“La grande Genova…”

“Il viaggio per mare è stato un avvenimento. Come andava gradatamente sparendo lontano, la grande notturna, disseminata di luci, assorbita dal chiaro di luna, così come un sogno trapassa in un altro! […] Come un sogno si sprofonda nel mare. Sono morto per questo mondo, dileguato con l’ultima luce? Oh, fosse così! Sarebbe possibile?”.

Cit. pittore svizzero (1879 – 1940).

Foto di Vilma Bettucchi

Salita Mascherona

L’origine del toponimo Mascherona non è chiara. L’ipotesi più plausibile rimanderebbe ad una forma dialettale arcaica con la quale si indicava la zona in pendenza che si dipanava dal Castello a valle verso la chiavica, odierna Via Giustiniani.

Salita Mascherona nel medioevo corteggiava l’antico monastero di N.S. delle Grazie, in seguito divenuto il Consevatorio di Musica con a fianco l’edificio che ospitò la primitiva sede del liceo classico Andrea D’Oria.

La salita, un tempo abbellita da una preziosa fontana marmorea del XVI sec. oggi andata perduta, è stata sede anche di un paio di frequentati teatri:

il primo, ospitato all’interno di un dismesso oratorio, si chiamava Edmondo Rossoni; il secondo, più famoso, al civ. n. 9 era il teatro Andrea Podestà, meglio noto come , attivo fino al 1922

A seguito di scavi nella zona, all’angolo con salita Santa Maria in Passione e relativo archivolto sono emersi importantissimi reperti archeologici di epoca pre-romana, etrusca, romana e medievale.

Si sogna di essere a Genova

“Non lontano da , sulla cima dell’Appennino, si vede già il mare. Fra i verdi cocuzzoli delle montagne compaiono i flutti azzurri, e le navi che si scorgono qua e là sembrano voler salire sui monti a vele spiegate. Se però si gode questa vista al crepuscolo, quando gli ultimi raggi di sole iniziano il loro mirabile gioco con le prime ombre della sera e tutti i colori e tutte le forme si intrecciano nebulosamente, allora par d’essere veramente in una fiaba, la carrozza scende stridendo, le immagini più dolci e sonnecchianti nell’anima vengono bruscamente scosse e tornano ad appisolarsi, e infine si sogna d’essere a ”.

Cit Heinrich Heine (1797 – 1856) poeta tedesco.

Foto sulle alture di Quezzi. Foto di Andrea Delponte.

Il Palazzo dei Giganti

L’edificio noto come il in via XX settembre fu costruito nel 1896 dall’architetto Carbone e dall’ingegner Fuselli.

Tratto distintivo dell’edificio è costituito dalle otto statue di enormi telamoni o Atlanteani che fungono da colonne, tenendo la cornice sulle spalle.

I giganti sembrano davvero reggere con forza e fermezza il peso dell’edificio mentre i loro muscoli esprimono tensione e i volti non tradiscono fatica.

Autore di tale maestosa meraviglia è stato lo scultore Vincenzo Michelangelo “Michele” Sansebastiano.

Il Palazzo dei Giganti, oltre che per la bellezza delle sue decorazioni e architetture, è anche ricordato per essere stato il primo edificio a costruito con cemento armato.

In copertina una delle quattro coppie di giganti. Foto di Bruno Evrinetti.

Madonna di Porta Aurea

La Madonna di , oggi custodita presso il museo di Sant’Agostino, fu realizzata dal celebre scultore Giovanni Antonio Ponsonelli, (Carrara 1654 – 1735).

“La nella sua originaria collocazione”.

Tale Madonna della Misericordia, vegliava sulla medievale Porta Aurea (XII secolo), detta anche “Porta di Piccapietra“, sita nell’omonima zona del quartiere di Pammatone, demolito nel 1959 nell’ambito della nuova scellerata urbanizzazione.

Veduta al tempo di Napoleone

Il golfo è come sempre solcato dalle navi, i monti attorno sono brulli e disabitati, la Lanterna è al suo posto ma nel 1810 faceva parte a tutti gli effetti dell’Impero napoleonico che durò fino al 1814.

In quell’anno soppresse tutti gli ordini monastici e le congregazioni religiose nel dipartimento di Genova, degli Appennini, di Montenotte e delle Alpi Marittime.

L’architetto Andrea Tagliafico fu incaricato di progettare la costruzione, nel luogo dove sorgeva un tempo il convento di San Domenico (odierna piazza De Ferrari) di un nuovo teatro cittadino e riedificò il lazzaretto della Foce.

Nel frattempo in piazza dell’Acquaverde, in ossequio al nuovo regime, venne innalzata un’imponente statua dell’imperatore corso.

Sul promontorio di San Benigno Bonaparte aveva appena fatto erigere un palo del rudimentale telegrafo, strumento che utilizzava per essere informato in anticipo rispetto ai suoi nemici.

Leggenda narra che Napoleone appena giunto a Genova avesse chiesto se i genovesi rubassero?

Arguta e spiritosa fu la risposta: “buona parte si, ma tutti no”.

Ambroise Louis Garneray vista di parte Genova, 1810.

Via San Bernardo

Le prime notizie sul caruggio risalgono al 1345 quando la strada era chiamata dei “Salvaghi”.

assunse l’attuale intitolazione nel ‘600 per via del convento e chiesa, oggi scomparsi, che sorgevano all’angolo con Vico Vegetti al posto dell’edificio occupato dalle scuole.

La chiesa fu costruita sui resti di una precedente dimora nobiliare dei De Marini e nel 1627 divenne anche convento dei monaci Cistersensi Fogliensi.

Nel 1797 gli edifici religiosi vennero sconsacrati e dismessi per poi essere definitivamente demoliti nel 1849, al tempo della repressione piemontese dei bersaglieri del La Marmora.

Malinconico testimone di un tempo che fu è rimasto il campanile inglobato nelle case circostanti.

Di notte illuminato da un lampione il caruggio riposa mentre la pioggia che accarezza il selciato ammanta i colori ocra di una magica patina.

Le gocce di pioggia saltellano sul selciato per non bagnarsi“.


Cit. Roberto Gervaso storico e giornalista.

Foto di Andrea Robbiano

Il Ponte di Carignano e la Madre di Dio

È forse l’immagine più famosa che ritrae la dimenticata e nostalgica bellezza di Via Madre di Dio sotto il Ponte di Carignano.

Qualche anno fa divenne la copertina di un divertente gioco da tavolo a tema storico intitolato “Zena 1814”. Tale erudito e piacevole passatempo è ambientato negli effimeri 8 mesi di indipendenza della Repubblica genovese compresi tra la caduta di e il Congresso di Vienna (1814 – 1815) in seguito al quale venne venduta dagli inglesi ai Savoia.

L’autore di questo quadro, il pittore olandese Pieter van Loon, immortala con dovizia di particolari una scena di vita quotidiana conferendole una straordinaria vivacità.

Ed è così che, con sapiente gioco di ombre e luci, di colori vividi alternati ad altri più tenui e di frizzante realismo, la strada si anima di una moltitudine di caratteristici personaggi che popolano botteghe ed osterie: marinai che giocano alla riffa, bambini che gironzolano per strada, garzoni e muli da soma che trasportano merci, una coppia a passeggio seguita da uno scolaro con i libri, popolane che chiacchierano tra di loro e con giovanotti, avvolte nei loro macramè.

A sinistra si vede un navigante appoggiato alla porta, forse in cerca di un ingaggio, che aspetta davanti agli uffici della Compagnia marittima di battelli a vapore – di cui si legge l’insegna – della linea Livorno Marseille.

A fianco un locale dalla cui sovrastante targa con la scritta “Stanza…” si deduce essere in affitto.

Vicino “Il Grande Albergo Bella…” supera il tendone di una bottega di legumi e cereali.

Al centro della strada si distinguono un gruppo di preti e un frate. Sul lato destro si notano una grande edicola votiva oggi scomparsa, una donna seduta sulla soglia di casa e la dicitura “Buon Vin ed a mangiare” che campeggia sulla sottostante osteria. Appesa alle corde una cesta si confonde fra i panni stesi.

Domina la scena il celebre voluto da Domenico Sauli per collegare, da un colle all’altro, la propria Basilica gentilizia di S. Maria Assunta (Carignano) con il cuore del centro storico (Sarzano), scavalcando l’impervio strapiombo di Via Madre di Dio.

L’imponente opera fu realizzata tra il 1718 e il 1724 dall’ingegnere francese Gerard de Langlade nell’ambito dei lavori di ricostruzione resisi necessari, ma iniziati solo qualche decennio, a causa dei bombardamenti del 1684 del re Sole.

Sullo sfondo i colori che si dissolvono con sapiente sfumatura nella prospettiva lasciano intendere una via assai trafficata e frequentata che restituisce al quartiere scomparso tutta la sua umana vitalità.

“Strada della Madre di Dio e Ponte di Carignan a Genova” 1847 olio su tela 61,5.x 90 cm. Pieter van Loon. Genova, Collezioni Banca Carige.

Il mozzicone del campanile di San Siro

Questo anonimo torrione ormai dimenticato ed inglobato fra le irriverenti vicine abitazioni è quel che rimane della dugentesca torre campanaria della chiesa di San Siro.

L’antico campanile della primitiva cattedrale cittadina, contemporaneo di quelli ancora esistenti di S. Maria delle Vigne e di S. Giovanni di Pre‘, nel 1904 fu abbattuto perché inclinato e pericolante.

Tale sciagurata ed affrettata decisione venne presa sull’onda emotiva generata appena due anni prima dal clamoroso crollo del campanile della Basilica di San Marco a Venezia.

Foto di Leti Gagge.