Le Ceneri del Battista

Le ceneri del Battista giunsero a Genova nel 1098 portate in patria da Guglielmo Embriaco di ritorno dalla presa di Cesarea durante la prima Crociata. Il conquistatore di Gerusalemme infatti le aveva prese in un convento di monaci greci presso la città di Myra in Licia in Asia Minore (attuale Turchia). In realtà secondo quanto tramandato da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” obiettivo dei genovesi, anticipati di circa un decennio dai baresi, sarebbero state le reliquie di San Nicola. Narra la leggenda che sulla via del ritorno la flotta genovese rischiò, a causa di una forte tempesta, il naufragio. Solo quando i resti del Santo, precedentemente ripartiti fra le galee del convoglio, su consiglio del prete di bordo, vennero riuniti sotto la custodia unica sulla capitana di Oberto Da Passano responsabile della spedizione, il mare si placò e i nostri eroi rimpatriarono sani e salvi.

L’Embriaco consegnò le spoglie di San Giovanni sulla spiaggia di Caput Arenae e le affidò, prima di essere trasferite in Cattedrale, ai prelati di San Giovanni di Prè (la futura Commenda).

“Le sacre ceneri del Precursore

dell’Oriente a trasportate

a questa spiaggia di Capo d’Arena,

accorsa l’intera popolazione della città

si vide l’anno di Gesù 1098”.

Così recitava l’epigrafe della lapide marmorea affissa fino al 1840 nell’Oratorio di San Giacomo al n. 36 di Piazza della Commenda e successivamente trasferita in San Bartolomeo dell’Olivella nel quartiere del Carmine.

“Il quadro del 1655 di G.B. Carlone nella Cappella dogale di Palazzo Ducale. Dettaglio della consegna delle ceneri.”.

Da allora ogni 24 giugno, retaggio di miti pagani legati al vicino solstizio estivo, mischiati con la dottrina cristiana, il Santo viene celebrato portandone in processione le reliquie. In quell’occasione in suo onore si bruciano falò con lo scopo di illuminare, chiara reminiscenza pagana, le tenebre per esorcizzare streghe e demoni.

Un culto quello del Precursore buono per tutte le occasioni, in particolare come poliedrico antidoto contro le calamità naturali quali terremoti, pestilenza, carestie, fortunali e disgrazie varie. In queste nefaste circostanze narrano infatti gli Annali che i genovesi lo accompagnavano in processione sul luogo della sventura e miracolosamente il mare si placava, l’incendio veniva domato, la carestia scongiurata e la peste guarita.

“La Cappella di San Giovanni all’interno della cattedrale di San Lorenzo”.
“L’”.

Le ceneri di San Giovanni sono conservate in Cattedrale nell’omonima quattrocentesca Cappella e venivano ricoverate all’interno di una preziosa cassa detta del “Barbarossa” dal nome dell’imperatore alemanno che nel 1178 ne aveva fatto dono alla “Dominante”, la Signora del Mare. Nel ‘400 venne commissionata dal Capitolo di San Lorenzo la sfarzosa ancora oggi in uso, capolavoro di alta oreficeria tardo gotica europea.

“L’Arca processionale quattrocentesca”.
“Il Piatto in calcedonio”.

Le preziose  Arche e il piatto in calcedonio che avrebbe accolto la testa del Santo, donato da Papa Innocenzo VIII, sono solo alcuni dei sensazionali pezzi custoditi all’interno della cripta del Tesoro di San Lorenzo.

Le Catene di Porto Pisano

Sulle pareti all’interno del chiostro di San Matteo, insieme alle numerose lapidi che attestano il prestigio acquisito nei secoli dal casato dei D’Oria, è affissa la copia del bassorilievo del 1290 che raffigura Porto Pisano. Si tratta di una preziosa testimonianza di quel 23 agosto giorno in cui, Corrado D’Oria al comando della sua flotta, violò la roccaforte toscana interrandone definitivamente il porto.

Al centro spiccano le due torri Magnale e Formice collegate fra loro dalle famose gigantesche catene che proteggevano lo scalo della città della Volpe. Catene che furono, fino al 1860, appese sulle principali porte e chiese della Superba prima di essere, in segno di rinnovata concordia, restituite e conservate presso il Camposanto monumentale in riva all’Arno.

“Alcuni pezzi delle catene di Porto Pisano, restituite dai genovesi nel 1860, oggi custodite nel cimitero monumentale di Pisa”.

Le maglie erano appese in:

  • Chiesa di San Torpete
  • Palazzo San Giorgio
  • Chiesa di Santa Maria di Castello
  • Chiesa del Santissimo Salvatore
  • Porta Soprana
  • Bassorilievo in Borgo Lanaiuoli
  • Porta degli Archi
  • Chiesa di Santa Maria Maddalena
  • Salita di Sant’Andrea
  • Chiesa di Sant’Ambrogio
  • Chiesa di San Matteo
  • Chiesa di Santa Maria delle Vigne
  • Chiesa di San Donato
  • Porta dei Vacca
  • Chiesa di San Sisto
  • Commenda di San Giovanni di Pré
  • Murta
  • ” Nel’800 le catene penzolavano ancora al centro dell’arco di Porta Soprana”. Disegno di Domenico Cambiaso.

«Che a travaggiava con garie armè /
e ligava nemixi e noi servava, /
e chenne grosse da per lé schiancava, /
chi ancora son per Zena spanteghè

(Da Zena moere de regni e de cittè, Paolo Foglietta (1520 – 1596))

Traduzione:

«La grandezza di è universalmente conosciuta] perché lavorava con galee armate, /
e legava nemici e ci salvava /
e grandi catene da sola spezzava, /
che ancora oggi sono sparse per Genova.»

“Le copie delle catene di Murta “.

Tuttavia ne restano ancora traccia in due località della Liguria: due anelli sono conservati infatti a Murta appartenuti ad un marinaio della zona che aveva partecipato all’impresa. In realtà si tratta di copie settecentesche realizzate a posteriori poiché gli originali furono trafugati nel 1747 dagli austriaci  del generale Schulenberg che, durante il vano assedio della Superba, erano accampati nel borgo della Val Polcevera.

Le copie  murtesi oggi vengono esposte durante la festa della Zucca mentre le originali dell’epoca erano appese sulla chiesa di San Martino.

“I due anelli esposti all’esterno della chiesa di S. Croce di Moneglia”.

Altre maglie sono infine esposte all’esterno della chiesa di Santa Croce di Moneglia donate dai genovesi al capitano Stanco che, al comando della fedele alleata, aveva partecipato all’impresa.

“San Giorgio e Corrado D’Oria”.

L’epigrafe latina:
In nomine D(omi)ni am(en)
MCCLXXXXX
oc cadena tuleru(n)t
de portu Pisanoru(m)
oc opus fecit fieri d(omi)no
Tra(n)cheus Sta(n)co de Monelia

Traduzione della lapide:
Nel nome del Signore così sia
Anno 1290
Questa catena fu portata via
dal porto di Pisa
la lapide fu posta dal signor
TRANCHEO STANCO DI MONEGLIA

battaglia della Meloria 1284

“La traduzione italiana dell’iscrizione latina”.

L’originale del era invece affisso un tempo in Vico Dritto di Ponticello sulla casa di Carlo Noceti (detto anche Noceto Chiarli), il celebre fabbro genovese che con la sua perizia aveva tranciato le enormi catene del porto nemico. Maistro Chiarlo – così era chiamato – aveva ingegnosamente acceso dei fuochi sotto di esse rendendole incandescenti e quindi più facilmente spezzabili.

Pochi però sanno che le catene del 1290 non furono né le uniche né le prime tradotte a Genova:  già nel 1287 infatti, durante una spedizione organizzata dall’invincibile ammiraglio Benedetto Zaccaria, uno dei due eroi della Meloria, (l’altro Oberto D’Oria) i genovesi si erano già impossessati delle catene del porto. Benedetto, a bordo della sola “Divizia”, la sua galea prediletta, aveva violato il porto militare facendosi largo fra le torri di difesa mentre un suo sottoposto, il capitano Nicolino di Petracco al timone di altre 5, era entrato nel bacino mercantile spezzandone per urto (delle galee) le maglie. Catene che furono anch’esse, fino al 1860, appese sulla Cattedrale di San Lorenzo. Durante l’eroico assalto Benedetto rimase gravemente ferito ma in seguito alla sua coraggiosa impresa, impauriti, i pisani siglarono la pace. I patti furono talmente duri per i toscani che questi, non rispettandoli, videro nel 1290  il loro approdo definitivamente distrutto ed interrato ad opera di Corrado D’Oria.

“Alcuni anelli delle catene di Porto Pisano esposti sotto le arcate del palazzo del mare, meglio noto come S. Giorgio”.

La tavella genovese rimanda ad altre due rappresentazioni simili murate nella cattedrale di Pisa. La prima esposta lungo il muro meridionale del coro della chiesa, la seconda al pian terreno del campanile della stessa. Probabile quindi che l’opera sia stata commissionata dai vincitori ad una delle numerose maestranze pisane fatte prigioniere in quegli anni a partire dalla celeberrima battaglia della Meloria avvenuta nel 1284.

“Il bassorilievo originale custodito nel museo di S. Agostino”.

A seguito della distruzione del quartiere avvenuta nel 1935 il prezioso manufatto è stato ricoverato presso il Museo di S. Agostino dove tuttora è accuratamente custodito.

 

 

La Cagna Corsa…

Piazza Banchi è sicuramente oltre che uno degli scorci più suggestivi della città vecchia anche un luogo ricco di storia: basti pensare ai cambiavalute, all’antica Borsa o al vicino Palazzo San Giorgio che nei secoli ha ricoperto la funzione di dimora del Capitano del Popolo, di dogana, prigione e Banca.

Ma alle vicende della piazza sono riconducibili anche avvenimenti criminali e leggendari quali ad esempio il pauroso incendio del 1398 che distrusse la primitiva chiesa di San Pietro della Porta. In quella nefasta circostanza perse la vita un giovane membro della potente famiglia dei Lomellini, il cui fantasma, secondo la tradizione, vaga ancora piagnucolante negli scantinati dell’edificio.

O le numerose risse e rasse (congiure) che nei secoli hanno visto protagonisti Mascherati (ghibellini) e Rampini (guelfi) fronteggiarsi in sanguinose lotte intestine.

Oppure il passionale omicidio avvenuto il 25 febbraio del 1682, per vendetta d’amore, del celebre musicista romano Alessandro Stradella.

Molti sono quindi gli aneddoti e le legate al sito ma certamente il più inquietante è quello che racconta le tristi vicende della “Cagna Corsa” che qui venne arsa viva. A testimonianza della  macabra esecuzione al centro della piazza c’è una mattonella superstite ancora annerita.

“La mattonella annerita al centro della Piazza”. Foto di Leti Gagge.

Manola questo era il suo nome, nota anche come Cattarina, era una donna del XVII sec. che, abitante a Rapallo, era originaria, come ci ricorda il suo soprannome, della Corsica.

Cattarina venne giustiziata dalla Santa Inquisizione nel settembre del 1630 al tempo in cui la Superba era sotto l’intransigente influenza di Re Luigi XIV di Francia.

Era stato il capitano della città del Tigullio Emmanuele da Passano a far pervenire al Senato una lettera in cui sostanzialmente accusava la presunta strega di chiedere l’elemosina e, con sommarie testimonianze di passanti, di aver infastidito un paio di mocciosi.

La povera disgraziata aveva tentato invano di sottrarsi all’intervento delle guardie ma era stata bloccata dalla folla nel frattempo accorsa e accusata di aver eseguito malefici contro alcuni fanciulli misteriosamente morti poi, qualche giorno dopo.

La relazione del Capitano da Passano al Sant’Uffizio l’aveva definita maga e incantatrice e per questo senza tanti convenevoli l’aveva condotta in carcere.

In prigione subì un sommario processo in cui la testimonianza di un tal Nicolò Multedo fu purtroppo per lei fatale: Nicolò raccontò della visita che Cattarina aveva fatto 4 anni prima, egli assente, nella sua casa durante il periodo di Carnevale.

“La Chiesa di San Pietro in Banchi”. Foto di Leti Gagge.

Costei aveva domandato a sua moglie, ottenendone rifiuto, fichi e castagne. Nel frattempo Cattarina aveva notato nella stanza un pargolo e, mentre elemosinava dell’olio chiaro, le chiese se fosse il figlio. Angiolina, la moglie di Nicolò rispose che olio chiaro non ne aveva più ma che poteva servirsi lei stessa dalla “ramara” per riempire “il doglio” che recava seco.

Evidentemente la strega non doveva essere rimasta soddisfatta del trattamento visto che brontolò: “… tu facevi meglio a darmelo chiaro” e se ne andò. Poche ore dopo il termine della sgradita visita il pargoletto, che aveva poco più di un mese, iniziò a star male e l’indomani a perdere dal naso “tre stizze di sangue” che colarono sulla bocca. Morse persino la madre che lo stava fasciando. L’infante sulla gola presentava tre segni neri come la presa di una mano attorno al collo che, secondo i genitori, non potevano altro che essere stati fatti dalla strega.

Qui subentra l’interpretazione esoterica del numero tre in chiave malefica dato che: tre furono le richieste della strega (fichi, castagne e olio), tre le gocce di sangue, tre i segni neri e alle tre di notte del terzo giorno della settimana il decesso del pargolo.

Forte di questo nefasto episodio il processo proseguì con altre testimonianze, più o meno inventate, di assassini di altri bambini e quindi il Capitano poté chiudere soddisfatto la pratica informando il Senato genovese dell’esito della sua inchiesta.

“La pavimentazione nei pressi, secondo la leggenda, del rogo”. Foto di Leti Gagge.

La risposta giunse rapida e lapidaria il 30 agosto: “… Vi diciamo che restando il suo delitto soggetto mallo statuto criminale Cap. 10 sotto la Repubblica de Veneficiiis, tirate innanzi questa causa terminandola con giustizia”.

Cattarina fu così trasferita a e, conformemente alla legge in vigore, fu arsa viva in Piazza di San Pietro in Banchi.

“Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”.
(Voltaire)

Le Statue dei due Condottieri…

Nel giugno 1797 il vento libertario della fallace  Rivoluzione francese era giunto anche a ponendo fine alla gloriosa Repubblica marinara per far posto all’effimera Repubblica “Popolare”.

Fu così che il popolo, in preda alla furia distruttrice, rinnegò i simboli della secolare oligarchia  nobiliare, cancellando ogni traccia dell’odiata aristocrazia.

“Statua di Andrea D’Oria opera di ”.

Vennero soppressi tutti i titoli regali, feudali e nobiliari con conseguente abolizione di stemmi, insegne e di tutta la simbologia araldica. A causa di questa scellerata disposizione vennero deturpati palazzi e chiese in tutta la cancellando numerose tracce d’arte e di storia della nostra cultura.

I facinorosi distrussero il libro d’oro della nobiltà, il prezioso registro dei patrizi genovesi, bruciandol0 in Piazza Acquaverde sotto uno dei tanti alberi della libertà issati per celebrare la presunta ritrovata autonomia e, soprattutto, la tanto agognata emancipazione. Persino il leggendario Vessillo di San Giorgio subì in quei sciagurati giorni il medesimo nefasto destino. Quello che non erano riusciti a fare nemici d’ogni sorta nel corso dei secoli, fecero i genovesi in pochi giorni.

Come racconta un testimone del tempo non vennero risparmiate nemmeno le statue di Andrea e Giovanni Andrea D’Oria poste a protezione dell’ingresso di Palazzo Ducale, da poco per l’occasione, ribattezzato Palazzo Nazionale.

“Al dopo pranzo… in Palazzo si volevano atterrare le statue dei due D’Oria. Non bastò ad evitarlo né l’intervento del colonnello Menici, né quello del comandante Siri. A forza di funi furono gettate a terra, e rotte, e cancellate le iscrizioni…”

Le teste mozzate dai busti e parti delle gambe furono trascinate e poste a basamento dell’albero della libertà predisposto davanti al novello (nel nome) Palazzo Nazionale.

La folla non contenta pretese anche gli abbigliamenti da cerimonia del Doge, abiti, gioielli e oggetti dall’incommensurabile valore storico: la portantina, l’urna del seminario (il marchingegno utilizzato per l’estrazione semestrale dei magistrati), troni, arredi e simboli saccheggiati dalla sala del Minor Consiglio.

La sera stessa dei tumultuosi avvenimenti venne informato dell’accaduto dal Faipoult, suo rappresentante in città e, nonostante la comprensibile soddisfazione per l’ardore rivoluzionario dimostrato ai suoi futuri sudditi, rimase sinceramente dispiaciuto e scrisse una lettera di biasimo al governo provvisorio:

“Citoyens, j’apprende avec le plus grand  déplaisir que dans un moment de chaleur l’on a renversé l statue d’André Doria. André Doria fut grnd marin, et homme d’état; l’aristocratie était la liberté de son temps. L’Europe entière envie à votre ville le précieux avantage d’avoir donné le jour à cet homme célèbre. Vous vous empresserez, je n’en doute pas, à relever sa statue. Je vous prie de vouloir m’enscrire pour supporter une partie des Frais que cela occasionnerà, et que je désire partager avec les citoyens les plus zelés pour la gloire et pour le bonheur de votre patrie. Je vous prie de me croire avec les sentiments de consideration avec lesqueis, je suis, Bonaparte”.

“Statua di Giovanni Andrea D’Oria opera di ”.

Il Faipoult stesso e Luigi Crovetto, membro di spicco del nuovo governo, riuscirono a dissuadere con pragmatiche motivazioni politiche (troppo difficile dissociare i Doria dal regime aristocratico nella mente ormai invasata dei genovesi) Napoleone dal suo nobile proposito e l’argomento delle statue finì nel dimenticatoio.

La statua di Andrea era stata scolpita da Angelo Montorsoli, quella di Giovanni Andrea da Taddeo Carlone due straordinari artisti a cui i Doria avevano commissionato opere nella chiesa di San Matteo e nella Villa del Principe.

“L’inaugurazione avvenuta il 22 luglio del 2010 alla presenza dell’allora Sindaco di Genova Marta Vincenzi”. L’immagine rende bene le colossali dimensioni delle sculture”. Foto tratta da Palazzo Ducale.it

Per fortuna alcune parti superstiti sono state salvate, recuperate e alloggiate presso il Museo di S. Agostino. Dal 2010, dopo accurato restauro, sono tornate nella loro casa di Palazzo Ducale dove, collocate sul ballatoio al termine della prima rampa di scale che conduce ai piani superiori, hanno ripreso il loro compito di custodi della nostra storia.

“Ancora una volta”…

Scritta di getto due giorni dopo la tragedia del 14/8/2018 del crollo del . Un umile ma sincero pensiero volto a trasmettere un po’ di orgoglio e senso di appartenenza per la nostra Comunità.

ANCORA UNA VOLTA!

Non ti ha scoraggiato la guerra 
ma ancora una volta,
Ti frana sotto i piedi la terra.
Roma oggi contrita ti porge il Tricolore
ma ancora una volta,
domani sarai sola con il tuo dolore.
Costretta a piangere in silenzio i tuoi figli
ancora una volta,
vite spezzate come petali di fiori vermigli.
In silenzio e con ritegno,
quando ancora una volta,
è grande lo sdegno.
Persino il tempo ha disatteso il suo mandato stavolta,
si è fermato,
ad ascoltare un momento
ancora una volta,
delle sirene del Porto il disperato lamento.
ferita,
ancora una volta,
Genova tradita.
Genova di nuovo in ginocchio,
si ancora una volta,
ma con lo sguardo fiero
Rialzati!
Ancora una volta,
Rialzati per davvero.

Campanile di S. Maria di Castello e Torre De Castro spuntano fra le gomene del Neptune.
Foro di Leti Gagge.

Più che mai:
“Padroni di una corda marcia d’acqua e di sale che ci lega e ci porta in un caruggio di mare”.
Cit. “Creuza de ma” 1984 Faber.

Versione in lingua genovese:

ANCON INA VÒTTA!

A no t’à descoragiòu a goæra

ma ancon ina vòtta,

a tæra a te derua de sotta a-i pê.

Romma ancheu pentîa a te porze o tricolore

ma ancon ina vòtta,

doman ti saiæ sola co-o teu dô.

Costreita a cianze in scilensio i teu figgi

ancon ina vòtta,

vitte stocæ comme feugge de sciôe cô rosso          incarnatto.

In scilensio e con ritegno,

quande ancon ina vòtta,

o l’è grande o sdegno.

Finn-a o tempo o l’à tradio o seu mandato

stavòtta,

o s’è afermòu,

a stâ a sentî ’n momento

ancon ina vòtta,

o lamento despiòu di corni do pòrto.

Zena feria,

ancon ina vòtta,

Zena tradia.

Zena torna in scê zenogge,

scì ancon ina vòtta,

ma con sgoardo fêo

îsite torna!

Ancon ina vòtta

îsite pe dindavéi.

Traduzione di Pietro Costantini.

“Voglia di gelato”…

Chi non ha mai gustato seduto ad un tavolino in compagnia dei propri genitori Il alzi la mano?

Il gelato Paciugo nacque durante la guerra presso il celebre bar Excelsior di Portofino dove veniva realizzato un composto di panna e creme annaffiato di sciroppo di granatina, amarene sciroppate e granella di nocciola. A dargli il nome fu il suo ideatore  Lina Repetto che la battezzò, in risposta alla domanda su come si chiamasse quel gelato:” U lè un paciugo”, un pasticcio. Mai nome fu più azzeccato riportando alla mente, soprattutto dei meno giovani, le ingarbugliate vicende dei protagonisti della leggenda tramandata presso il santuario di Coronata.

“Coppa di Paciugo”.
“Il ”.

Un altro gelato  ormai patrimonio dell’assortimento nazionale è “Il Pinguino” la cui affascinante genesi venne raccontata da Gerolamo Boero titolare della Gelateria Giumin di Nervi. Questi ricordava come acquistò delle forme di acciaio da un ferramenta alle quali unì la panna montata intingendola nel cioccolato fuso. Il nuovo gelato venne chiamato Macallè in onore del nome dii una vittoria, assai celebrata in quell’epoca, in Etiopia. Nel dopoguerra  l’originale stecco  mutò nome in pinguino e venne assaggiato dal Cavalier Motta in persona che, pienamente soddisfatto, ne iniziò la produzione su larga scala. E fu così che dal Pinguino genovese nacque il gelato che ancora oggi troviamo nei bar e nei banchi frigo dei supermercati, il Mottarello.

A proposito di gelati, impossibile non parlare poi, vista la recente riapertura della Cremeria di Buonafede, della l’autoctona crema genovese a base di panna fresca, caffè arabico in polvere, tuorli d’uovo e zucchero.  ha una sorella dal nome, in due lingue diverse, identico che è Napoli (dall’etrusco Kainua Genova, dal greco Neapolis Napoli, entrambe significano “città nuova”) dove –  guarda caso – esiste una preparazione molto simile, chiamata “Coviglia”.

“Coppa di pànera”.

In molti, a cominciare da “Amedeo”, la premiata gelateria di Boccadasse dal 1927, ne rivendicano la paternità. Panna nera per contrazione Pànera.

Se l’inventore del moderno gelato fu nel 1686 il siciliano Francesco Procopio che lo esportò a Parigi, l’origine di quello genovese risale al 1770 quando il nostro conterraneo Giovanni Bosio, emigrato in America in cerca di fortuna, la trovò proprio aprendo a New York la prima gelateria italiana artigianale. Fu così che iniziò a proporre un’antica preparazione semifredda ligure diffusa fra le famiglie nobili della sua città natale ideata per soddisfare i capricci estivi dei propri pargoli che non gradivano il caffèlatte caldo, preferendo invece la casalinga versione di quella che sarebbe stata chiamata pànera.

Gli americani ne furono subito entusiasti (e ancor oggi sono i più grandi consumatori di gelati al mondo) e iniziarono a variarne la ricetta, secondo il loro gusto unendo latte intero e aggiungendo altri ingredienti come caramello e noci. perfezionando le prime gelatiere casalinghe, mastelli di legno con manovella che andavano a ghiaccio e sale e in seguito aprendo le prime “fabbriche di gelato”, dando vita così al gelato industriale.

“La Cremeria di Buona Fede in ”. Foto di Leti Gagge.
“Antica latteria igienica” di Amedeo in Piazza Nettuno a Boccadasse”.

Il gelato insomma a Genova vanta una lunga tradizione che prosegue sia nel nome di prestigiose storiche gelaterie quali in ordine sparso: Carla a Sturla, Amedeo a Boccadasse, Tonitto in Albaro, Guarino in Castelletto, Profumo e Cremeria di Buona Fede nei caruggi, sia nel solco di esperienze più recenti ma non meno gratificanti, quali Chicco e Gaggero a Nervi,Vittorio a Recco,.Gelateria Priaruggia a Quarto, Cremeria delle Erbe e Cremeria Gran Sasso in centro, Don Paolo in circonvallazione, il Siculo alla Foce, Cucchi nel ponente cittadino… e mi scuso con tutte le altre altrettanto meritevoli realtà che nella mia ignoranza ho sicuramente dimenticato.

Annotò a proposito del gelato Marcel Proust in un brano della sua “À la recherche du temps perdu”: “Tutte le volte che ne mangio, templi, chiese, obelischi, rocce, è come una geografia pittoresca che guardo prima, e di cui converto poi i monumenti di lampone o di vaniglia in freschezza nella mia gola”. Un pensiero che a Genova calza a pennello. Non v’è dubbio che l’affermato scrittore quando appuntava questi pensieri si riferiva a Parigi. Ma se nella Superba di rocce, chiese e palazzi ve ne sono in abbondanza di certo è priva di obelischi, una carenza questa ampiamente compensata dalla scenografica presenza del  mare.

“Due passi in Via Luccoli”…

Anticamente era poco più che una mulattiera che attraversava un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus”che in latino infatti significa “piccolo bosco” era l’area dedicata a Camuho Dio del Sole e ad Acca la dea della Luna. Da questa curiosa unione deriva anche il nome di Acquasola che culminava proprio in cima alla zona dei boschetti sacri. In quel tempo era purtroppo normale fare sacrifici umani per ingraziarsi le divinità.

Secondo una popolare leggenda una di queste vittime che, oltre mille anni dopo, gironzola ancora oggi nel vicolo, ignara del proprio triste destino, è il fantasma di un ingenuo fanciullo che sorride ai passanti.

Il caruggio fu costruito nel XIII sec. al tempo in cui gli Spinola si insediarono nella zona costruendo i propri palazzi e aprendo le proprie botteghe.

Il tracciato della creuza segue pari pari il corso del sottostante rio che convoglia le acque provenienti da Via Caffaro e proseguiva fino alla Porta dell’Acquasola. In origine, era fuori le mura, all’interno delle quali venne inserito solo con l’erezione della cinta cinquecentesca.

La funzione di tale strada venne ridimensionata nei secoli successivi  quando venne interrotta a causa dell’ottocentesca costruzione di Via Carlo Felice e all’ ampliamento di Piazza Fontane Marose nel 1825.

La conformazione in cui ancora oggi la possiamo ammirare risale al XVI sec quando le torri furono abbattute, le logge murate e i porticati chiusi. Vennero così edificate nuove costruzioni sfarzosamente decorate ed affrescate. Alcune di esse, nonostante gli stravolgimenti urbanistici avvenuti fino ai giorni nostri, mantengono ancora intatto il loro fascino e sono sempre fonte di sorprendenti scoperte..

“Portale di San Giorgio e il Drago al civ. 14”.

Proseguendo nella passeggiata al civ. n. 14 si può ammirare un raffinato portale marmoreo che riproduce la tradizionale scena di S. Giorgio che uccide il drago.

Ai numeri 16 e 18 si nota il basamento in pietra nera di promontorio di una loggia tamponata del XV sec. che in origine, proseguiva in Vico Lavagna e Via ai Macelli di Soziglia e occupava tutto il perimetro del palazzo. I sei archi tamponati, speculari rispetto a quelli della parte residenziale della loggia lato Via Luccoli, un tempo ospitavano le botteghe dei macelli.

“Due delle logge tamponate”.
“A sinistra il portale bianco con le cornucopie”. Foto di Bruno Evrinetti.

Al civ. 11 r si nota sopra un portone bianco un bel fregio con tre cornucopie colme di frutta che sovrasta un’attività commerciale.

“L’atrio con il Ninfeo in Via San Sebastiano 15”.

Sul retro del civ. n. 22 nel giardino pensile ricoverava, prima di essere trasferito nell’atrio del palazzo di Via Sebastiano 15, un ninfeo con Tritone del XVII sec.

“Portale e stucchi della facciata di Palazzo Niccolò Spinola”. Foto di Francesco Auteri.

 

Nella piazzetta al civ. n. 23 si ci imbatte nello spettacolare Palazzo Niccolò Spinola di Luccoli, noto anche come Bertollo già Franzoni. Il portale presenta semicolonne ioniche mentre nel bel atrio con volte alcune colonne barbaramente murate sono semi nascoste dalla vetrina di un negozio di erboristeria. L’edificio è stato completamente ristrutturato nel XVIII sec. e arricchito sul prospetto con eleganti ornamenti in stucco.

Ai civ. 9 r e 24 edicole di Madonne col Bambino o mancanti o mutile.

“La scritta abrasa ma ancora leggibile sul trave del portale del civ. n. 26”.

Al civ. 26 sopra il portale in marmo bianco inciso un motto, per noi genovesi, assai pertinente: “Sumptus Censum non Superet” (la spesa non sia maggiore dell’entrata). Varcato il portone, scale, ballatoio e colonne tutti rigorosamente in marmo con i primi due piani superbamente rivestiti in azulejos.

“L’edicola gotica del pluviale”. Foto di Leti Gagge.

Infine, sempre al 26 l’edicola gotica del XIV sec. della Madonna col bambino, San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo attraversata, senza il minimo rispetto, da un pluviale e offesa da una persiana. Il trittico raffigura la Madonna e il Bambino al centro e ai lati sotto le cuspidi coniche i due santi con S. Michele che calpesta il drago. Alla base una metaforica rappresentazione della grottesca natura umana.

“Quattro amici in mar”…

Se non erano “Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…” come nella celebre canzone di Gino Paoli, certo si può ben dire che, già prima della seconda guerra mondiale, c’erano quattro amici in mar che il mondo, per lo meno quello subacqueo, l’avrebbero cambiato per davvero: , assieme ai suoi tre amici,   (che sarebbe stato il fondatore della Cressi Sub), (fondatore poi della Technisub),  (fondatore della Mares), si dedicò allo sviluppo delle prime strumentazioni per la subacquea, rivoluzionando completamente il settore.

“Egidio Cressi”.

Marcante viene infatti considerato il patriarca della scuola subacquea italiana e a lui, assieme a Luigi Ferraro, si deve la nascita nel 1948 del metodo didattico italiano, mirato all’avvicinamento alla subacquea, sviluppatosi poi fin dal 1957 nei corsi della Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee (FIPSAS).

A Marcante, Mares e Cressi durante la guerra si unirono anche  che creò in questi primi laboratori il prototipo sportivo dell’autorespiratore ad ossigeno (ARO) sulla base dello stesso respiratore usato dalla Marina militare italiana e Luigi Ferraro, conosciuto durante una battuta di pesca subacquea. Nacque così la prima moderna scuola subacquea del mondo.

“Luigi Ferraro si prepara per un’immersione”.

Luigi Ferraro era stato un ufficiale della Marina Militare nella seconda guerra mondiale, pioniere della subacquea italiana. Aveva prestato servizio come palombaro nella Decima Flottiglia MAS della Regia Marina venendo decorato con la medaglia d’oro al valor militare per aver affondato da solo tre navi nemiche.

“Duilio Marcante con due enormi cernie”.

Terminata la guerra nel 1947 durante una delle tante immersioni effettuate da quei coraggiosi ragazzi qualcosa andò storto e Gonzatti vi perse la vita. Marcante si presentò al funerale del compagno in tenuta da sub e poi, ancora scosso, si recò a scrutare il mare in riva alla baia. Nacque così, in quel momento di profondo dolore, l’idea di Duilio di far costruire la statua battezzata Cristo degli Abissi, un luogo mistico per tutti i sub, in omaggio all’amico scomparso.

Il bronzo della statua creata nella fonderia artistica Battaglia venne ottenuto dalle fusioni di medaglie, elementi navali (perfino eliche di sommergibili americani donati dall’U.S. Navy) e campane.

La scultura, alta circa 2,50 metri, fu realizzata dal celebre artista Guido Galletti e rappresenta il Cristo con le braccia rivolte al cielo verso il Padre Eterno e aperte in segno di pace. Il 29 agosto 1954 la statua venne calata in mare davanti all’abbazia di San Fruttuoso nell’omonima baia a 17 metri di profondità grazie all’intervento della Marina Militare.

“La targa subacquea in omaggio a Duilio Marcante”.

Alla morte di Marcante avvenuta nel 1985 sul basamento della statua è stata apposta una lapide in suo ricordo. Nel 2017 in occasione di un intervento di pulizia i sommozzatori di Guardia di Finanza, Capitaneria, Carabinieri, Polizia, Marina Militare e Vigili del Fuoco che avevano effettuato il restauro sotto il coordinamento della Soprintendenza alle belle arti, si sono accorti della scomparsa della targa. La stessa venne ritrovata pochi giorni dopo, non è chiaro se trasportata dal mare o abbandonata dopo un tentativo di furto, sulla spiaggia di san Rossore a Pisa.

Nel 2003 la statua è stata restaurata per preservarla dalla corrosione e dalle incrostazioni e, soprattutto, per riattaccarle la mano staccata da un’ancora, ritrovata dal subacqueo Enea Marrone, per poi essere riposizionata sott’acqua il 17 luglio 2004 su un nuovo basamento, ad una profondità inferiore a quella precedente.

La prestigiosa scuola subacquea genovese è tuttora attiva in Via Cinque Maggio 2/C  e si chiama Unione Sportivi Subacquei “Dario Gonzatti”, fondata nel lontano maggio 1948 da Luigi Ferraro, Duilio Marcante, Egidio Cressi e altri soci, in onore dell’amico scomparso.

in tenuta da palombaro”.

L’innovativo sodalizio non era stato ancora costituito quando Luigi Durand de la Penne (anch’egli genovese purosangue)  il 18 dicembre 1941, al comando di una formazione di palombari si rese protagonista dell’eroica impresa della notte di Alessandria. In quel frangente dimostrò di essere della stessa pasta dei suoi colleghi affondando una nave e un sommergibile inglese.

“Duilio Marcante”
Luigi Ferraro medaglia d’oro al valor militare”.
“Squadra di palombari nel porto di ”.

Sempre nel 1948, anno di fondazione, si tennero all’isola d’Elba i primi corsi del mondo di scuola subacquea. Fu sempre l’USS di Genova a pubblicare la prima rivista del mondo di cultura subacquea. Genova, nei decenni a seguire, vinse tutte le competizioni del genere: dalla prima crociera sub alle Isole Tremiti nel 1950 alle varie competizioni di foto sub, nuoto pinnato, caccia sub. Sempre per merito di Ferrari ma anche di Duilio Marcante e delle loro prove sull’adattamento fisiologico dell’uomo in immersione, si arrivò, in collaborazione con l’Università di Genova a cognizioni che aprirono quello che fino ad allora era un territorio vergine della ricerca.

Si passò così dalle rudimentali pinne ai modelli “rondine”, tuttora insuperate. Fu sempre il Ferraro ad organizzare una settimana ininterrotta di vita in una capanna sottomarina per il figlio, che superò la prova brillantemente. Sempre i genovesi convocarono nel 1964 nella nostra città l’assemblea Generale della Confederazione Mondiale delle attività subacquee alla quale partecipò il fior fiore  dell’oceanografia mondiale. Fra gli altri: J.J. Cousteau, Dumas, Bond, Piccard.

1947 Isola di Vulcano : Egidio Cressi e Dario Gonzatti con A.R.O. , questa foto è stata scattata probabilmente da Luigi Ferraro con una custodia artigianale

Il tempio di questi coraggiosi pionieri si trova qui nel mare di Camogli all’interno dell’area protetta del parco marino di Portofino dove nuota un Cristo sott’acqua che volge lo sguardo al cielo.

 

 

“Parsimoniosi a causa di un Corsaro”…

Se c’è un luogo comune associato ai genovesi è proprio quello legato alla loro presunta avarizia. Una storia che parte da lontano, da molto lontano probabilmente già al tempo del famoso “Emmo Za Daeto” pronunziato dai legati della Repubblica in faccia all’Imperatore Federico Barbarossa che, pretendendo da costoro tributo, ottenne invece l’orgoglioso rifiuto.

Una caratteristica questa legata alla gestione del denaro che si rafforza a partire dal ‘400 quando, a seguito dell’istituzione del Banco di San Giorgio avvenuta nel 1407, la Superba diviene la regina delle transazioni finanziarie contendendo il primato in questo ambito ai grandi banchieri teutonici e sassoni.

E siccome “a prestâ e à un amigo, ti perdi e e ti perdi l’amigo” i genovesi, ligi all’antico adagio,
(se presti soldi ad un amico, perdi i soldi e perdi l’amico) fanno fortuna prestando “palanche” alle emergenti e ambiziose monarchie francese e spagnola.

“Il cambiavalute di Rembrandt”. Tela del 1627 conservata al Staaliche Museen di Berlino.

Sul finire del secolo , fiutandone il senso degli affari e le potenzialità economiche, accoglie la prima comunità di ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna cattolica da Isabella di Castiglia. Da questi i Genovesi apprendono e affinano sia le tecniche commerciali che le pratiche di strozzinaggio. Ed è proprio in questo periodo che, per calmierare e porre freno alla lucrosa gestione dei prestiti, vengono istituiti anche a Genova i banchi di pegno.

A detta degli storici però il vero spartiacque in relazione all’assioma “genovesi quindi avari” che si sostituisce nell’immaginario collettivo al precedente “genuensis ergo mercator” (genovese dunque mercante) risale al 1588 quando i destini della Signora del mare si incrociarono con quelli del grande corsaro inglese .

Da tempo infatti Genova aveva rinunciato alla sua vocazione marittima preferendole quella finanziaria e bancaria: quello che veniva identificato come “Il siglo de los Genoveses”  quando i forzieri della città partivano per la Spagna e tornavano onusti di oro delle Americhe, tanto che si diceva: “l’oro nasce nel Nuovo Mondo ma viene sepolto a Genova”, volgeva ormai al tramonto.

“Nave con le insegne imperiali nel 1566 onusta di tesori”.

Era il periodo in cui le dimore patrizie genovesi erano le più sfarzose d’Europa: una ricchezza comunque mai ostentata fine a se stessa ma semmai consona al rango per doveri di rappresentanza e prestigio sociale, più spesso, accuratamente nascosta e considerata solo un modo redditizio per diversificare gli investimenti.

“o cû e i dinæ no se mostran à nisciun”
(il sedere e i soldi non si mostrano a nessuno).

I genovesi dunque così pronti a viaggiare per il mondo, protagonisti dei commerci e delle scoperte geografiche invece a casa loro sono schivi e diffidenti, per nulla inclini a mostrare le proprie ricchezze e proprietà.

Era scomparso da circa un lustro Andrea Doria quando nel 1585 era scoppiata la guerra tra Spagna e Inghilterra e Filippo II, per sconfiggere la terra di Albione di Sir Francis Drake, decise di allestire l’invincibile “armada” commissionandola, come da consolidata tradizione, ai genovesi.

“La regina Elisabetta I nomina corsaro Sir Francis Drake”.

I nostri armatori erano indecisi e titubanti se investire così tanto denaro in un’impresa a tal punto rischiosa da mettere a repentaglio le risorse della Repubblica ma decisero comunque di restare fedeli alla corona degli Asburgo e di finanziare questa operazione. Vennero allestiti 130 vascelli, con relativo armamento di 24.000 uomini, pronti per affrontare le terribili battaglie del 1588.

La sorte avversa culminata in una serie anomala di violentissime tempeste unita all’indiscussa abilità e capacità marinara di Drake infransero i sogni spagnoli e con essi anche le speranze di lucro dei genovesi.

Per la regina del mare, dopo un secolo di ricchezze, agi e splendori, si trattò di un colpo durissimo dal quale non riuscì più completamente a risollevarsi. La Spagna terminerà la sua iperbole di dominio europeo e Genova, fedele alleata, ne seguirà il declino con l’aggravante di non riuscire più né a pretendere, né di conseguenza a riscuotere i crediti maturati e dovuti.

Da qui si fa risalire quindi la diffidenza quando si parla di dinæ nei confronti dei “furesti” e quel senso di malcelata rassegnazione (se non era per gli spagnoli…) che porterà i nostri avi ad essere più che mai accorti nei loro futuri investimenti: quello che per gli altri quindi è tirchieria per i genovesi è perché – e la storia ce lo insegna – “maniman” non si sa mai.

Perché se nel campo delle scienze Lavoisier teorizzava “in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” per i genovesi, in quello economico, nulla si butta via, nulla si spreca e tutto si ricicla e risparmia”.

 

“Essere Antifascisti”…

Il 28 giugno 1960 i partiti antifascisti si coalizzarono per difendere la Costituzione ed impedire che il Movimento Sociale Italiano organizzasse a Genova il proprio Congresso Nazionale.
Il Presidente onorario di tal partito sarebbe dovuto essere Basile, in epoca fascista Prefetto per le Deportazioni.
Il 30 giugno venne indetto lo Sciopero Generale a partire dalle 15 fino alla fine dei turni di lavoro.
Si formò così un Corteo di alcune migliaia di persone con destinazione Piazza della Vittoria dove a pronunciare l’accorato discorso contro il neonato fascismo fu Sandro Pertini.

Al termine della Manifestazione gran parte dei dimostranti risalì verso Piazza De Ferrari dove erano schierate in assetto antisommossa le Forze dell’Ordine.
Gli scontri furono violenti e durarono circa due ore fino a quando il Presidente dell’Anpi Giorgio Gimelli e il Questore della città concordarono la ritirata delle Forze di Polizia.

“Sandro Pertini sul palco sotto l’Arco dei Caduti in Piazza della Vittoria”.

Ovviamente il Congresso del Partito non si tenne più a e, conseguenza di questo smacco, a Roma cadde il Governo Tambroni.

ESSERE ANTIFASCISTI È IMPEDIRE AI NEOFASCISTI DI MANIFESTARE. (IL DISCORSO DI SANDRO PERTINI A GENOVA NEL 1960)
di Sandro Pertini

“Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.
Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologià di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.

“Scontri in Piazza De Ferrari”.

Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.
Questi valori, che resteranno finché durerà in una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.

“Il fiume umano di decine di migliaia di manifestanti in Via XX Settembre”

La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero. Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.
E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria , purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.

“Eloquente striscione esibito dal corteo”

Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.
Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.
Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.

“La prima pagina dell’Unità”

E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.
Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.
Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.
Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.
Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra , le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.
Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.

“L’Unità celebra la Resistenza genovese. Cade il Governo”

A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?
Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.
Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.
Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.”