Il Presepe delle Figlie di San Giuseppe…

Ancor più suggestiva infine l’ipotesi secondo la quale la statuina del popolano con la testa calva in ginocchio sarebbe un ritratto, secondo alcuni addirittura un autoritratto, del Maestro stesso.

In n. 15 presso l’Istituto Figlie di San Giuseppe è amorevolmente conservato un risalente a cavallo fra il XVII e il XVIII sec.

La scena è ambientata in una campagna spruzzata di neve dove un variegato corteo di fedeli si dirige alla capanna incrociando via via lungo il cammino, popolani, contadini e artigiani. Spettacolare in particolare il sfarzoso seguito equestre dei Re Magi.

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“Il variopinto corteo”. Foto di Stefania De Maria

Secondo la tradizione alcune di queste preziose statuette finemente intagliate e riccamente addobbate sarebbero riconducibili, per lo meno nel loro nucleo più antico, al Maragliano e alla sua scuola.

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“Dettaglio della Natività in cui si possono ammirare sia la perizia dell’artista che la bellezza dei vestiti”. Foto tratta dal dell’Istituto delle Figlie di San Giuseppe.

Ancor più suggestiva infine l’ipotesi secondo la quale la statuina del popolano con la testa calva in ginocchio sarebbe un ritratto, secondo alcuni addirittura un autoritratto, del Maestro stesso.

“Salita Inferiore di San Rocchino”. Foto di Anna Rosa Basile.

“Il Professore e i suoi alunni”…

De André fu molto cortese e rispose loro che avrebbe verificato in segreteria e, qualora ve ne fossero stati, si sarebbe premurato di avvisarli. Non appena le due camicie nere abbandonarono l’Istituto, il professore si precipitò in tutte le classi, raccolse gli alunni ebrei, li aiutò a fuggire e a cercare rifugio nelle campagne circostanti.

Il professor Giuseppe De André insegnava lettere in alcuni istituti di , antifascista convinto, aiutò molti a nascondersi ed a fuggire dagli squadristi per impedirne la deportazione. Sospettato dal Regime, per timore di ritorsioni, nel ‘42 fece trasferire la sua famiglia nelle campagne dell’astigiano dove aveva acquistato un piccolo casale “la cascina dell’orto”. Nel ’44 una mattina due si presentarono all’istituto del quale era preside chiedendogli se, fra gli alunni della scuola, ve ne fossero di .

De André fu molto cortese e rispose loro che avrebbe verificato in segreteria e, qualora ve ne fossero stati, si sarebbe premurato di farglielo sapere. Non appena le due camicie nere abbandonarono l’istituto, il professore si precipitò in tutte le classi, radunò gli alunni ebrei e li aiutò a fuggire e a cercare rifugio nelle campagne circostanti.
Trascorsi due giorni i fascisti, probabilmente informati da qualche delatore, tornarono a scuola per arrestarlo, ma Giuseppe con uno stratagemma riuscì a scappare dall’uscita posteriore, raggiunse Revignano d’Asti dove si era già trasferito il resto della sua famiglia e si nascose per intere settimane nelle cantine di un cascinale adiacente a quello di proprietà della famiglia.

Dopo la Liberazione la famiglia De André fece ritorno finalmente a Genova dove il professore ricoprì, prima di divenirne Vicesindaco, diversi incarichi pubblici e politici.

La leggenda delle statue del Ponte di S. Agata…

I brutti ceffi, colti dalla lussuria, si tuffarono in acqua cercando di concupire le ragazze ma non riuscirono nel loro malvagio proposito. Al posto delle fanciulle trovarono sei statue di donna di marmo bianco.

Il Ponte S. Agata è stato costruito in tempi lontanissimi (prima del 1100) per agevolare il tragitto dell’antica via romana tra e Luni e in seguito ha svolto la funzione di  collegamento fra le ville di Terralba e quelle di Albaro. Il ponte è stato silente, coraggioso, ma impotente testimone di innumerevoli alluvioni, non ultima quella del 1970 rimasta tragicamente negli annali.
Un’antica leggenda che ci riporta al 5 febbraio del 1693 lo definisce come il “Ponte dei Misteri”.
Era il giorno della Fiera di Sant’Agata, mercato che si svolge tradizionalmente anche ai giorni nostri.

Un gruppo di sei novizie Carmelitane si era recato al mercato per acquistare anatroccoli, alberi da frutto e tutto ciò che necessitava per il convento quando si presentò loro davanti una minacciosa banda di biechi personaggi provenienti dal vicino colle di San Martino.  Le monache terrorizzate fuggirono verso il ponte e si gettarono nel letto del fiume Bisagno il cui alveo risultava ancora in parte insabbiato dal terreno alluvionato.
I brutti ceffi, in preda alla lussuria, si tuffarono in acqua cercando di concupire le ragazze ma fallirono il loro malvagio proposito perché al posto delle fanciulle trovarono sei statue di donna di marmo bianco.

La Natività dello Schiaffino…

l celebre Francesco Maria Schiaffino che con sorprendente leggerezza sfrutta ogni centimetro di marmo per scolpire la sua splendida Natività.

Nella chiesa delle del S.S nome di Maria e degli Angeli Custodi  in Piazza delle Scuole Pie sono custodite una serie di lastre marmoree preziosa testimonianza del talento di alcuni dei più importanti scultori del ‘700 genovese quali Nicolò Traverso, Carlo Cacciatori e Francesco Fanelli. 

Fra queste in particolare merita menzione la composizione realizzata dal loro maestro, il celebre Francesco Maria Schiaffino che con sorprendente leggerezza sfrutta ogni centimetro di marmo per scolpire la sua splendida Natività.

Il Presepe di Santa Maria di Castello…

Le statuine, in origine delle marionette, sono state adattate e arricchite con vestiti realizzati intorno al 1980 dal famoso scenografo genovese Lele Luzzati.

A la parola rimanda subito a quello – meraviglioso e arci noto – del Maragliano presso il Santuario della Madonnetta sulle alture del quartiere di Castelletto

Non c’è chiesa nei caruggi – e non solo – che non fornisca preziosa testimonianza di questa tradizione nostrana. Fra i tanti mi preme segnalare e far conoscere in particolare quello orgogliosamente custodito in Santa Maria di Castello, la chiesa cuore storico, artistico e culturale della città vecchia.

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“Il Presepe”. Foto di Giuseppe Ruzzin.

Le statuine, in origine delle marionette, costruite a cavall0 fra ‘700 e ‘800, furono trovate in una cassa dai domenicani quando ancora abitavano il convento. Non se ne conosce con certezza la paternità. Probabilmente alcune sono riconducibili alla scuola del e dei suoi allievi Pietro Galleano e Agostino Storace, altre la maggioranza, dei suoi continuatori Pasquale Navone e Giovanni Battista Garaventa. Di sicuro sono state adattate e arricchite con vestiti realizzati intorno al 1980 dal famoso scenografo genovese Lele Luzzati.

La scena della Natività è ambientata nella Piazza degli Embriaci con di sfondo il Palazzo dell’eroe delle Crociate, la torre De Castro e, l’Oratorio di San Giacomo e, ovviamente, la Cattedrale di Santa Maria di Castello.

“Dettaglio della Natività”. Foto di Giuseppe Ruzzin.

Le Ceneri del Battista

Le ceneri del Battista giunsero a Genova nel 1098 portate in patria da Guglielmo Embriaco di ritorno dalla presa di Cesarea durante la prima Crociata. Il conquistatore di Gerusalemme infatti le aveva prese in un convento di monaci greci presso la città di Myra in Licia in Asia Minore (attuale Turchia). In realtà secondo quanto tramandato da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” obiettivo dei genovesi, anticipati di circa un decennio dai baresi, sarebbero state le reliquie di San Nicola. Narra la leggenda che sulla via del ritorno la flotta genovese rischiò, a causa di una forte tempesta, il naufragio. Solo quando i resti del Santo, precedentemente ripartiti fra le galee del convoglio, su consiglio del prete di bordo, vennero riuniti sotto la custodia unica sulla capitana di Oberto Da Passano responsabile della spedizione, il mare si placò e i nostri eroi rimpatriarono sani e salvi.

L’Embriaco consegnò le spoglie di San Giovanni sulla spiaggia di Caput Arenae e le affidò, prima di essere trasferite in Cattedrale, ai prelati di San Giovanni di Prè (la futura Commenda).

“Le sacre ceneri del Precursore

dell’Oriente a trasportate

a questa spiaggia di Capo d’Arena,

accorsa l’intera popolazione della città

si vide l’anno di Gesù 1098”.

Così recitava l’epigrafe della lapide marmorea affissa fino al 1840 nell’Oratorio di San Giacomo al n. 36 di Piazza della Commenda e successivamente trasferita in San Bartolomeo dell’Olivella nel quartiere del Carmine.

“Il quadro del 1655 di G.B. Carlone nella Cappella dogale di Palazzo Ducale. Dettaglio della consegna delle ceneri.”.

Da allora ogni 24 giugno, retaggio di miti pagani legati al vicino solstizio estivo, mischiati con la dottrina cristiana, il Santo viene celebrato portandone in processione le reliquie. In quell’occasione in suo onore si bruciano falò con lo scopo di illuminare, chiara reminiscenza pagana, le tenebre per esorcizzare streghe e demoni.

Un culto quello del Precursore buono per tutte le occasioni, in particolare come poliedrico antidoto contro le calamità naturali quali terremoti, pestilenza, carestie, fortunali e disgrazie varie. In queste nefaste circostanze narrano infatti gli Annali che i genovesi lo accompagnavano in processione sul luogo della sventura e miracolosamente il mare si placava, l’incendio veniva domato, la carestia scongiurata e la peste guarita.

“La Cappella di San Giovanni all’interno della cattedrale di San Lorenzo”.

“L’”.

Le ceneri di San Giovanni sono conservate in Cattedrale nell’omonima quattrocentesca Cappella e venivano ricoverate all’interno di una preziosa cassa detta del “Barbarossa” dal nome dell’imperatore alemanno che nel 1178 ne aveva fatto dono alla “Dominante”, la Signora del Mare. Nel ‘400 venne commissionata dal Capitolo di San Lorenzo la sfarzosa ancora oggi in uso, capolavoro di alta oreficeria tardo gotica europea.

“L’Arca processionale quattrocentesca”.

“Il Piatto in calcedonio”.

Le preziose  Arche e il piatto in calcedonio che avrebbe accolto la testa del Santo, donato da Papa Innocenzo VIII, sono solo alcuni dei sensazionali pezzi custoditi all’interno della cripta del Tesoro di San Lorenzo.

Le Catene di Porto Pisano

Sulle pareti all’interno del chiostro di San Matteo, insieme alle numerose lapidi che attestano il prestigio acquisito nei secoli dal casato dei D’Oria, è affissa la copia del bassorilievo del 1290 che raffigura Porto Pisano. Si tratta di una preziosa testimonianza di quel 23 agosto giorno in cui, Corrado D’Oria al comando della sua flotta, violò la roccaforte toscana interrandone definitivamente il porto.

Al centro spiccano le due torri Magnale e Formice collegate fra loro dalle famose gigantesche catene che proteggevano lo scalo della città della Volpe. Catene che furono, fino al 1860, appese sulle principali porte e chiese della Superba prima di essere, in segno di rinnovata concordia, restituite e conservate presso il Camposanto monumentale in riva all’Arno.

“Alcuni pezzi delle catene di Porto Pisano, restituite dai genovesi nel 1860, oggi custodite nel cimitero monumentale di Pisa”.

Le maglie erano appese in:

  • Chiesa di San Torpete
  • Palazzo San Giorgio
  • Chiesa di Santa Maria di Castello
  • Chiesa del Santissimo Salvatore
  • Porta Soprana
  • Bassorilievo in Borgo Lanaiuoli
  • Porta degli Archi
  • Chiesa di Santa Maria Maddalena
  • Salita di Sant’Andrea
  • Chiesa di Sant’Ambrogio
  • Chiesa di San Matteo
  • Chiesa di Santa Maria delle Vigne
  • Chiesa di San Donato
  • Porta dei Vacca
  • Chiesa di San Sisto
  • Commenda di San Giovanni di Pré
  • Murta
  • ” Nel’800 le catene penzolavano ancora al centro dell’arco di Porta Soprana”. Disegno di Domenico Cambiaso.

«Che a travaggiava con garie armè /
e ligava nemixi e noi servava, /
e chenne grosse da per lé schiancava, /
chi ancora son per Zena spanteghè

(Da Zena moere de regni e de cittè, Paolo Foglietta (1520 – 1596))

Traduzione:

«La grandezza di è universalmente conosciuta] perché lavorava con galee armate, /
e legava nemici e ci salvava /
e grandi catene da sola spezzava, /
che ancora oggi sono sparse per Genova.»

“Le copie delle catene di Murta “.

Tuttavia ne restano ancora traccia in due località della Liguria: due anelli sono conservati infatti a Murta appartenuti ad un marinaio della zona che aveva partecipato all’impresa. In realtà si tratta di copie settecentesche realizzate a posteriori poiché gli originali furono trafugati nel 1747 dagli austriaci  del generale Schulenberg che, durante il vano assedio della Superba, erano accampati nel borgo della Val Polcevera.

Le copie  murtesi oggi vengono esposte durante la festa della Zucca mentre le originali dell’epoca erano appese sulla chiesa di San Martino.

“I due anelli esposti all’esterno della chiesa di S. Croce di Moneglia”.

Altre maglie sono infine esposte all’esterno della chiesa di Santa Croce di Moneglia donate dai genovesi al capitano Stanco che, al comando della fedele alleata, aveva partecipato all’impresa.

“San Giorgio e Corrado D’Oria”.

L’epigrafe latina:
In nomine D(omi)ni am(en)
MCCLXXXXX
oc cadena tuleru(n)t
de portu Pisanoru(m)
oc opus fecit fieri d(omi)no
Tra(n)cheus Sta(n)co de Monelia

Traduzione della lapide:
Nel nome del Signore così sia
Anno 1290
Questa catena fu portata via
dal porto di Pisa
la lapide fu posta dal signor
TRANCHEO STANCO DI MONEGLIA

battaglia della Meloria 1284

“La traduzione italiana dell’iscrizione latina”.

L’originale del era invece affisso un tempo in Vico Dritto di Ponticello sulla casa di Carlo Noceti (detto anche Noceto Chiarli), il celebre fabbro genovese che con la sua perizia aveva tranciato le enormi catene del porto nemico. Maistro Chiarlo – così era chiamato – aveva ingegnosamente acceso dei fuochi sotto di esse rendendole incandescenti e quindi più facilmente spezzabili.

Pochi però sanno che le catene del 1290 non furono né le uniche né le prime tradotte a Genova:  già nel 1287 infatti, durante una spedizione organizzata dall’invincibile ammiraglio Benedetto Zaccaria, uno dei due eroi della Meloria, (l’altro Oberto D’Oria) i genovesi si erano già impossessati delle catene del porto. Benedetto, a bordo della sola “Divizia”, la sua galea prediletta, aveva violato il porto militare facendosi largo fra le torri di difesa mentre un suo sottoposto, il capitano Nicolino di Petracco al timone di altre 5, era entrato nel bacino mercantile spezzandone per urto (delle galee) le maglie. Catene che furono anch’esse, fino al 1860, appese sulla Cattedrale di San Lorenzo. Durante l’eroico assalto Benedetto rimase gravemente ferito ma in seguito alla sua coraggiosa impresa, impauriti, i pisani siglarono la pace. I patti furono talmente duri per i toscani che questi, non rispettandoli, videro nel 1290  il loro approdo definitivamente distrutto ed interrato ad opera di Corrado D’Oria.

“Alcuni anelli delle catene di Porto Pisano esposti sotto le arcate del palazzo del mare, meglio noto come S. Giorgio”.

La tavella genovese rimanda ad altre due rappresentazioni simili murate nella cattedrale di Pisa. La prima esposta lungo il muro meridionale del coro della chiesa, la seconda al pian terreno del campanile della stessa. Probabile quindi che l’opera sia stata commissionata dai vincitori ad una delle numerose maestranze pisane fatte prigioniere in quegli anni a partire dalla celeberrima battaglia della Meloria avvenuta nel 1284.

“Il bassorilievo originale custodito nel museo di S. Agostino”.

A seguito della distruzione del quartiere avvenuta nel 1935 il prezioso manufatto è stato ricoverato presso il Museo di S. Agostino dove tuttora è accuratamente custodito.