alto ufficiale in grado presente nel Presidio, il quale ha emanato sentenza di morte, mediante fucilazione, di otto rei confessi di congiura contro lo Stato in zona di operazioni e di condanna a 20 anni di carcere militare di altri due sovversivi.

“La sentenza è stata eseguita all’alba”

Con queste asciutte e tragiche parole il prefetto Carlo Emanuele Basile annunciava di aver dato seguito al suo precedente comunicato.

I due antifascisti condannati a vent’anni di carcere erano Guido Pinna e Guido Carpi. I condannati alla pena capitale si chiamavano:

Dino Bellucci, professore, di anni 32;

Giovanni Bertora, tipografo, di anni 31;

Giovanni Giacalone, straccovendolo, di anni 53;

Romeo Guglielmetti, tranviere, di anni 34;

Amedeo Lattanzi, giornalaio, di anni 35;

Luigi Marsano, saldatore elettrico, di anni 33;

Guido Mirolli, oste, di anni 49;

Giovanni Veronello, operaio, di anni 57.

“Nelle prime ore del 14 gennaio 1944 il comandante della Legione dei Carabinieri di mi ordinava, per telefono, di recarmi con un plotone di venti carabinieri al forte di San Martino, per eseguire un urgente servizio di ordine pubblico”

Parole del , ufficiale incaricato di espletare il compito richiesto, che prosegue:

“Giunto sul posto, trovai la località deserta; senonché, dopo aver atteso per circa un’ora, e mentre mi accingeva a rientrare in caserma, vidi arrivare, con alcune macchine, un folto gruppo di ufficiali tedeschi e fascisti che accompagnavano otto persone in ceppi.

Nel frattempo venivo chiamato da un colonnello della milizia fascista in divisa, il quale qualificandosi per il Console Grimaldi, mi ordinava di procedere all’esecuzione immediata mediante fucilazione di otto “traditori” che il tribunale fascista aveva condannato a morte per vendicare un attentato in Genova del giorno innanzi, in cui era stato ucciso un un ufficiale tedesco.

A tale ordine opponeva un secco rifiuto, insistendo sulla illegittimità sia di chi me lo impartiva, sia del Tribunale che lo aveva emesso. Nonostante l’intervento di altri ufficiali fascisti e tedeschi che mi minacciavano di processo sommario e di fucilazione sul posto insieme agli altri condannati, mantenni fermo il mio atteggiamento di rifiuto; tanto che il Grimaldi dopo avermi accusato di codardia, per mezzo di due tedeschi delle SS mi fece allontanare dai miei uomini e sospingere in una casamatta.

Dalle feritoie della stessa, potrei osservare quello che avvenne dopo: il Grimaldi fece schierare di spalle al muro del cortile del forte gli otto condannati e ordinò lui stesso ai carabinieri di fare fuoco.

Ma tutti i militari rivolsero palesemente le armi in alto, tanto che uno dei giustiziati, il Prof. Bellucci, ebbe a dire ad alta voce: “ragazzi fate presto, mirate dritto al cuore. Se non mi uccidere voi mi uccideranno gli altri”.

“Cerimonia della commemorazione”.

A questo punto il Grimadi radunò gli altri militari tedeschi e fascisti presento e procedette lui stesso all’esecuzione. Fece disporre i condannati di fronte, a due alla volta, costringendoli a salire sui corpi dei compagni caduti mentre ancora si sbattevano per terra in agonia.

Il massacro veniva completato con il colpo di grazia, pietosamente esploso per ognuno dei moribondi da un ufficiale medico presente. Ad esecuzione avvenuta, tedeschi e fascisti lasciavano immediatamente la località, allontanandosi con gli stessi mezzi con i quali erano venuti.

Uscivo allora dalla casamatta, disponevo il piantonamento dei patrioti caduti e con il resto dei carabinieri rientravo in caserma”.

Qui il tenente riuscì a distruggere la nota di servizio con i nomi dei Carabinieri insieme a lui al Forte, così da evitare rappresaglie nei loro confronti da parte delle SS.

“Per intervento del venni messo agli arresti e allontanato da Genova.

“Intitolazione dell’officina deposito della Metropolitana di Genova”.

Successivamente fui sottoposto ad inchiesta formale ed infine arrestato dal comando della Feld Gendarmeria tedesca di Albenga, dal quale fui trattenuto in prigione fino alla liberazione, subendo a mia volta torture e sevizie”.

Liberamente tratto dal volume “Una città nella !” di Carlo Brizzolari, Valenti editore.

Nel 1984 il sindaco Fulvio Cerofolini gli concesse la cittadinanza onoraria e dal gennaio 2019 gli è stata intitolata l’Officina Deposito della Metropolitana di Genova:

al Tenente dei Carabinieri Giuseppe Avezzano Comes, “Combattente
della Libertà”, come recita la frase riportata sulla targa commemorativa collocata all’interno dell’ampio spazio dedicato alle lavorazioni dei treni.

Hanno preso parte alla cerimonia il vice sindaco Stefano Balleari, l’amministratore unico di AMT Marco Beltrami, il comandante provinciale dei Carabinieri Col. Riccardo Sciuto e Massimo Bisca, presidente Anpi Genova.

In copertina: reparto dei Carabinieri che si rifiutò di sparare sugli ostaggi condannati dal tribunale fascista. Foto presa dal volume sopra citato.

Il Presepe di Palazzo Reale

Fino a fine Ottocento il presepe oggi custodito a Palazzo Reale, noto come Presepe Reale o Presepe Savoia, apparteneva alla chiesa torinese di San Filippo Neri anche se gli esperti non sono certi sia stato realizzato per quella sede.

Alcuni studiosi infatti ritengono che il presepe sia stato commissionato dai Savoia intorno al 1814 al tempo dell’annessione della Repubblica di al Regno di Sardegna.

A partire da inizio ‘900 il presepe, inizialmente ritenuto opera del Maragliano (1664-1739) e di altri maestri intagliatori (Ciurlo e Pittaluga) è passato di mano in mano per poi per fortuna diventare patrimonio comune.

Furono nel 1993 gli esperti Giulio Sommariva e Giuliana Biavati – come spiegato nel sito http://palazzorealegenova.beniculturali.it/il-presepe-del-re/ di palazzo Reale – ad identificare con certezza l’autore nella figura di Giovanni Battista Garaventa (1770-1840), artista di formazione accademica, attivo soprattutto come intagliatore di casse processionali e immagini sacre, come restauratore di antiche sculture e modellatore di apparati decorativi ed effimeri che dà qui prova di saper utilizzare un linguaggio colto e raffinato, di grande efficacia e piacevolezza compositiva.

Dallo stesso sito riporto pari pari, poichè sarebbe presuntuoso aggiungere altro, la puntuale descrizione del capolavoro composto da 85 strepitose statuine lignee di dimensione compresa fra i 40 e i 70 cm, minuziosamente decorate:

“Regale nell’ampiezza ed eccezionale nelle sue componenti: la Sacra Famiglia ne costituisce naturalmente il nucleo centrale, insieme agli angeli, ai tre sontuosi magi, agli armigeri e ai soldati.  Ogni statuina è impreziosita da eleganti ed elaborati costumi in seta, cotone, velluto, tela jeans. Gli abiti sono inoltre caratterizzati da passamanerie in argento e filo d’oro, corpetti e armature in cuoio e metallo argentato che fanno d’ogni personaggio un piccolo capolavoro. E il tutto è qualificato da accessori sofisticati: corone e sciabole, lance e scudi in metallo sbalzato, catene e cinture in cuoio, utensili e attrezzi che indicano una committenza di altissimo rango e di cospicue disponibilità economiche. Qualità e mestiere nelle parti scolpite si apprezzano sia nei pastori che nei popolani d’ambo i sessi, con una varietà di intonazioni, un gusto spiccato per il dettaglio di pregio, una forza plastica di impostazione classica che trova riscontri anche nel variopinto serraglio formato, oltre che dal bue e dall’asinello, dai tre magnifici cavalli dei magi, da due esotici cammelli e, poi, come da tradizione, da mucche e pecore, capre e montoni”.

In Copertina: Foto di Mario Ghiglione

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Foto Mario Ghiglione
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto Mario Ghiglione
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.
Foto di Giovanni Caciagli.

Il Presepe e le Natività in San Lorenzo

 La Cattedrale di San Lorenzo non finisce mai di stupire e regala sempre piccole e grandi sorprese. Visto che siamo in tema natalizio ecco che sullo stipite sinistro del portale centrale nel fregio verticale la terza partendo dal basso delle scene rappresenta una splendida Natività del XIV sec.

Gli altri episodi della vita di Gesù descritti sono: l’Annunciazione, la Visitazione, la Natività appunto, l’Epifania, la Presentazione al tempio, la Strage degli Innocenti e la Fuga in Egitto.

“Il fregio verticale sullo stipite sinistro decorato con gli episodi della vita di Gesù “.

“Particolare con la Natività “.
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“L’imponente gruppo marmoreo”.

 La ricerca prosegue all’interno della chiesa, dove s’incontra un imponente gruppo marmoreo bianco di artista ignoto con Bambino, Giuseppe, Maria e pastore in atto di omaggio, noto come la Natività di .

Imperdibile infine anche il Presepe storico con figure lignee napoletane (XVIII sec.) in abiti finemente addobbati dono del Maestro Mario Porcile (regista e direttore artistico di balletto italiano 1921-2013).

“Foto di Marcello Lusana”.
“Foto di Marcello Lusana”.

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“Foto di Marcello Lusana”.

In copertina: il in San Lorenzo. Foto di Marcello Lusana.

La Galleria Dorata

Poco prima di morire realizzò nel , sede oggi della Camera di Commercio di , i suoi più apprezzati capolavori: la cappella adibita a custodire la Madonna Carrega del Puget e , ambienti entrambi noti per via della loro stupefacente opulenza.

Nella galleria, in particolare, non c’è un solo centimetro che non sia, con l’aiuto del collega , sfarzosamenre decorato dal Maestro.

Tale spazio collocato a chiusura della struttura settecentesca del palazzo, rappresenta infatti lo stato dell’arte del Rococò genovese.

Fu interamente ideata da Lorenzo che impiegò un decennio fra il 1734 e il 1744 per dare forma al suo grandioso progetto di fondere insieme stucchi dorati, specchi ed affreschi, in una sublime commistione di arti e competenze diverse.

La galleria ultima sua opera prima di morire costituisce in un tripudio di vertiginosa bellezza l’eredità, la summa dell’artista.

L’intero ciclo decorativo è ispirato alle ; nel medaglione centrale della volta e nei tondi su tela vengono svolti gli episodi più importanti dell’Eneide.

Sull’ovale della volta è raffigurato il Concilio degli dei, con Venere, madre di Enea al cospetto di Giove.

Nelle due grandi lunette sono rappresentati, lo Sbarco di Enea e Enea e Venere, mentre i quattro tondi laterali sono dedicati agli episodi della fuga da Troia, di Enea e Didone, di Venere commissiona a Vulcano le armi di Enea e della sconfitta di Turno.

In copertina: la Galleria Dorata di Lorenzo De Ferrari. Foto di Stefano Eloggi.

Il Presepe In Santa Caterina di Portoria

Provenienti dal convento dei Cappuccini di Sarzana nell’auditorio della chiesa genovese di Santa Caterina di Portoria è esposto un antico e splendido esempio dell’arte presepiale della nostra città.

Accanto a pregevoli sculture settecentesche come quelle del corteo dei magi se ne affiancano altre di origine e fattura più modesta, intagliate dagli stessi cappuccini verso la fine del XIX secolo.

L’idea ispiratrice di questo presepe è il concetto di “luce”. La scena in bianco e nero che rappresenta anche il contrasto fra il bene e il male è illuminata dalla nascita di Gesù avvolto di contro una luce potente; davanti a lui è raccolta tutta l’umanità attraverso alcune figure rappresentative. In primo piano, troviamo i personaggi che si sono già lasciati illuminare, fra cui due persone di diverso colore che si accolgono reciprocamente. Più indietro un gruppo di soldati e la folla, intenta alle attività futili della vita. La figura del mendicante, caratteristica del presepe genovese, contrasta con lo sfarzo del magnifico corteo dei Re magi. I due magi bianchi sono presentati già in adorazione, mentre il mago moro è ancora in cammino con il suo ricco seguito.

Infine ma non ultima un’altra peculiarità rende unico questo presepe: la singolare rappresentazione della natività che non prevede la Sacra Famiglia al completo ma solo il Divin Bambino.


Il Presepe di cera

Si tratta senz’altro, custodito presso l’Accademia Ligustica delle Belle Arti, di uno dei presepi più particolari della città. Particolare sia per via delle sue minuscole dimensioni che per il materiale, la cera, con cui è realizzato.

Una miniatura talmente delicata e preziosa da essere stata inizialmente creduta in avorio come risulta dall’inventario del 1874 anno in cui il collezionista Antonio Merli la donò all’Accademia-

Autore di questo prodigio di raffinata tecnica è l’artista bavarese di origine italiana Johann Baptist Cetto ( 1671 – 1738) specializzato nella rappresentazione di scene sacre tratte dalla Bibbia.

Le minuscole statuine in rilievo (mm 84 x 62 x 16) sono racchiuse in una raffinata ed elegante cornice d’ebano e filigrana d’argento.