La lapide di Vico Biscotti

L’attuale conformazione di vico Biscotti, completamente distrutto dai bombardamenti del 1942, costituisce uno dei peggiori esempi di ricostruzione post bellica.

Il nome del caruggio rimanda all’omonima nobile famiglia di fede guelfa che, originaria di Lucca nel XV sec., nel 1528 fu ascritta nell’albergo dei Grillo.

Tutta l’area compresa fra S. Agostino e piazza delle Erbe che ospitava le antiche piazza dei Tessitori e vico Mezzagalera (l’ultima sede del ghetto ebraico), negli anni ’90 è stata occupata da una colata di cemento: terrazze di asfalto e posteggi interrati sono sorti sulle macerie dei bombardamenti.

Il vico costeggiava un tempo, sul retro della chiesa di San Donato dove vi era anche un piccolo cimitero, l’Oratorio della Morte e della Misericordia.

I membri di tale Confraternita erano preposti alla sepoltura dei poveri durante le pestilenze.

A ricordo di questo macabro passato rimane solo una sbiadita lapide del del 1885 che racconta -appunto- della nefasta peste del 1656.

In copertina: la lapide di Vico Biscotti.

Gli ammiragli in Piazza Palermo n. 3

Al civico n. 3 di proprio accanto alla sede della Pubblica Assistenza della locale è possibile ammirare un elegante portone in stile neo gotico rinascimentale.

Gli stipiti del signorile ingresso sono intarsiati e il trave è sovrastato da un tripudio di disegni geometrici, riccioli e volute.

Le due nicchie su basamento a colonna culminanti in cuspidi ospitano le statue di altrettanti illustri : Cristoforo Colombo a sinistra e Andrea D’Oria a destra.

Il primo vestito elegantemente è rappresentato assorto nei suoi pensieri mentre regge in mano il globo. Chissà quale rotta starà studiando?

Il secondo invece dall’aspetto austero è bardato nella sua cotta di rappresentanza. Con una mano stringe una pergamena arrotolata. Forse un’importante missiva o un vantaggioso contratto? Con l’altra impugna fiero l’elsa della sua preziosa spada di prestigioso Defensor della cristianità.

Le due sculture richiamano palesemente quelle più famose, ma altrettanto sconosciute ai più, di G.B. Cevasco in Via Gramsci al civ. 99r.

In copertina: il portale del civ. n. 3 di Piazza Palermo. Foto dell’autore.

L’Arciconfraternita della Morte ed Orazione

L’orribile edificio di vetro e cemento in piazza Santa Sabina che ospita una filiale della Carige sorge sulla demolita omonima chiesa fondata nel VI sec., luogo di ristoro per i pellegrini della Terrasanta.

“Filiale Carige sui resti della chiesa”.
“La chiesa venne soppressa e bombardata nel maggio 1944 durante l’ultimo conflitto e successivamente inglobata dalla banca”.
“L’abside della chiesa. Vi si accede da vico della ”. Sullo sfondo il palazzo Belimbau in piazza della Nunziata. Foto di Roberto Crisci.

Dei tesori della chiesa resta solo, nel salone degli sportelli, la Santissima Incarnazione di Quello che è sopravvissuto dei traslochi successivi alla sconsacrazione del 1939 è stato trasferito nella nuova Santa Sabina in via Donghi.

“La Santissima Incarnazione di Bernardo Strozzi dell’abside della ex chiesa, oggi banca”.

A fianco della ex chiesa si trova l’oratorio della Veneranda Arciconfraternita della Morte con la sua eloquente effigie scolpita in facciata: un terrificante rilievo marmoreo adorno di simboli macabri, teschi e ossa incrociate a celebrazione della morte.

Da notare le inquietanti clessidre a simboleggiare l’inesorabile scorrere del tempo e quindi la nostra provvisoria presenza su questa terra.

“L’ottocentesca facciata dell’oratorio in ”.

Qui aveva sede la Casaccia che si occupava di assistere i malati e soprattutto della sepoltura dei poveri durante le epidemie di peste colera.

In copertina: il simbolo della Confraternita. Foto di Bruno Evrinetti.

L’edicola dell’incuria

Edicola dell’incuria così ho “battezzato”questa grande cornice abbandonata che si trova in vico Cioccolatte nel quartiere del Carmine.

Osservandola da vicino si notano ancora labili tracce del dipinto che ospitava: una e altri personaggi non definibili alla base riemergono da un lontano passato nonostante il colpevole abbandono.

In copertina: edicola di vico Cioccolate. Foto di Giovanni Caciagli.

La Divina Pietà

Dopo il palazzo Ducale, la dimora della potenza passata di , bisogna visitare lAlbergo dei poveri molto più ricco del stesso. Tre grandi architetti lo hanno costruito con un lusso incredibile. Vi si può ammirare, adagiato tra le braccia della Madonna, un magnifico Cristo di , marmo stupendo“.

Con queste parole Jules Janin, scrittore romantico francese nel suo “Voyage en Italie” del 1838, descriveva la preziosa scultura custodita presso l’altare maggiore della cappella dell’Albergo dei Poveri.

Per molti secoli infatti esperti e illustri visitatori hanno ritenuto tale mirabile capolavoro frutto della divina arte del rinascimentale genio aretino.

Stendhal – ad esempio – nel suo “Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pendant l’année 1828″ annotava:

«Vedere l’ospedale o Albergo dei poveri: bassorilievo attribuito a Michelangelo»

Anche Giuseppe , ottocentesco esperto genovese, fra le opere degne di menzione cita naturalmente la «Divina Pietà», secondo lui «condotta dallo scalpello di Michel più che mortal angiol Divino»

A mettere in dubbio la paternità dell’opera fu il coevo e conterraneo storico Federico Alizeri che scrisse:

«dicono che in fatto di belle arti gran giudice è l’occhio e questo li avvisa come nella scultura manchi sovratutto quel risoluto, deciso, magistrale ch’è la somma dote di quel divino, senza dir delle pieghe mal composte e dure sul capo di N.D., e le minute ed ignobili forme del viso. Cercano per tanto ne’ seguaci di Michelangelo un nome probabile e non a torto s’arrestano al  e al Francavilla, ambo vissuti a Genova e ambo devoti a quello stile».

Il celebre ottocentesco storico genovese aveva visto giusto infatti il prodigioso ovale marmoreo è oggi attribuito con ragionevole certezza all’allievo fiorentino di Michelangelo, Giovanni Angelo Montorsoli.

In copertina: La Divina Pietà dell’. Foto tratta dal sito albergodeipoveri.com

La Madonna del Diavolo

Conservata presso il Museo di Sant’Agostino si trova la Madonnina che adornava un tempo l’edicola sopra la casa natale di Paganini in Vico Gattamora, demolita nel 1973.

Se dal punto di vista artistico la statua non risulta né avere significativi pregi, né essere particolarmente ben conservata, da quello storico è senza dubbio importante perchè è tutto quel che rimane, a parte qualche sbiadita foto o rappresentazione, della dimora terrena del Diavolo del violino.

In copertina: la Madonna di . Foto di Franco Risso.

L’aquila e il ninfeo in Canneto il Lungo.

Alla confluenza con via Chiabrera si trova, in Canneto il Lungo al civ. n. 17, il palazzo Gio Cicala, poi Donghi.

Si tratta di una secentesca residenza nobiliare ascritta al terzo bussolotto, quello meno prestigioso dei Rolli.

Rappresenta, a mio parere, un classico esempio delle inaspettate bellezze che si possono scoprire dietro ad un, apparentemente anonimo, portone.

Sul modesto portale campeggia l’aquila, lo stemma nobiliare del casato e sul trave è inciso il motto “Mora non Reqvies”.

Sbirciando al suo interno si scorge, in un piccolo atrio con colonne doriche e soffitti a volta, un ingombrante cancello in ferro battuto.

A fianco dello scalone, una seconda imponente cancellata protegge un ninfeo.

La grotta è concepita con conchiglie, pietre, stalattiti e stalagmiti e alla base presenta una grande vasca marmorea.

Sul grande arco sovrastante un sapiente mosaico disegna due animali araldici, uno stemma incoronato ed un mascherone.

In copertina: portone di palazzo Donghi . Foto di Giovanni Caciagli.

Il portale di Tursi

Per noi Tursi è il palazzo del Comune. In realtà la sua prima intitolazione fu Palazzo Nicolò Grimaldi.

L’edificio venne realizzato su progetto dei fratelli, Giovanni e Domenico, Ponzello.

Dai Grimaldi la proprietà passò di mano a Giovanni Andrea Doria e poi al figlio Carlo, duca di Tursi, a cui si deve l’odierna intestazione.

Il cinquecentesco palazzo, il più esteso di tutta via Garibaldi fu sede, a fine ‘700, della corte di Maria Teresa di Parma e per un decennio del collegio dei Gesuiti (1838-48).

Costoro stravolsero gli interni originali cancellando parecchi affreschi e decorazioni “blasfeme”, demolirono o spostarono molte opere d’arte.

Dopo la dominazione sabauda finalmente nel 1848 il palazzo fu donato al Comune di .

Il sontuoso portale di impianto classico presenta colonne doriche, fornice arcuato, con sull’antico trofei e statue a coronamento dello stemma cittadino che riporta anche la testa di Giano sia alla base che al vertice, sotto la .

Al centro un mascherone ghignante con orecchie di satiro che in origine reggeva le insegne dei Grimaldi.

Gli altri vistosi mascheroni che ornano le finestre del piano rialzato sono invece opera di e si ripetono anche nei prospetti laterali affacciati sui giardini.

La Geande Bellezza…

In copertina: lo stemma del portale di Palazzo Tursi.

L’atrio di Palazzo Nicolosio Lomellino

A volte per ammirare delle dimore patrizie non necessariamente bisogna affidarsi a dettagliate visite ai piani nobiliari, ma basta camminare a testa in su e sbirciare nei portoni.

È questo il caso del cinquecentesco Palazzo Nicolosio Lomellino al civ. n. 7 di Via Garibaldi che risalta, per via del particolate colore azzurro carta zucchero e per la magnificenza degli stucchi della facciata, su tutti gli altri edifici della strada.

La mano del suo ispirato progettista , detto , si palesa oltre che nel prospetto principale, anche nel gusto teatrale dell’apparato festoso di stucchi dell’atrio a pianta ovale.

La complessa quanto armonica decorazione si dipana dal medaglione ovale centrale con una scena di trionfo di un condottiero circondata da mascheroni raccordati a quattro putti seduti sulla cornice stessa che reggono un capo dei festoni di frutti, agganciati a loro volta alle incorniciature delle quattro storie a bassorilievo, alternate ad altre figure efebiche alate sedute sul cornicione.

“Il Ninfeo che funge da raccordo fra il cortile e i giardini pensili posti due livelli più in alto.

Da qui si accede al cortile impreziosito dal celebre settecentesco monumentale Ninfeo di Domenico Parodi che si sviluppa su più livelli.

La Grande Bellezza…

In copertina: l’atrio di . Foto di Stefano Eloggi.