Quando lo Scoglio Campana…

si trovava ai piedi delle (che fino al 1890 precipitavano a picco sul mare) dove sfociava il Rivo Torbido… quando, incastonato al centro del seno di Giano, si specchiava vanitoso davanti ai due grandi archi ancora oggi visibili…

quando la sua curiosa forma era fonte di ispirazione per innamorati e poeti come, ad esempio, Domenico Monleone che nel 1928 compose la celebre lirica “A- o Scheuggio Campann-a”.

Cianzi, cäo scheuggio Campann-a, l’angonia te l’han sûnnä. E t’ae sfiddòu l’ira pisann-a t’ae sfiddòu l’ira do mâ!

Unn-a votta ti formavi a delissia di pescoei e l’äia e o çe t’imbalsamavi comme o letto di sposoei.

E li gh’ëa o Lippa e o Croxe co-e sò braghe redoggiae comme i vëi pescoei da Foxe tutto o giorno li assettae.

E co-o pämito e co-o çimello e o boggieu da l’ätra man a cantâ qualche strûnello e a sentî sûnna Caignan!

Quando lo scoglio, protetto dalle mura e seguito dai rintocchi della Basilica, intonava i suoi gioiosi versi.

Prima che, per far spazio alla moderna Circonvallazione a mare, il seno di Giano venisse, a partire dal 1880, interrato e lo sepolto per sempre dal cemento.

Certe sere, di particolare calma, lo si può ancora ascoltare, accompagnato dal mare, mentre intesse il suo lamentoso canto.

Quando in Via XX Settembre la Wehrmacht…

Quando il 26 aprile 1945 le truppe della Wehrmacht sfilarono disarmate, scortate fra due ali di … quando la forza e il coraggio di un popolo avevano piegato le aquile del Terzo Reich.

Un’immagine storica di quelle che per la nostra città ha segnato un’epoca. Certamente il momento più alto della storia del secolo scorso.

Osservando questa foto i brividi corrono lungo la schiena. Il bianco e il nero dell’immagine non devono sbiadire ma rimanere bene impressi nella mente come, nei ricordi dei nostri nonni, le gesta di quegli eroi.

In fondo a Via XX Settembre, lato Brignole, lo stato maggiore tedesco  marcia in ritirata. Al centro, a capo delle truppe, si riconosce il comandante della piazza di , il Generale Gunther Meinhold firmatario della resa avvenuta a Villa Migone la sera prima.

“L’esercito nemico passa sotto il Ponte Monumentale in direzione Brignole”.

Genova era libera e i genovesi dovevano andarne ben fieri, perché dopo una dura lotta costata 300 morti e più di 3000 feriti “per la prima volta nella storia di questa guerra – come proclamò alla radio Paolo Emilio Taviani la mattina del 26 aprile – un corpo d’esercito agguerrito e ancora ben armato si è arreso dinanzi a un popolo”.

Quando Via Cesare Battisti e Piazza Merani…

quando la via intitolata al celebre patriota trentino era ancora poco più che una creuza in una distesa di prati e sterrati… quando non c’era ancora la scuola Diaz, teatro delle arcinote nefandezze legate al G8… quando in fondo alla piazza il civico sede oggi di un supermercato nel dopoguerra avrebbe accolto un deposito per pullman (Delle Alpi)… quando nemmeno esisteva il capolinea della linea 36 del bus… ma solo gli anelli a cui legare i quadrupedi.

… Quando c’erano la Stella e la Strega…

Quando arrivando dal porto, all’altezza della Rotonda di Via Corsica, incontravi la batteria e i bagni della Cava… quando, proseguendo, c’era la disarmata nel 1883 e riadattata a faro e, subito dietro, la batteria e i bagni della Strega… quando al posto della sopraelevata c’era l’Istituto Elioterapico destinato ai bambini affetti da rachitismo.

“I bagni della Strega con la struttura dell’Istituto elioterapico.” Cartolina del 10 settembre 1957 tratta da Collezioni.
La Circonvallazione vista dal mare. Al centro, sotto la Rotonda di Carignano la Cava, mentre a destra il “poggio della Giovane ” si nasconde timido fra la vegetazione. In fondo in basso la Batteria Stella sostituita dal Faro che fungeva da spartiacque con i bagni della Strega fuori dall’inquadratura”.

Lo stabilimento balneare venne fondato nel marzo del 1857 su iniziativa di Gio Batta Vallebona  che riuscì ad ottenere, dalle Dogane e dai vertici delle autorità militari, i relativi permessi.

Dismesso nei primi anni ’60 del secolo scorso in concomitanza con la costruzione della Sopraelevata iniziata nel 1964, per circa cent’anni, è stato un punto di riferimento della balneazione cittadina e dei ricordi dei nostri nonni.

… Quando c’era la Cava…

Quando la zona si chiamava così per essere stata scavata a più riprese con lo scopo di fornire materiale per la costruzione del Molo Vecchio e delle mura versante mare… quando, ricavatone un enorme spiazzo, veniva utilizzata per eseguire le sentenze capitali emesse nella chiesa di San Giacomo, detta degli Impiccati… quando, nel ‘800, venne adibita a cimitero di smaltimento per le cicliche vittime di colera e dotata di una agguerrita batteria di cannoni come deterrente per i nemici…

“La nel 1880”. Cartolina della Collezione di Stefano Finauri.

quando nel 1849 da queste stesse postazioni i ribelli contro l’oppressore sabaudo spararono contro i piemontesi asserragliati presso le batterie di San Teodoro e della Lanterna… quando, poco dopo, divenne cimitero per Ebrei e Protestanti e, con la costruzione della moderna Circonvallazione a mare e del Poggio della Giovine , popolare stabilimento balneare… quando i suoi scogli fungevano da appoggio ai piloni dell’avveniristica Telfer costruita per l’Esposizione Internazionale del 1914… quando la sopraelevata non aveva ancora, per facilitare i nostri spostamenti, cancellato quel tratto di costa che proseguiva fino alla Foce con i bagni e le batterie della Stella e della Strega

“I bagni della Cava nel 1914 con i piloni e le rotaie della Telfer”. Cartolina della collezione di Stefano Finauri.

“La Vittoria…”

Al largo di Levanto e Portovenere i genovesi, davanti all’isola di Tino fra l’incredulità del nemico, si prendono rivincita sconfiggendo nell’estate del  1242 i due De Mari e i Pisani.

, notaro, diplomatico ed annalista del Comune, così descrisse nell’ “Historia de victoria quam Ianuenses habuerunt contra gentes ab imperatore missas”, in maniera propagandistica ma certo accorata e partecipe, la fuga del nemico:

“Apre la fila, con le prospere insegne della croce e il comandante a bordo, la nave ammiraglia che solca leggera le acque; segue poi il resto della flotta mantenendo l’ordine e la velocità prestabiliti… così avanza a forza di remi la flotta, desiderosa di precipitarsi sul nemico. Con quale gioia e baldanza, vigore e contegno, con quale convinzione va in guerra l’inclita gente! Come fu desiderosa e pronta a prendere le armi! Com’è bene armata la schiera delle navi! Come risplende di scudi, da quanti eroi è protetta!

Sembra l’esercito di un regno, non di una sola città, tanto è il numero dei manipoli e delle coorti…

“L’isola di Tino davanti alla Palmaria”.

Mentre si avvicinano, pensano già di piombare sui nemici, spezzarne con il ferro le vane minacce, di soffocare con la destra la loro vuota loquela: per loro è vergognoso combattere a parole e vincere con la lingua, senz’armi! Mentre sulle prue vengono alzate le insegne, che annunciano l’imminente conflitto e un concreto presagio di guerra, il nemico freme di paura, e all’istante abbandona il litorale lasciando deserta la spiaggia; ma non impunito… Di fronte a schiera così imponente, a insegne sfolgoranti sul mare, a navi così perfettamente armate per la guerra, il nemico non osa volgere le prue in direzione dello scontro, teme di affidare la vita ad un incerto destino; immemore dell’antico fasto e delle precedenti vanterie, e senza più rispettare i suoi vani proclami, inverte la rotta e fugge tremante, solca il mare con i remi affidandosi alla fuga invece che al proprio valore… Dove fuggi, Pisano? Dove scappi Aquila imperiale, dove ti affretti? Non vieni a combattere? Ammaina le vele, lascia i remi e incrocia le spade in battaglia! Fermati, cessa la fuga, ricordati delle tue minacce! Perché fuggi con gli scudi ancora vergini e le armi intatte? Non arrossisci a scappare dopo aver tanto abbaiato? Inverti la rotta miserabile, comportati da uomo! Vergognati, dopo tanti proclami, a esser vinto senza lotta. Allora a gran forza insegue i fuggiaschi, li incalza da tergo e aggiunge le vele ai remi, si affligge e rammarica di una vittoria senza combattimento, si affanna e smania e sempre più si adira di un successo ottenuto senza spargere sangue, di un cammino aperto senza usare la spada, di non avere usato le armi, incrociato le armi, scaraventato sui nemici le aste, lasciando sui loro scudi i segni della sua spada”.

L’anno successivo sale al soglio pontificio Sinibaldo Fieschi, al secolo Papa Innocenzo IV che, come il suo predecessore incarica nuovamente i genovesi dell’organizzazione del Concilio. La flotta genovese nel 1244, al comando del Podestà Filippo Vicedomino, dopo infinite schermaglie, sfugge al controllo imperiale e a Civitavecchia imbarca il Pontefice, travestito da cavaliere e tutti i Cardinali superstiti alle rappresaglie imperiali. Giunti a Genova l’illustre corteo prosegue verso Lione da dove il Papa scomunicherà e tutti i suoi alleati. La rivincita è completata e il Concilio, finalmente realizzato, segnerà l’inizio della fine del sovrano alemanno, sconfitto poi definitivamente  nel ‘48 nei pressi di Parma, grazie anche al decisivo contributo di 600 agguerritissimi Balestrieri genovesi.

Da allora, dopo questa leggendaria impresa, i Genovesi rispolverarono con rinnovato orgoglio le insegne, in realtà in vigore già dal 1193, con l’inequivocabile motto: “Griphus ut has angit, sic hostes Ianua frangit”.

Sul relativo stendardo il Grifone artigliava con una zampa l’aquila simbolo imperiale alemanno e, con l’altra, la volpe simbolo dell’odiata nemica, Pisa.