S. Michele ieri… S. Stefano oggi…

Nel luogo dove si staglia oggi la chiesa di un tempo esisteva quella antichissima voluta dai Longobardi intitolata a S. Michele arcangelo, il loro santo guerriero. Il noto campanile in origine era una torre arimannica utilizzata come presidio dai soldati di stanza in città.

Sulle fondamenta della chiesa longobarda nel 960 d.C. il vescovo Teodolfo affidò ai monaci benedettini l’erezione del nuovo tempio intitolato a S. Stefano, ancora oggi, nonostante le varie ristrutturazioni occorse nei secoli, uno splendido esempio di stile romanico ligure.

Per la prima volta a si inaugura l’usanza di costruire gli edifici religiosi a lesene bianco nere. Gli esterni della chiesa sono infatti costituiti da fasce di marmo nere provenienti dalla cava di S. Benigno (il famoso marmo di Promontorio) e bianche originarie delle Alpi Apuane.

"L'essenziale interno della chiesa"
“L’essenziale interno della chiesa”

 

Fino ad allora le genovesi erano scolpite nel marmo nero poi, con il graduale ridursi della vena del Promontorio, si stabilì di utilizzare anche quello bianco di Carrara.

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con sotto l’ottocentesco porticato di Via XX settembre”. Foto di Leti Gagge.
“La parte esterna più antica della chiesa”. Foto di Leti Gagge.

Oltre che per la costruzione dei templi (S. Maria in Via Lata, San Lorenzo, S. Matteo, S. Agostino…) venne concesso, in ossequio al loro prestigio, anche alle quattro grandi nobili famiglie genovesi Doria, Fieschi, Spinola e Grimaldi di sfoggiare i marmi bicromi per la realizzazione delle proprie dimore.

Storia di un santuario… di un presepe…

e di ospiti molto altolocati…

Sulle alture del Monte Galletto si staglia il settecentesco Santuario della Madonnetta.
Il solo ufficialmente riconosciuto dalla Repubblica con tanto di autentica dogale.
È un altro di quei luoghi speciali che sa regalare ai suoi amanti, ricco di opere d’arte e curiosità.
Disposto su quattro livelli di continui sali e scendi per ricordare ai fedeli che, come Gesù è sceso in terra per salvare gli uomini, così costoro devono salire a lui per purificarsi.
Ti accoglie con un meraviglioso sagrato in rissoeu, uno dei meglio conservati in città.

"Il Risseu".
“Il Rissoeu”.

Al suo interno la statua in alabastro della Madonnetta, una versione di quella, più celebre, di Trapani, venerata in tutto il Mediterraneo.
È una rappresentazione unica perché il Bambinello non guarda in avanti ma si rivolge alla Madre e le stringe il pugno… come a dire “Proteggili”.
Il vestito che fascia Gesù è lo stesso che avvolge la Madonna a sottolineare che sono una cosa sola.

"La chiesa a pianta ottagonale e lo scranno dogale".
“La chiesa a pianta ottagonale e, sulla destra lo scranno dogale e quelli dei rappresentanti del Senato”.

Infine l’ampio

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“La Madonnetta”.

drappeggio dell’abito, più grande del necessario, sta ad indicare che c’è posto e protezione per tutti.
Incastonate nelle pareti della chiesa ottagonale (l’otto nella simbologia cristiana rappresenta la Resurrezione) sono presenti circa venticinquemila reliquie di santi, provenienti dalle prime catacombe romane.
La volta della cripta è affrescata dal Guidobono e molti dei maggiori artisti del ‘700 genovese hanno lasciato qui la propria impronta.
Impossibile non ricordare il con la Statua della e le statuine del presepe nella scena della Natività.
O il Maragliano con uno dei suoi celebri crocifissi e con la continuazione del famoso presepe che da lui prende il nome.

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“Il Crocifisso del Maragliano”.

In realtà oltre al Maragliano e al Bissone, le circa cento statuine che lo compongono sono frutto di oltre un secolo di tradizione della scuola genovese e dei suoi eredi. Dai maestri Navone e Pedevilla al tirolese De Scopt.
Molte altre sarebbero le cose da raccontare… buona scusa per una visita… un’ultima però va rammentata:

“Si riconoscono la Porta del Molo, detta Siberia, la parte medievale del e la Torre  De Castro”. Foto di Leti Gagge.
“Da Sottoripa”. Foto di Leti Gagge.
“Foto di Leti Gagge”.
“Foto di Leti Gagge”.
“Foto di Leti Gagge”.
“Foto di Leti Gagge”.
“Foto di Leti Gagge”.

La Pietà del Maragliano, osservata in solitudine, commuove per tragicità espressa.
In particolare gli occhi azzurri della Madonna sono così vivi e lucenti che sembrano implorare noi uomini di non bestemmiare mai più suo Figlio.
La val ben una Messa!

“La Pietà”.

Storia di un’Abbazia poco nota… di santi protettori…

Sulle alture della circonvallazione a monte, sconosciuta ai più, si staglia l’antica abbazia di S. Maria della Sanità, chiesa gentilizia della nobile famiglia De Mari.

"La Madonna della Sanità sopra l'altare".
“La Madonna della Sanità sopra l’altare, opera del Narducci del 1615”.

 

Il complesso sorge sul luogo dove precedentemente nel ‘400 esisteva una chiesa intitolata a San Bernardino da Siena (da qui anche il nome del tratto delle mura e della Porta poco distanti) per volere di Stefano De Mari, proprietario dei terreni (così come dell’attigua attuale Villa Gruber, un tempo De Mari). Fu edificata nel 1592 su progetto del Ponzelli ed affidatane la conduzione ai Carmelitani Scalzi di S. Anna.

Con la Rivoluzione franco genovese del 1797 la gestione passò di mano prima ai De Mari, poi al clero secolare, quindi alle monache di clausura.

Nel 1934, con apposito decreto ministeriale, la chiesa fu inserita nell’elenco dei Monumenti di interesse nazionale ma subì gravi danni in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale e cadde nell’oblio.

Dopo alterne vicessitudini e passaggi di mano nel dopoguerra il cardinale Siri si attivò per la sua ricostruzione affidandone i lavori di ripristino all’Ingegner Umberto Pagnini che, grazie all’aiuto del Genio Civile e alle offerte dei fedeli, potè restituire al complesso il perduto splendore.

Nel 1965 l’Arcivescovo riconsegnò al culto dei fedeli l’Abbazia.

Appena superato l’ampio scalone di accesso, nell’atrio si incontra subito una gradita sorpresa, una splendida “Sacra Famiglia” (con San Giovannino) in ardesia di Luca Cambiaso,  insuperato maestro del Manierismo genovese: un’opera che sprigiona in egual misura potenza e delicatezza.

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“Sacra famiglia e San Giovannino, opera in ardesia di Luca Cambiaso”.

 

Degno di nota anche il busto di Ansaldo De Mari, uno dei personaggi più illustri della Casata,

"Busto di Ansaldo De Mari, un tempo conservato nella cappella familiare della demolita chiesa di San Domenico".
“Busto di Ansaldo De Mari, un tempo conservato nella cappella gentilizia della demolita chiesa di San Domenico”.

primo ammiraglio dell’Impero ai tempi di Federico Secondo, nella prima metà del ‘200.

 

Una volta varcata la soglia dalla curiosa pianta ottagonale numerose sono le opere di scuola genovese custodite al suo interno e alcune di esse meritano particolare menzione come, ad esempio, le balaustre dell’ Orsolino, scultore molto attivo e noto in città (fra le tante opere, il barchile di Piazza delle Erbe) o la secentesca rappresentazione del Narducci sopra l’altare della Madonna della Sanità ma quella che, più di tutte, mi ha colpito, custodita nella seconda cappella sul lato sinistro, opera di G. B. Paggi del 1600 è la

“Madonna con i quattro santi protettori di Genova (S. Giorgio, S. Giovanni Battista, S. Siro e S. Lorenzo).

Genova orgogliosa e impettita non si svela facilmente, basta a se stessa, si lascia trovare solo da chi ha voglia di cercare e la Sanità, a mio modesto parere, ne è emblematica dimostrazione.

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“I quattro santi protettori di Genova, opera di G. B. Paggi”.

 

 

 

 

 

S. Bartolomeo dell’Olivella…

Complesso conventuale eretto nel 1305 dai monaci Cistercensi come ci ricorda una lapide, posta all’ingresso del chiostro dedicata al suo fondatore, Bongiunta Valente.

La piazza, protetta dai frastuoni e dal traffico quotidiano è un luogo dell’anima dove anche il tempo entra in punta di piedi perché ha paura di disturbare, di interrompere l’incanto.
Sulla lunetta un affresco con Madonna e bambino e S. Bartolomeo con in una mano un libro e nell’altra un coltello, a simboleggiare la supremazia della cultura sulla violenza.
Al suo interno, in pieno degrado, opere di artisti minori della scuola genovese.
In epoca napoleonica la chiesa venne requisita dalle truppe francesi e adibita a stalla, il chiostro a caserma.

 

"Scorcio d'altri tempi".
“Scorcio d’altri tempi”.

Cessata l’indipendenza della Repubblica il complesso è stato sconsacrato, in parte inglobato dalle abitazioni circostanti, in parte utilizzato come teatro e luogo ricreativo.

"Particolare dell'arco di accesso alla piazza".
“Particolare dell’arco di accesso alla piazza”.

Storia di una Chiesa particolare…

 profondamente genovese…
In Piazza Banchi attigua all’antica Porta di S. Pietro fin dal 862 esisteva, appena fuori le mura, l’omonima chiesa.
Nel 1398, a causa di un vasto incendio, rimase al suo posto un cumulo di tristi macerie fino a quando, alla fine del secolo successivo, venne demolita per permettere la costruzione del palazzo nobiliare di Giannotto Lomellini, Doge della città.
In seguito ad un voto compiuto nel 1583 dal nobile durante la peste, la lussuosa dimora venne abbattuta.
Soltanto le costruzioni a livello della strada rimasero intatte.
Si decise così di ricostruire la chiesa e, caso unico al mondo, si stabilì di tassare i commercianti che, in questo modo, poterono ottenere la concessione delle botteghe sottostanti.
Rispetto a quella originaria l’architetto Bernardo Cantone spostò la facciata rivolgendola non più a mare, bensì sulla Piazza e aggiunse sia la coreografica balaustra marmorea che lo scalone di accesso.
Terminata nel 1590 la chiesa di S. Pietro prese il nome della Porta, in ricordo della vicinanza all’arco dell’antica porta.
Testimone secolare di liti, omicidi (celebre teatro dell’assassinio del musico Stradella), rivolte, contrattazioni, scambi, commerci S. Pietro in Banchi ,come identificata dalla maggioranza, è la chiesa che meglio rispecchia l’approccio tutto genovese, come direbbe De André, “al sacro e al profano”.
L’edificio dovette subire anche l’onta dei bombardamenti di Re Sole nel 1684 e, soprattutto, quelli alleati del 1942.
Ristrutturata per l’ennesima volta si mostra come ancora oggi la vediamo, nonostante i disarmonici squilibri, in tutta la sua scenografica presenza.

“Chiesa di Piazza Banchi”. Foto di Leti Gagge.

Storia di un santuario antichissimo…

 e di un Frate speciale….
In Piazza delle Grazie, davanti all’omonimo santuario, svetta opera del Galletti, la statua in onore del Padre Santo.
Il frate cappuccino Francesco da Camporosso che si distinse in città per le sue opere misericordiose e caritatevoli.
Si spense nel 1866 mentre pregava per la sua Genova flagellata dal colera.
Il gruppo marmoreo inaugurato nel 1963 celebra, fra i tanti, tre miracoli attribuiti al Santo.

Sono rappresentati un lavoratore portuale, un naufrago ed una madre con la figlioletta agonizzante.
L’attigua chiesa, dall’anonimo moderno aspetto, in realtà secondo la tradizione sorge sul luogo dove nel V sec. d.C. approdarono i SS. Nazario e Celso, i primi predicatori del Cristianesimo in Liguria.
A questi venne intitolata la primitiva cappella che conserva ancor oggi, sita a livello del mare, la più antica cripta esistente.

Nel XI secolo, vista la sua posizione a picco sul mare, venne eletta dai marinai come meta delle loro suppliche e mutò il nome in Nostra Signora delle Grazie.

"Le Mura delle Grazie".
“Le Mura delle Grazie”.

Da qui anche il nome del sottostante tratto di Mura del XIII sec.

Storia…di tre Cattedrali estive ed invernali….

La più antica cattedrale cittadina era l’odierna chiesa di S. Siro fondata, fuori le Mura, nel lV sec d.C. con il nome di Dodici Apostoli.

2Facciata neo classica di San Siro".
“Facciata neo classica di San Siro su disegno del Barabino”.
In seguito al miracolo di Siro, il Vescovo della cacciata del basilisco, la basilica ne assunse il nome.
Causa le continue scorrerie piratesche il luogo di culto fuori porta non venne più ritenuto sicuro e si deliberò di adottare due sedi in contemporanea.
 
"Facciata neo classica di Santa Maria di Castello".
“Facciata neo classica di Santa Maria di Castello”.

 

"Affresco raffigurante il miracolo del Vescovo Siro opera di Taddeo Carlone".
“Affresco raffigurante il miracolo del Vescovo Siro opera di Taddeo Carlone”.

Si decise così di spostare in estate (periodo favorevole alla navigazione e ai probabili saccheggi) la sede vescovile in San Lorenzo, all’interno della cinta muraria e di mantenere S. Siro come dimora invernale.
L’alternanza durò fino al 1006 anno in cui S. Siro cessò la sua funzione di cattedrale rinunciando al suo titolo in favore di San Lorenzo.

"Colonnato di San Lorenzo".
“Colonnato di San Lorenzo”.

Dal 1007 nel gioco delle alternanze, nel ruolo di sede estiva a S. Siro subentrò S. Maria di Castello che manterrà tale privilegio per tutto il secolo.


Di fatto però, già nel 1098, a suggellare l’ormai acclarata supremazia di S. Lorenzo, come definitivo centro di potere ecclesiastico Guglielmo
 Embriaco, di ritorno dalle Crociate, vi consegnerà il bottino di guerra e le ceneri del Battista.
Sarà Papa Gelasio II nel 1118 a consacrare ufficialmente S. Lorenzo come cattedrale di Genova.
"Loggia dell'Annunciazione di Santa Maria di Castello".
“Loggia dell’Annunciazione di Santa Maria di Castello”.

In Copertina: La Cattedrale di San Lorenzo. Foto di Leti Gagge.

L’Abbazia di San Fruttuoso…

Come una perla nascosta in fondo a uno scrigno, riparata da un’incantevole baia, in uno dei luoghi più affascinanti della mia Terra, si erge la millenaria Abbazia di Capodimonte, gioiello del comprensorio di Portofino, meglio nota con il titolo di S. Fruttuoso.
Dal nome del santo catalano del terzo secolo le cui ceneri, portate da San Prospero nel 711 in fuga da Tarragona, vennero traslate dai genovesi per sottrarle alle razzie degli Arabi in Spagna.

In seguito divenne un potente Cenobio con proprietà e possedimenti sparsi un po’ ovunque, anche fuori regione.

"La millenaria Abbazia".
“La millenaria Abbazia”.

L’Abate era talmente importante che aveva il privilegio di indossare la Mitra come il Vescovo.
Per questo, per oltre tre secoli, il titolo fu appannaggio di membri della famiglia Doria che qui seppellirono i propri cari.

Dopo anni di declino e di utilizzo come Commenda a metà del ‘500 il Principe Andrea 
Doria ne rinnovò il prestigio e fece erigere la celebre torre a difesa del complesso.
Nell’ 700 gli ultimi monaci abbandonarono l’Abbazia che cadde in rovina e venne occupata dai pescatori che la utilizzarono come abitazione.
La spiaggia che ancor oggi è meta di escursionisti in realtà prima del 1915 non esisteva.
Infatti a causa di un alluvione i detriti della montagna franata vennero lì sistemati.
Per secoli le imbarcazioni attraccavano direttamente sotto le arcate all’interno.
Negli anni ’80/90 del Novecento il Fai ha ristrutturato il tutto riportandolo all’antico splendore.

Storia di una contesa…

d’onore e di una Chiesa… ormai dimenticata…
Non è la Cattedrale, né S. Agostino, né San Matteo e nemmeno Santo Stefano, bensì Santa Maria in Via Lata, la chiesa gentilizia dei Fieschi.
Costruita nel 1340 a bande bianco nere, marmo di Carrara e ardesia, come nella miglior tradizione del gotico genovese ospitò, come l’attiguo Palazzo, illustri personaggi quali Re Luigi dodicesimo e Papa Paolo terzo.
Il Palazzo dei Fieschi, ritenuto il più sfarzoso della città, venne abbattuto per decreto del Senato, in seguito alla fallita congiura contro i Doria del 1547.
Demolito il palazzo, esiliati i membri della casata, la chiesa, ripulita da stemmi, lapidi ed epigrafi che ne ricordassero le gesta, venne preservata.
A causa di un diverbio dovuto al ritardo dell’inizio di una funzione religiosa a loro imputato, i Sauli vennero invitati dai Fieschi a non presentarsi più nella loro chiesa.
Bandinello Sauli, offeso da tale allontanamento, promise che avrebbe costruito, per tutta risposta, la più grande Basilica che Genova avesse mai visto, la vicina Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano.
Nel 1858 cessò la carica dell’ultimo abate dei Conti di Lavagna, il campanile venne abbattuto e, da allora, l’edificio ha subito innumerevoli danni, passaggi di mano e peripezie.

Oggi, sconsacrato, ospita un laboratorio di restauro a pochi passi da Salita San Leonardo che, nel ‘600 fu la sede della Bottega dei Piola, dinastia di artigiani e pittori, insuperati maestri del Barocchetto genovese.

Storia di un Santuario…

… di un presidio secolare di Libertà… di una battaglia impari… di uomini coraggiosi e… di un intervento ultraterreno…
Genova, come a suo tempo indicato da Andrea Doria, era ancora sotto l’influenza della Spagna quando, siamo nel 1622, i Piemontesi strinsero alleanza con i Francesi per, finalmente, portare a termine il loro progetto di conquista genovese.
Il 10 maggio del 1625 alla guida di 8000 soldati il Duca Carlo Emanuele I di Savoia si presentò, dopo aver occupato la Riviera di ponente e le località al confine fra i due Stati (attuale basso Piemonte), alle porte di Genova.
La Repubblica era allo stremo e non poté far altro che inviare sul passo del Pertuso, presso Mignanego, dove erano giunti gli occupanti, uno sparuto drappello di soldati comandati dal Commissario d’armi Stefano Spinola.
A questi si unirono numerosi volontari della Valpolcevera guidati dal parroco di Montanesi Giovanni Maria Lucchesi e alcuni banditi, a cui era stata promessa la grazia, comandati dal brigante Giambattista Marigliano.
Al parroco apparve in sogno la Madonna che lo avrebbe rassicurato in merito all’esito della battaglia.
Ottomila invasori vennero così respinti da poche centinaia di patrioti.

“La lapide che racconta le gesta di quel 10 maggio 1625”.


Sul luogo dell’epico scontro i Genovesi vollero erigere immediatamente un Santuario a ringraziamento che ricordasse l’impresa e onorasse la Madonna protettrice nel frattempo, nel 1637, eletta Regina.
Nel 1654 il complesso venne ampliato e la Repubblica donò al Santuario la Pala, commissionata a Tommaso Orsolino, raffigurante la Madonna in mezzo ai Santi protettori della Superba, con nella mano sinistra la palma della Vittoria, in quella destra il Bambinello con il Vessillo di Genova.

“La lapide sopra l’ingresso del Santuario che racconta delle due ricostruzioni del tempio”.


In realtà i Genovesi trionfarono ovviamente non per intervento divino ma perché, alla notizia che le navi spagnole erano arrivate in porto anticipando quelle francesi e che 20000 iberici guidati dal Duca Feria stavano marciando verso il Passo, erano sorti dissidi fra il Duca piemontese e il Generale transalpino alleato il Lesdiguieres.
In seguito a questo scampato pericolo i nostri avi deliberarono la costruzione delle Mura Nuove del 1639 che avrebbero garantito maggiore e adeguata protezione alla città.
Un secolo più tardi, quando tutta la valle venne occupata dagli austriaci il Santuario subì gravi danni e i valligiani stessi, per non lasciarlo in mano nemica, contribuirono alla sua demolizione.
Si salvarono solo la sacrestia, l’altare con la Pala, il campanile e gli arredi sacri portati al sicuro a Serra Riccò dal parroco.
Una volta ricostruito, a partire dal 1751, divenne il simbolo della Libertà dall’occupazione straniera e meta di pellegrinaggi di reduci della Prima Guerra Mondiale.
Il Generale Armando Diaz in persona, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano nel 1919 donò, esposto tuttora sul sagrato, un obice austriaco e sul muro del campanile fece incastonare il suo bollettino della Vittoria del novembre 1918.

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“Cartolina raffigurante l’obice austriaco”

“L’obice austriaco con sopra il bollettino della Vittoria di A. Diaz”

“La lapide che racconta la cattura del cannone tedesco catturato dall Brigata Partigiana Santo Poggi di Serra Riccò”.

Piemontesi, francesi, spagnoli, austriaci e poi ancora austriaci, in un intreccio lungo quasi trecento anni non poteva mancare anche il ricordo dell’apporto all’ultima guerra di Liberazione, quello della Brigata partigiana di Serra Riccò che, al pezzo di artiglieria austriaca, ha affiancato un cannone anticarro strappato ai tedeschi.

“Il Cannone tedesco esposto accanto al sagrato della chiesa”.


… “Fino alla Vittoria… sempre”.