… Quando c’erano la Stella e la Strega…

Quando arrivando dal porto, all’altezza della Rotonda di Via Corsica, incontravi la batteria e i bagni della Cava… quando, proseguendo, c’era la disarmata nel 1883 e riadattata a faro e, subito dietro, la batteria e i bagni della Strega… quando al posto della sopraelevata c’era l’Istituto Elioterapico destinato ai bambini affetti da rachitismo.

“I bagni della Strega con la struttura dell’Istituto elioterapico.” Cartolina del 10 settembre 1957 tratta da Collezioni.
La Circonvallazione vista dal mare. Al centro, sotto la Rotonda di Carignano la Cava, mentre a destra il “poggio della Giovane ” si nasconde timido fra la vegetazione. In fondo in basso la Batteria Stella sostituita dal Faro che fungeva da spartiacque con i bagni della Strega fuori dall’inquadratura”.

Lo stabilimento balneare venne fondato nel marzo del 1857 su iniziativa di Gio Batta Vallebona  che riuscì ad ottenere, dalle Dogane e dai vertici delle autorità militari, i relativi permessi.

Dismesso nei primi anni ’60 del secolo scorso in concomitanza con la costruzione della Sopraelevata iniziata nel 1964, per circa cent’anni, è stato un punto di riferimento della balneazione cittadina e dei ricordi dei nostri nonni.

… Quando c’era la Cava…

Quando la zona si chiamava così per essere stata scavata a più riprese con lo scopo di fornire materiale per la costruzione del Molo Vecchio e delle mura versante mare… quando, ricavatone un enorme spiazzo, veniva utilizzata per eseguire le sentenze capitali emesse nella chiesa di San Giacomo, detta degli Impiccati… quando, nel ‘800, venne adibita a cimitero di smaltimento per le cicliche vittime di colera e dotata di una agguerrita batteria di cannoni come deterrente per i nemici…

“La nel 1880”. Cartolina della Collezione di Stefano Finauri.

quando nel 1849 da queste stesse postazioni i ribelli contro l’oppressore sabaudo spararono contro i piemontesi asserragliati presso le batterie di San Teodoro e della Lanterna… quando, poco dopo, divenne cimitero per Ebrei e Protestanti e, con la costruzione della moderna Circonvallazione a mare e del Poggio della Giovine , popolare stabilimento balneare… quando i suoi scogli fungevano da appoggio ai piloni dell’avveniristica Telfer costruita per l’Esposizione Internazionale del 1914… quando la sopraelevata non aveva ancora, per facilitare i nostri spostamenti, cancellato quel tratto di costa che proseguiva fino alla Foce con i bagni e le batterie della Stella e della Strega

“I bagni della Cava nel 1914 con i piloni e le rotaie della Telfer”. Cartolina della collezione di Stefano Finauri.

“La Vittoria…”

Al largo di Levanto e Portovenere i genovesi, davanti all’isola di Tino fra l’incredulità del nemico, si prendono rivincita sconfiggendo nell’estate del  1242 i due De Mari e i Pisani.

, notaro, diplomatico ed annalista del Comune, così descrisse nell’ “Historia de victoria quam Ianuenses habuerunt contra gentes ab imperatore missas”, in maniera propagandistica ma certo accorata e partecipe, la fuga del nemico:

“Apre la fila, con le prospere insegne della croce e il comandante a bordo, la nave ammiraglia che solca leggera le acque; segue poi il resto della flotta mantenendo l’ordine e la velocità prestabiliti… così avanza a forza di remi la flotta, desiderosa di precipitarsi sul nemico. Con quale gioia e baldanza, vigore e contegno, con quale convinzione va in guerra l’inclita gente! Come fu desiderosa e pronta a prendere le armi! Com’è bene armata la schiera delle navi! Come risplende di scudi, da quanti eroi è protetta!

Sembra l’esercito di un regno, non di una sola città, tanto è il numero dei manipoli e delle coorti…

“L’isola di Tino davanti alla Palmaria”.

Mentre si avvicinano, pensano già di piombare sui nemici, spezzarne con il ferro le vane minacce, di soffocare con la destra la loro vuota loquela: per loro è vergognoso combattere a parole e vincere con la lingua, senz’armi! Mentre sulle prue vengono alzate le insegne, che annunciano l’imminente conflitto e un concreto presagio di guerra, il nemico freme di paura, e all’istante abbandona il litorale lasciando deserta la spiaggia; ma non impunito… Di fronte a schiera così imponente, a insegne sfolgoranti sul mare, a navi così perfettamente armate per la guerra, il nemico non osa volgere le prue in direzione dello scontro, teme di affidare la vita ad un incerto destino; immemore dell’antico fasto e delle precedenti vanterie, e senza più rispettare i suoi vani proclami, inverte la rotta e fugge tremante, solca il mare con i remi affidandosi alla fuga invece che al proprio valore… Dove fuggi, Pisano? Dove scappi Aquila imperiale, dove ti affretti? Non vieni a combattere? Ammaina le vele, lascia i remi e incrocia le spade in battaglia! Fermati, cessa la fuga, ricordati delle tue minacce! Perché fuggi con gli scudi ancora vergini e le armi intatte? Non arrossisci a scappare dopo aver tanto abbaiato? Inverti la rotta miserabile, comportati da uomo! Vergognati, dopo tanti proclami, a esser vinto senza lotta. Allora a gran forza insegue i fuggiaschi, li incalza da tergo e aggiunge le vele ai remi, si affligge e rammarica di una vittoria senza combattimento, si affanna e smania e sempre più si adira di un successo ottenuto senza spargere sangue, di un cammino aperto senza usare la spada, di non avere usato le armi, incrociato le armi, scaraventato sui nemici le aste, lasciando sui loro scudi i segni della sua spada”.

L’anno successivo sale al soglio pontificio Sinibaldo Fieschi, al secolo Papa Innocenzo IV che, come il suo predecessore incarica nuovamente i genovesi dell’organizzazione del Concilio. La flotta genovese nel 1244, al comando del Podestà Filippo Vicedomino, dopo infinite schermaglie, sfugge al controllo imperiale e a Civitavecchia imbarca il Pontefice, travestito da cavaliere e tutti i Cardinali superstiti alle rappresaglie imperiali. Giunti a Genova l’illustre corteo prosegue verso Lione da dove il Papa scomunicherà e tutti i suoi alleati. La rivincita è completata e il Concilio, finalmente realizzato, segnerà l’inizio della fine del sovrano alemanno, sconfitto poi definitivamente  nel ‘48 nei pressi di Parma, grazie anche al decisivo contributo di 600 agguerritissimi Balestrieri genovesi.

Da allora, dopo questa leggendaria impresa, i Genovesi rispolverarono con rinnovato orgoglio le insegne, in realtà in vigore già dal 1193, con l’inequivocabile motto: “Griphus ut has angit, sic hostes Ianua frangit”.

Sul relativo stendardo il Grifone artigliava con una zampa l’aquila simbolo imperiale alemanno e, con l’altra, la volpe simbolo dell’odiata nemica, Pisa.

… Quando in Via dei Conservatori del mare…

c’erano le … quel geniale tipo di serramento rivestito di lamiera lucida al suo interno e scura all’esterno, utilizzato dai genovesi per strappare un po’ di sole e calore fra gli angusti tetti dei caruggi. Serviva infatti per catturare e convogliare la luce dall’alto del vicolo verso l’interno della stanza. Alla sera i pannelli venivano ritirati verso la finestra fungendo da protezione. Essenziali ed efficaci prendono e restituiscono ciò che ricevono, proprio come i genovesi che le hanno inventate.

… Quando c’era il Mercato dei Fiori…

Quando prima che diventasse Piazza delle Americhe in un tripudio di bandiere sventolanti… lo slargo che interseca la fine di Via Tolemaide con Via Tommaso Invrea era la sede del Mercato dei fiori.  Concepito in Piazza Verdi nello stesso stile e nello stesso periodo, quello fascista, del mercato del pesce, venne costruito nel 1934 e demolito negli anni ’80.

… Quando a Priaruggia…

… non c’erano ancora le ricche villette della borghesia… quando il tram scandiva i tempi degli spostamenti, da e verso … quando la spiaggia era dominio indiscusso dei pescatori e ricovero dei gozzi… non come oggi un compromesso fra bagnanti e marinai…

Quando non era chiaro se il toponimo derivasse dal nome del torrente che le scorre attorno o se, al contrario, il rio dovesse il nome alla nobile famiglia dei Pietra Roggia che anticamente aveva possedimenti in zona e vi abitava… o ancora se traesse origine da uno scoglio in pietra rossa, oggi scheggiato dalle libecciate, sito davanti alla baia. Certo è che “” significa pietra da dove scaturisce l’acqua…  e questa di certo non scarseggia…

… Quando Genova anticipava Tokyo…

Quando sopra l’odierna Corso Aurelio Saffi sferragliava, all’altezza di quattro metri da terra, l’avveniristico treno monorotaia chiamato Telfer (dal nome dell’azienda che l’aveva ideato).

Venne inaugurato in occasione dell’Esposizione Internazionale di Igiene della Marina e delle Colonie del 1914… quando dall’attuale Piazza della Vittoria si snodava il percorso di circa 2 km. che attraversava la Strega, la e la Cava, fino al Molo Giano. Durata del percorso circa 9 minuti… quando i Giapponesi, a costruire tali prodigi, non ci avevano nemmeno ancora pensato.

… Quando la Passeggiata di Nervi…

non era ancora stata intitolata alla moglie dell’eroe dei due mondi… quando il Promontorio di Portofino e la si sorvegliavano a vicenda… intenti a scrutare l’orizzonte.

La passeggiata a mare infatti, portava allora il nome, in onore dei Savoia, “Principessa di Piemonte” (fino al 20/4/1944) poi, durante la Repubblica di Salò, “X Flottiglia Mas”, in omaggio al valoroso corpo militare della Marina. Poco dopo la Liberazione di la Promenade venne definitivamente dedicata ad Anita Garibaldi (19/6/45), coraggiosa e fedele compagna del Generale.

La cinquecentesca torre che ospita oggi alcune associazioni (Lega Navale e Alpini del quartiere) era nota invece con il nome di “torre del fieno”, per via del combustibile usato per produrre segnali di fumo e comunicare a tutto il litorale gli avvistamenti di pirati e nemici. Mutò nome a metà dell’800 in onore del promotore della scenografica passeggiata, il Marchese Gropallo che l’aveva acquistata.

Coppie che passeggiano mano nella mano, eleganti signori che discutono amabilmente, mare mosso e spumeggiante, il sentiero che s’inerpica sulla scogliera, la torre immobile ma vigile e là, in fondo, il gigante sdraiato a protezione… negli ultimi due secoli, in fondo, non è cambiato granché… manca solo la sagoma, oggi abbandonata, della Marinella.

… Quando davanti al Museo di Storia Naturale…

Giacomo Doria c’erano dei giardini botanici, serre e frutteti… quando in tempo di guerra gli orti vennero adibiti alla coltivazione della patata, alimento indispensabile nell’indigenza del momento… quando Viale Brigata Bisagno non era stata ancora intitolata al celebre partigiano e il rettifilo allora si chiamava Via del Prato.

“Il serioso prospetto del museo. Ai lati della statua di Minerva, dea della scienza, gli stemmi di , a sinistra e sabaudo, a destra”.

Il museo venne istituito nel 1867 (il primo domicilio fu presso Villetta Dinegro, nel 1912 venne trasferito nell’attuale sede) per volontà di Giacomo, l’ultimo membro di tal nome, degno della schiatta dei Doria, che volle donare alla città la sua inestimabile collezione di animali, rocce, fossili, minerali e varietà botaniche unica in  a quel tempo, di oltre quattro milioni di esemplari.