Il Ponte Romano di Nervi e la Pensione Bonera

In primo piano il costruito per attraversare il torrente Nervi. Si tratta di un classico ponte a schiena d’asino costruito però nel Medioevo probabilmente su fondamenta di epoca romana.

Sullo sfondo si staglia l’imponente edificio di Villa Gnecco, una costruzione caratterizzata, alla maniera delle fortificazioni, da una struttura a angoli rinforzati con corpi angolari avanzati che racchiudono la loggia a tre arcate al centro.

Nella seconda metà dell’Ottocento la villa venne trasformata nella celebre Pensione Bonera, il piu antico albergo di Nervi ancora in attività.

Secondo alcune fonti la villa fu costruita sulle rovine di un antico tempio dedicato a Nettuno. L’edificio risale ai primi anni del Cinquecento ed appartenne ai conti Gnecco Nin di S. Tomaso. Nel 1733 fu oggetto di importanti lavori di ricostruzione che lo trasformarono nelle forme attuali.

Il pionieristico hotel fu tra i primi a promuovere la Nervi turistica e divenne meta prediletta di illustri e facoltosi ospiti provenienti da ogni angolo d’Europa.

All’inizio del ‘900 era frequentato da una cosmopolita comunità di artisti tedeschi, svizzeri, olandesi, russi, inglesi, austriaci e italiani.

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Foto di Leti Gagge.

La Fontana e la Piazza

Gli insoliti colori a tinte scure impreziositi dai bagliori delle luci notturne conferiscono alla piazza un aspetto magico.

Sicuramente inusitato e più consono ad una piazza asburgica che mediterranea.

“Io arrivai in una piazza
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un’allegria pazza”.


(Cit. Carlo Betocchi)

“Se avessi cinquantatre minuti da spendere si disse il piccolo principe “me ne andrei lentamente verso una fontana…”


(Cit. Antoine de Saint-Exupéry)

Foto di Carlo Mione.

Genova ferita…

Proprio come una bella donna, magari un po’ in là con gli anni, ma pur sempre fascinosa, va amata e rispettata a prescindere.

A prescindere dalle sue imperfezioni, ferite, smagliature e cicatrici.

Come quelle, a quasi 80 anni di distanza, lasciate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale nella zona di Scurreria, una delle più martoriate del centro storico.

In Vico Indoratori ecco dunque un palazzo completamente devastato come se i muri fossero stati fessi dalla lama di un coltello gigante e con il pluviale che ne asseconda, forse per non offendere quel che resta della sottostante edicola votiva, pragmaticamente il profilo.

Non è forse anche questa una malinconica forma di Grande Bellezza?

L’Annunciazione di Orazio Gentileschi

Per in pittura il ‘600 è sinonimo di Barocco. Lo stile sviluppato sulle orme di Rubens e Van Dyck da un fiorire di grandi artisti locali quali, fra i tanti, Bernardo Strozzi, Domenico Fiasella e Giovanni Battista Gaulli detto Il Baciccio.

In questo contesto, nei primi decenni del secolo, emerge comunque l’opera di un artista toscano la cui opera si rifà invece ai dettami più classici di Caravaggio.

Nella chiesa di S. Siro si può infatti ammirare l’Annunciazione, lo straordinario capolavoro del pisano Orazio Gentileschi.

Sulla tela l’artista imprime il suo stile intimo e sobrio. Ecco allora, iniziando dai dettagli, il letto disfatto con il lenzuolo stropicciato.

La finestra, con i realistici vetri a losanghe, da cui entra lo Spirito Santo sottoforma di colomba mentre la luce si abbatte sul muro evidenziandone una realistica crepa.

Protagonista è l’angelo dipinto con una raffinata gamma di sfumature che variano dal viola al rosa delle maniche, al giallo della veste nel suo soffice panneggio, fino alle piume delle ali che sembrano scolpite nel marmo.

Mentre la Vergine appare in atteggiamento pudico e discreto il profilo dell’angelo esce dall’ombra volgendosi verso la mano in piena luce ad indicare la volontà dello Spirito Santo di cui è esecutore.

Passalento

“Da Voltri a si vedono sempre case, tutto annuncia una grande città. Presto il porto appare e si vede la bella città seduta ai piedi delle montagne. Il faro della , come un minareto, dà all’insieme qualche cosa di orientale e si pensa a Costantinopoli”.

Cit Gustave Flaubert.

“Signore di questo porto

vedi mi avvicino anch’io

vele ancora tese

bandiera genovese

sono io”.

Cit. da Passalento di Ivano Fossati.

Foto di Mario Nicosia.

“La città della meraviglia e della bellezza”…

“Ho scelto di vivere a da adulto, in un singolare momento di grande libertà e privilegio in cui avrei potuto vivere ovunque nel mondo. Ho scelto questa città non per ragioni di lavoro o familiari o affettive, come capita a moltissime persone, ma per puro piacere, considerando la possibilità di sceglierla come il più grato dei privilegi di cui la fortuna mi aveva favorito. Ho scelto quella che è sempre stata ai miei occhi, più di qualunque altra città del mondo che mi è capitato di conoscere, la città della meraviglia e della bellezza. Dello stupore che non finisce mai. E della complicazione: la città dove non basta mai un solo sguardo, una sola idea, un solo concetto, una sola parola, per contenerla tutta, descriverla senza banalizzarla, decidere se volerle bene o volerle male”.

Cit. Maurizio .

“Boccadasse e Capo di S. Chiara”.

“Dove le porta il cuore”…

“Siamo saliti sin quassù (il Righi) a guardare | la città che si stende tra il confine | del mare e le montagne. | È come avvinta | da un suo sogno operoso, di cui giunge | l’indistinto brusio a noi che intenti | ne cerchiamo le strade, i campanili, | le piazze. Grigi tetti ci conducono | al porto irto di gru, ove lente salpano | navi e muovono lievi verso il largo, | con rauco grido […] | le accompagna il cuore”.

Cit. Elio Andriuoli (critico d’arte).

“Panorama della città vecchia”. Foto di Leti Gagge.

Il Glicine

“E intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire”.
Cit. Pier Paolo .

“E mi sembrava quasi un’eternità
che non salivo scalza sopra quel glicine
in penombra ti guardavo dormire
nei capelli tutti i nidi d’aprile”.

Cit. “I Venti del cuore” di Fiorella .

Testo di Massimo Bubola.

“Creuza di Quezzi in fiore”. Foto di Leti Gagge.

Vico Cimella

Nell’antico quartiere del Molo, a saper ben guardare, si scoprono scorci assai suggestivi.

È il caso, ad esempio, di con la sua scenografica sequenza di archetti in laterizio fra i palazzi e il basamento delle mura.

Questi archi avevano la funzione sia di consolidamento delle pareti dei magazzini che quella di ingegnosa condotta per le acque.

L’origine del toponimo Cimella rimanda alla traduzione di Cimiez nome della cittadina natale di San Celso Martire.

Cimiez vicino a Nizza, infatti, era un tempo genovese e il Santo, insieme a Nazario,fu il primo a predicare il Vangelo in .