“… Anche la neve morirà domani…”

“… Ma tu che vai, ma tu rimani 
Anche la neve morirà domani 
L’amore ancora ci passerà vicino.
Nella stagione del biancospino

La terra stanca sotto la neve 
Dorme il silenzio di un sonno greve.
L’inverno raccoglie la sua fatica.
Di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani? 
Un altro inverno tornerà domani…”

Cit. da Inverno di Fabrizio De Andre’.

“Il Professore e i suoi alunni”…

De André fu molto cortese e rispose loro che avrebbe verificato in segreteria e, qualora ve ne fossero stati, si sarebbe premurato di avvisarli. Non appena le due camicie nere abbandonarono l’Istituto, il professore si precipitò in tutte le classi, raccolse gli alunni ebrei, li aiutò a fuggire e a cercare rifugio nelle campagne circostanti.

Il professor Giuseppe De André insegnava lettere in alcuni istituti di , antifascista convinto, aiutò molti a nascondersi ed a fuggire dagli squadristi per impedirne la deportazione. Sospettato dal Regime, per timore di ritorsioni, nel ‘42 fece trasferire la sua famiglia nelle campagne dell’astigiano dove aveva acquistato un piccolo casale “la cascina dell’orto”. Nel ’44 una mattina due si presentarono all’istituto del quale era preside chiedendogli se, fra gli alunni della scuola, ve ne fossero di ebrei.

De André fu molto cortese e rispose loro che avrebbe verificato in segreteria e, qualora ve ne fossero stati, si sarebbe premurato di farglielo sapere. Non appena le due camicie nere abbandonarono l’istituto, il professore si precipitò in tutte le classi, radunò gli alunni ebrei e li aiutò a fuggire e a cercare rifugio nelle campagne circostanti.
Trascorsi due giorni i fascisti, probabilmente informati da qualche delatore, tornarono a scuola per arrestarlo, ma Giuseppe con uno stratagemma riuscì a scappare dall’uscita posteriore, raggiunse Revignano d’Asti dove si era già trasferito il resto della sua famiglia e si nascose per intere settimane nelle cantine di un cascinale adiacente a quello di proprietà della famiglia.

Dopo la Liberazione la famiglia De André fece ritorno finalmente a Genova dove il professore ricoprì, prima di divenirne Vicesindaco, diversi incarichi pubblici e politici.

Bacan d’a corda…

“Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä”.

“Padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare”.

Cit. da “Creuza de mä” 1984 di Fabrizio De Andrè.

“Bacan” non significa solo “padrone” in senso materiale ma anche, e soprattutto, “responsabile” in senso etico e morale.

Siamo tutti, noi genovesi, responsabili di questa gomena che ci lega, ci unisce in un caruggio di mare, per renderci partecipi dei nostri destini.

Responsabili di portare la nostra barca ad ormeggiare sicura in porto.

“Creuza de mä”. Foto di Leti Gagge.

A mio modestissimo parere i più bei versi mai scritti su capaci di racchiuderne in poche parole l’essenza più intima e profonda.

Pianderlino

Il è la zona dell’omonimo colle sul quale si staglia Porta Soprana che, prima del 1936 quando la montagnola venne sbancata, dominava dall’alto i quartieri di Ponticello, dei Lanaiuoli, della Marina, dei Servi e della Madre di Dio.

Sullo spiazzo si affacciano la Turris Matonorum, un’antica duecenteca torre della famiglia Embriaco e Vico delle Carabaghe con le sue curiose storie di case chiuse e macchine da guerra. Da qui si dipartono verso il cuore della città vecchia i caruggi di Via Ravecca, Via della Porta Soprana e Salita del Prione.

“a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu”.

Cit. da “A Dumenega” di Fabrizio De Andrè.

Traduzione:

“a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello”.

Partimmo in Mille

…”cari fratelli dell’altra sponda
cantammo in coro giù sulla terra
amammo in cento l’identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli..”.

Cit. da Il Testamento di Fabrizio De Andrè.

“Venite in Paradiso”…

Dalla spianata, dove un tempo sorgeva il temuto Castelletto, si gode senza dubbio del panorama più affascinante della città: sullo sfondo di una distesa di mare turchino si ha l’impressione di accarezzare con lo sguardo un tappeto di tetti d’ardesia.  Campanili che, come diceva Faber, “segnano il confine tra la terra e il cielo”, torri insolenti che sfidano il firmamento e palazzi da re, in una città che di re non ne ha mai voluti.

“L’ascensore di Castelletto”.

Davanti a cotanto spettacolo Giorgio Caproni compose la sua celebre lirica nella quale immaginava di salire in paradiso a bordo dell’ascensore che lì lo aveva condotto. Eh si perché nell’immediato dopoguerra, con le macerie dei bombardamenti, proprio un inferno  doveva apparire. Un paesaggio desolato che mano a mano che il poeta completava la sua ascesa svelava la sua incomparabile bellezza tramutando l’inferno in paradiso.

“Lapide posta all’interno dell’ascensore”.

Costruito nel 1909, completamente in stile liberty (le cabine son state rifatte nel 2010 in occasione dei suoi cento anni), copre un dislivello di 57 metri, dalla spianata di Castelletto fino a piazza del Portello. Nella seconda strofa de “L’Ascensore” (1948) Giorgio Caproni verseggiava:

“Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore notturne,
rubando un poco
di tempo al mio riposo”.

“Suggestivo scorcio di paradiso”. Foto di Leti Gagge

E un inferno certamente era sembrata la Superba a Hermann Melville che così annotava nei suoi appunti nella primavera del 1857: “La costa verso il sud. Un promontorio. Tutta Genova e le sue fortezze, la loro esterna solitudine. La desolazione, l’aspetto selvaggio delle valli che intercorrono sembrano fare di Genova la capitale e il campo fortificato di Satana; fortificato contro gli Arcangeli. Le nuvole che si addensano sui bastioni sembrano immaginarie. Sono andato sulla parte orientale del porto e ho cominciato il giro della terza linea di fortificazioni”.

“La Lanterna vista dalla spianata”. Foto Danilo Lo Re.

E nell’Inferno il Sommo Dante aveva collocato i genovesi: fra i traditori pose, infatti, Branca Doria ancor vivo, reo di aver fatto a pezzi il suocero Michele Zanchè per impossessarsi dei suoi possedimenti sardi.
Come racconta il Foglietta nei suoi resoconti il Poeta, giunto nella Dominante, “fu solennemente bastonato sulla pubblica via dagli amici e dai servi di Brancaleone.
Da questa offesa, non potendo il Sommo, vendicarsi con le mani, si vendicò con le parole e la penna”. Da qui la celebre invettiva scolpita nel Canto Ventitreesimo dell’Inferno, versi 151-153:
“Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?”.
Il “Ghibellin fuggiasco” prende inoltre a modello, dopo averla attraversata entrandovi da Lerici, l’aspra nostra terra, per descrivere la montagna del Purgatorio:
“Tra Lerice e Turbia la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole ed aperta”.
(Canto terzo del Purgatorio, verso 49-51).

E se avesse ragione Faber nei versi di “Preghiera in Gennaio” dedicata all’amico Tenco, morto suicida?

“Venite in Paradiso
Là dove vado anch’io
Perché non c’è l’inferno
Nel mondo del buon Dio”…

“Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura”.

Venite a Genova, venite in Paradiso!

“A l’è cheita ‘na bagascia in maa…”

sensa bagnase…

Le prostitute non potevano entrare nel porto, o salire a bordo delle navi: avrebbero distratto i camalli o i marinai. Per questo pratico motivo quando si ritiene che una cosa sia impossibile e che non possa mai accadere si dice: “Una prostituta è caduta nel mare (del porto) senza bagnarsi”. Eppure grazie ai proventi del loro operato nel ‘600 come, oltre ai libri di storia, ci ricorda in “A Dumenega”, si è costruita il molo nuovo:

“Quandu ä dumenega fan u gíu
cappellin neuvu neuvu u vestiu
cu ‘a madama a madama ‘n testa
o belin che festa o belin che festa
a tûtti apreuvu ä pruccessiún
d’a Teresin-a du Teresún
tûtti a miâ ë figge du diàu
che belin de lou che belin de lou

e a stu luciâ de cheusce e de tettín
ghe fan u sciätu anche i ciû piccin
mama mama damme ë palanche
veuggiu anâ a casín veuggiu anâ a casín
e ciû s’addentran inta cittæ
ciû euggi e vuxi ghe dan deré
ghe dixan quellu che nu peúan dî
de zeùggia sabbu e de lûnedì

“e u direttú du portu c’u ghe vedde l’ou
‘nte quelle scciappe a reposu da a lou
pe nu fâ vedde ch’u l’è cuntentu
ch’u meu-neuvu u gh’à u finansiamentu
u se cunfunde ‘nta confûsiún
cun l’euggiu pin de indignasiún
e u ghe cría u ghe cría deré
bagasce sëi e ghe restè”.

“Le signorine aspettano i clienti nei bassi della Maddalena”.

Le Bagasce che popolano la galleria di personaggi di De Andrè non sono semplici comparse ma assurgono al ruolo di protagoniste assolute.

Il viaggio inizia con la bucolica fanciulla di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers ” in cui…

“Veloce lo arpiona la pulzella
repente una parcella presenta al suo signor
“deh, proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire, è un prezzo di favor”.
“E’ mai possibile, porco d’un cane,
che le avventure in codesto reame debban risolversi sempre con grandi puttane”.

Prosegue in “”, dove s’incontra…

“una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano”.

Continua poi con la pubblica moglie della” Città Vecchia” in cui

“una bimba canta la canzone antica
della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai
solo qui fra le mie braccia

E se alla sua età le difetterà la campetenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi d’una volta, per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere
anche un po’ di vocazione?

Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può dare
una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo
pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo
alle tue voglie.

Tu la cercherai tu la invocherai
più d’una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto
al ventisette
quando incasserai delapiderai
mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire
“micio bello e bamboccione”.

Abbandonati momentaneamente i caruggi si sale a S. Ilario per incontrare Maritza una bella istriana.

“La chiamavano
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa.

C’è chi l’amore lo fa per noia
Chi se lo sceglie per professione
Bocca di rosa né l’uno né l’altro lei lo faceva per passione”.

Ma Fabrizio non si accontenta della cruda realtà e confeziona  un vestito per la sua “Marinella” del tessuto più prezioso, la dignità…

“Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella,

questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose.

“Fondi nei caruggi”.

Si vaga nella casbah di un qualunque porto mediterraneo il regno dell’esotica mulatta , la sultana delle bagasce…

“Lengua ‘nfeuga Jamin-a
Lua de pelle scûa
Cu’a bucca spalancà
Morsciu de carne dûa
Stella neigra ch’a lûxe
Me veuggiu demuâ
‘Nte l’ûmidu duçe
De l’amë dû teu arveà
Ma seu Jamin-a
Ti me perdunié
Se nu riûsciò a ésse porcu
Cumme i teu pensë

Destacchete Jamin-a
Lerfe de ûga spin-a
Fatt’ammiâ Jamin-a
Roggiu de mussa pin-a
E u muru ‘ntu sûù
Sûgu de sä de cheusce
Duve gh’è pei gh’è amù
Sultan-a de e bagasce
Dagghe cianìn Jamin-a
Nu navegâ de spunda
Primma ch’à cuæ ch’à munta e a chin-a
Nu me se desfe ‘nte l’unda

E l’ûrtimu respiu Jamin-a
Regin-a muaé de e sambe
Me u tegnu pe sciurtï vivu
Da u gruppu de e teu gambe”.

Un viaggio che termina con l’amaro in bocca sul lungomare di Bahia:

“E io davanti allo specchio grande
Mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi
Tra le gambe una minuscola fica…

Nella cucina della pensione
Mescolo i sogni con gli ormoni
Ad albeggiare sarà magia
Saranno seni miracolosi

Perché Fernanda è proprio una figlia
Come una figlia vuol far l’amore.

E allora il bisturi per seni e fianchi
In una vertigine di anestesia
Finché il mio corpo mi rassomigli
Sul lungomare di Bahia…

Sul palcoscenico della mia vita

Dove tra ingorghi di desideri
Alle mie natiche un maschio s’appende
Nella mia carne tra le mie labbra
Un uomo scivola l’altro si arrende”.

Perché De Andrè in fondo, sapendo che le donne sono diamanti plasmate nel letame, riscatta e nobilita la figura della prostituta dipingendola con grande umanità…

“Mentre lui le insegnava a fare l’amore
lei gli insegnava ad amare”.