L’Arciconfraternita della Morte ed Orazione

L’orribile edificio di vetro e cemento in piazza Santa Sabina che ospita una filiale della Carige sorge sulla demolita omonima chiesa fondata nel VI sec., luogo di ristoro per i pellegrini della Terrasanta.

“Filiale Carige sui resti della chiesa”.
“La chiesa venne soppressa e bombardata nel maggio 1944 durante l’ultimo conflitto e successivamente inglobata dalla banca”.
“L’abside della chiesa. Vi si accede da vico della Croce Bianca”. Sullo sfondo il Belimbau in piazza della Nunziata. Foto di Roberto Crisci.

Dei tesori della chiesa resta solo, nel salone degli sportelli, la Santissima Incarnazione di Quello che è sopravvissuto dei traslochi successivi alla sconsacrazione del 1939 è stato trasferito nella nuova Santa Sabina in via Donghi.

“La Santissima Incarnazione di Bernardo Strozzi dell’abside della ex chiesa, oggi banca”.

A fianco della ex chiesa si trova l’oratorio della Veneranda Arciconfraternita della Morte con la sua eloquente effigie scolpita in facciata: un terrificante rilievo marmoreo di simboli macabri, teschi e ossa incrociate a celebrazione della morte.

Da notare le inquietanti clessidre a simboleggiare l’inesorabile scorrere del tempo e quindi la nostra provvisoria presenza su questa terra.

“L’ottocentesca facciata dell’oratorio in via delle Fontane”.

Qui aveva sede la Casaccia che si occupava di assistere i malati e soprattutto della sepoltura dei poveri durante le epidemie di peste colera.

In copertina: il simbolo della Confraternita. Foto di Bruno Evrinetti.

Il Presepe di Nostra Signora del Monte


Recentemente è stato inaugurato in piazza De Ferrari il storico del santuario di Nostra Signora del Monte, ospitato nella sala Trasparenza al piano terra del palazzo della Regione.

Il è composto complessivamente da una settantina di statuine ascrivibili allo scultore genovese Pasquale Navone (1746 –1791), erede della grande scuola maraglianesca e produttore di un grandissimo numero di figure del tradizionale genovese.

Oltre all’importanza storica e artistica tale rappresentazione si distingue per il fatto di essere fedelmente inserita nel lussuoso paesaggio architettonico della di inizio ‘600 descritta da Rubens.

“La scenografia – spiega Giulio Sommariva, conservatore del museo dell’Accademia Ligustica – è un omaggio alla città di Genova, che viene rappresentata nel suo momento di massimo fulgore artistico, ovvero durante l’epoca di Rubens. I palazzi sono proprio quelli disegnati da lui, raccolti e incisi nel suo celebre libro stampato ad Anversa nel 1620”.

Particolari anche i costumi: “Alcuni sono più antichi, altri più tardivi, ma riprendono comunque la tradizione genovese settecentesca”. La sceneggiatura è frutto del lavoro degli allievi dell’Accademia di belle arti che hanno ripreso le incisioni di per creare uno speciale ‘teatrino’ tridimensionale.

Natale 2020

La Natività del Grechetto

Giovanni Benedetto Castiglione noto, per via della sua peculiarità di vestirsi all’orientale e fingersi greco, come il realizza nel 1645 il suo capolavoro: la Natività per la chiesa patrizia genovese di San Luca, proprietà degli Spinola.

In questa pala il cui vero titolo è “Adorazione dei pastori” l’artista dimostra di aver assorbito sia i caratteri di rinnovamento legati alla presenza in città di inizio Seicento dei maestri del Barocco Rubens e Van Dyck in particolare, sia gli insegnamenti frutto del precedente soggiorno romano in cui frequenta Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona e studia le prime opere di Poussin.

Per la descrizione tecnica non posso far altro che proporre quanto scritto dal sito specializzato www. fosca.unige.it (fonti per la storia della critica dell’arte) che spiega in maniera impeccabile le caratteristiche dell’opera:

“L’impostazione spaziale si rivela infatti con caratteri di novità: i personaggi si addensano sul lato destro della scena su piani lievemente diversi. La Vergine risulta con il Bimbo fulcro di un insieme di linee idealmente provenienti da un arco di cerchio sul quale si dispongono tutti i personaggi, ma leggermente distanziata da questi, quasi in un isolamento evidenziato dalla luce promanata dal giacilio del Bambino. L’articolazione dello spazio è ripresa anche dal gruppo di angeli che si addensano sopra la scena, intrecciando gesti e movimenti come in un gruppo plastico. L’accentuata fisicità di questi ultimi, la naturalistica evidenza del loro sporgersi verso la scena ripropone la ricchezza dell’esperienza romana e forse napoletana. Per la presenza del gruppo d’angeli si può forse pensare anche ad un riferimento alla pala della Circoncisione del Gesù di Genova.

In corrispondenza con la figura della Vergine, la colonna separa il luogo del sacro avvenimento da un fondale rappresentato a squarci. Poussiana è la figura di Giuseppe, del pastore con le mani giunte nella posizione dell’oratio, la luca che illumina il volto del Bimbo, nell’accostamento delle tonalità di veste, manto e velo della Vegine, così pure i gli incarnati dalle tonalità rosso-brune, questi ultimi trovano anche riferimenti nelle scelte rubensiane”.

La Grande Bellezza…

Santa Maria in Passione

Percorrendo la salita che costeggia sulla sinistra la Basilica di Santa Maria di Castello si giunge alla piazzetta di Santa Maria in Passione in cui si staglia l’omonima chiesa.

A 75 anni dalla fine del conflitto mondiale trovare dei ruderi e delle ferite così devastanti fa tuttora impressione.

L’edificio quattrocentesco costruito su pertinenze medievali degli Embriaci ospitava una comunità di monache agostiniane ed era parte di un più ampio spazio conventuale.

Nel ‘600 fu oggetto di una significativa ristrutturazione in chiave barocca che coinvolse alcuni degli esponenti più importanti fra gli artisti genovesi.

Purtroppo però gli affreschi di Valerio Castello, Gio Andrea Carlone, Lazzaro Tavarone e Domenico Piola, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, sono andati perduti.

A vago ricordo della bellezza delle decorazioni rimangono le opere di Aurelio Lomi e Domenico Fiasella conservate presso la Soprintendenza e l’Istituto Arecco.

Con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi la struttura venne utilizzata come stalla e solo a partire dal 1818, al tempo dei Savoia, recuperò la sua primitiva funzione ospitando le Canonichesse Lateranensi.

Ma le vicissitudini della chiesa non finirono qui poiché nel 1889, a seguito di una nuova soppressione degli ordini religiosi del Regno d’Italia, il complesso venne convertito in caserma per le guardie civiche prima, della Guardia di Finanza poi, dell’Omni (Opera nazionale maternità e infanzia) infine.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale la zona rimase completamente abbandonata fino al parziale recupero, in un più ampio progetto, dell’architetto Ignazio Gardella negli anni ’70.

Dal 2014 il sito archeologico di Santa Maria in Passione ospita nei suoi giardini il parco culturale urbano della Libera Collina di Castello, luogo d’incontro e scambio tra artigiani, artisti, studenti e residenti.

La chiesa sconsacrata e completamente sventrata è stata dotata, nella zona absidale, di una copertura posticcia per preservare dagli agenti atmosferici quel che resta degli antichi decori.

Rimane in piedi a ricordo di una storia da non dimenticare, il campanile ultimo testimone di quanto ho raccontato.

In copertina: Santa Maria in Passione. Foto di Stefano Eloggi.

San Marcellino

La chiesa di San Marcellino, sita nell’omonima piazza, guadagna il suo spazio senza tempo fra via del Campo e via Gramsci regalandoci inusitate atmosfere.

Come per altri edifici religiosi del litorale, legati all’ospitaggio delle crociate, si fa risalire la nascita della chiesa al IV sec. d. C.

Secondo la tradizione infatti una chiesuola, soggetta alla giurisdizione della cattedrale di San Lorenzo, fondata in quella contrada dal clero milanese in fuga dalla loro città invasa dai Longobardi, sarebbe già esistita da tempi remoti.

Nel 1023 il Vescovo Landolfo ne fa per la prima volta menzione scritta citandola fra le pertinenze dell’abbazia di San Siro.

Nel corso dei secoli successivi la chiesa, dopo i restauri voluti da Giovanni Battista Cybo, è rimasta nella sfera d’influenza della famiglia del futuro (con il nome dal 1484 di Innocenzo VIII) Papa.

L’edificio che non presenta né opere d’arte, né arredi di particolare pregio perse la sua originaria intitolazione a vantaggio dell’omonima chiesa costruita in forme moderne nel 1936 in via Bologna nel quartiere di San Teodoro.

Fu Don Luigi Orione a tentare di recuperarne nel 1939 il valore storico e l’antico spirito. L’intento era quello di farne un luogo d’incontro e assistenza per i marinai che sbarcavano nel porto proprio come avvenuto ai pellegrini e ai crociati nel millennio precedente.

Purtroppo l’imminente scoppio del conflitto mondiale vanificò il nobile progetto. L’idea di Don Orione non è andata comunque perduta perché sulle macerie fisiche e morali della guerra il sacerdote gesuita Paolo Lampedosa con l’appoggio appunto dell’Opera Don Orione istituì nella chiesa l’associazione “la Messa del Povero”.

Tale iniziativa si prefiggeva di aiutare poveri, profughi, sfollati e in genere tutti gli emarginati.

Dal 1988 l’associazione nel frattempo mutata in San Marcellino si è trasferita nella vicina via Ponte Calvi proseguendo la millenaria vocazione assistenziale dell’omonima chiesa.

La Grande Bellezza…

In copertina: Chiesa e piazza di San Marcellino. Foto di Stefano Eloggi.

La sacrestia delle meraviglie

La sacrestia di Santa Maria di Castello costituisce un ambiente assai suggestivo, degna anteprima delle meraviglie che si presenteranno all’ospite durante la visita del complesso.

Vi si accede in corrispondenza del transetto destro attraverso un piccolo atrio, già cappella Grimaldi, impreziosito da un’acquasantiera di Giovanni Gagini.

Sotto all’essenziale volta gli arredi con armadi settecenteschi in noce su un pavimento a rombi bianco neri conferiscono alla sala un aspetto austero e solenne.

Subito si nota una superba pala settecentesca (1738) con San Sebastiano di Giuseppe Palmieri ma il pezzo forte è rappresentato dallo spettacolare “portale maggiore“, opera di matrice toscana dovuta a Leonardo Ricomanni e allo stesso Gagini (1452), sovrastato da una lunetta gotica del XIV secolo con la Crocifissione.

Accanto al portale è collocato un gruppo settecentesco in legno policromo raffigurante la Madonna di città col Bambino venerata da san Bernardo durante il suo soggiorno genovese.

“Madonna di Città” di Marcantonio Poggio. Foto di Giuseppe Ruzzin.

La scultura proveniente dallo scomparso oratorio di Santa Maria, San Bernardo e santi Re Magi, che sorgeva poco distante dalla chiesa, è attribuita al maestro Marcantonio Poggio.

Aperta la porta di uno degli armadi a parete magicamente si accede al retro del coro e al percorso museale, da un varco in fondo alla stanza invece, alle scalette di accesso all’atrio della celebre loggia dell’Annunciazione.. ma queste sono altre storie…

La Grande Bellezza…

In copertina: la sacrestia di Santa Maria di Castello. Foto di Stefano Eloggi.

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La Cappella di San Giuseppe

Nella chiesa di San Donato dalla navata di sinistra, accanto alla statua (1790) processionale lignea, raffigurante la Madonna del Carmine, proprio dietro alla colonna della foto si accede ad una stupefacente cappella laterale.

Questa un tempo faceva parte dell’ oratorio dei falegnami, dedicato a san Giuseppe, incorporato nella chiesa nell’Ottocento tramite l’apertura di una porta. Edificato nel ‘600 ha subito poi modifiche nel secolo successivo.

“Interni di San Donato”. Foto di Leti Gagge

In tale cappella detta appunto di San Giuseppe fanno bella mostra di sè tre straordinari capolavori che nobiliterebbero qualsiasi museo:

Il trittico dell’Adorazione dei Magi opera del 1515 di Joos Van Cleve artista fiammingo assai stimato in tutta Europa, la trecentesca Madonna con bambino capolavoro di Nicolò da Voltri assolutamente degna dei maestri senesi dai quali trasse ispirazione e una Sacra Famiglia, pala d’altare secentesca di Domenico Piola, fatta realizzare dalla Confraternita dei falegnami, la cui particolarità consta nel fatto che a tenere in braccio Gesù non è la Vergine come di solito, ma Giuseppe.

"Madonna con bambino di Nicolò da Voltri".
“Madonna con bambino di Nicolò da Voltri”.
"L'adorazione dei Mafi" di Joos Van Cleve.
“L’adorazione dei Magi” di Joos Van Cleve.
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“La Sacra Famiglia”. di Domenico Piola
“Documento del Battesimo di Paganini del 28 ottobre 1782”.

Ultima  curiosità, proprio di fronte al polittico, il certificato di battesimo di Niccolò Paganini, sacramento ricevuto dal musicista nella vicina chiesa di S. Salvatore.

In copertina: Dietro la colonna la cappella di San Giuseppe. Foto di Leti Gagge.

San Torpete

In piazza San Giorgio, in quello che un tempo era l’antico mercato bizantino, sorgono una accanto all’altra le chiese di San Giorgio e di San Torpete.

Quest’ultima, secondo la tradizione, venne fondata nel X sec. dalla comunità pisana presente in città che la intitolò al proprio concittadino martire cristiano del I secolo.

La costruzione originale prevedeva la classica decorazione esterna a fasce bianco nere alternate, di cui restano alcuni brani sul fianco destro, ed era rivolta a ponente.

Dal 1180 divenne parrocchia gentilizia della potente famiglia dei Cattaneo Della Volta che tuttora ne conserva il giurispatronato.

La chiesa come del resto tutta la contrada subì gravi danni dai bombardamenti del Re Sole del 1684 e, per essere ricostruita, dovette attendere il progetto del 1730 di Gio Antonio Ricca il Giovane.

Il nuovo edificio costruito in forme barocche ebbe un nuovo orientamento verso levante ed anche un nuovo nome aggiungendo a quello di San Torpete il titolo di Santa Maria Immacolata.

A metà ‘800, come del resto per la vicina San Giorgio, venne completata la facciata aggiungendo a quelli barocchi elementi (nicchie, paraste e timpano) neoclassici.

Nel 1887 vi celebrò messa per alcune funzioni monsignor Giuseppe Sarto vescovo di Mantova, futuro Papa Pio X.

Causa i bombardamenti della seconda guerra mondiale la chiesa versò per alcuni decenni nel più completo abbandono.

Per ammirarla nelle forme attuali si dovettero attendere gli interventi del 1995.

Al suo interno a pianta ovale interamente ricoperto da una cupola ellittica con rivestimento a scaglie di ardesia, sono conservate alcune preziose tele di Giovanni Carlone e G.B. Paggi.

Sulle pareti sono invece esposte numerose bacheche con ex voto.

Per la sua ottima acustica la chiesa ospita spesso concerti di musica classica.

In copertina: chiesa di San Torpete e scorcio, accanto, di quella di San Giorgio entrambe site nell’omonima piazza. Foto di Stefano Eloggi.

La volta dell’Annunziata.

I soffitti della Basilica dell’Annunziata nella loro abbagliante opulenza lasciano lo stupefatto visitatore a testa in su.

Tutto gira intorno come se si fosse colti da un’inebriante vertigine di grande bellezza.

L’incredibile tripudio di stucchi, ori, colori e dipinti è frutto della maestria di almeno quattro grandi interpreti del Barocco genovese: Giovanni e Giovanni Battista Carlone, Gioacchino Assereto e Andrea Ansaldo.

Giovanni Carlone iniziò la decorazione a fresco nella seconda metà degli anni venti del seicento cominciando a dipingere gli episodi previsti per il transetto: PentecosteIncredulità di san TommasoTrasfigurazione e Discepoli di Emmaus. Continuò quindi con le prime tre campate della navata centrale, in cui dipinse L’adorazione dei MagiL’entrata in Gerusalemme e La preghiera nell’orto degli ulivi. Probabilmente realizzò anche alcuni degli affreschi delle navate laterali.

Causa l’improvvisa morte di Giovanni, il proseguimento dell’opera fu affidato al fratello Giovanni Battista. Costui dipinse le campate rimanenti della navata centrale (La ResurrezioneGesù risorto saluta Maria prima di salire al cielo e Maria incoronata) e le campate delle navate laterali che ancora dovevano essere finite. Nel frattempo, in un periodo che non è stato ancora possibile inquadrare, lavorò ad alcuni affreschi anche Gioacchino Assereto, che dipinse le prime volte delle navate laterali (Eleazaro e Rebecca al pozzo e Pietro e Giovanni risanano lo storpio davanti alla porta Bella di Per decorare gli spazi più significativi dell’edificio, i Lomellini ingaggiarono anche Andrea Ansaldo, cui chiesero di mettere mano innanzi tutto alla cupola. L’artista vi lavorò ininterrottamente per tre anni, fino alla morte avvenuta nel 1638. La complessa macchina prospettica si articola con gli affreschi e le figure in oro a tutto tondo che ricoprono, con ritmo ascendente, l’intera superficie dei pennacchi, del tamburo, della cupola e della lanterna sommitale. Il tema centrale corrisponde alla dedicazione del tempio, l’Ascensione della Vergine.

La tensione verticale del complesso prende avvio con le quattro grandi figure ad affresco dei pennacchi, i Quattro evangelisti, fra i quali spiccano il giovane Giovanni con la penna sollevata e la figura avvitata dell’anziano e barbuto Marco, che esibisce una possente muscolatura. Quattro coppie di giovani nudi reggono in cima agli arconi lo stemma mariano in campo azzurro. Nel cerchi del tamburo, le quattro finestre sono incorniciate da cariatidi dorate che sembrano sorreggere la cupola, e coppie di puttini in oro a tutto tondo. Ad essi si alternano architetture dipinte con colonne tortili e balaustre dalle quali sporgono i discepoli dipinti a trompe-l’œil. Nella cupola le architetture dipinte proseguono quelle reali della chiesa formando un suggestivo tutt’uno, e da un arcone si scorge l’Assunta contornata da vari personaggi biblici. Il vortice ascensionale si conclude nel cupolino dove è raffigurato Dio Padre.

La Grande Bellezza…

In copertina: la volta dell’Annunziata. Foto di Leti Gagge.

La chiesa inferiore di San Giovanni di Pre’

L’ambiente essenziale e austero proietta in un baleno il visitatore indietro di quasi nove secoli in un luogo mistico e magico al contempo.

La chiesa inferiore della Commenda di San Giovanni mantiene vivo il suo innegabile fascino e costituisce quinta assai scenografica nel racconto dei cavalieri gerosolimitani che qui avevano dimora.

Sotto gli archi delle volte a crociera s’intravvedono ancora, sbiaditi dal tempo, gli antichi affreschi di influsso bizantino.

Camminando invece sulla pavimentazione originale del XI secolo pare ancora di ascoltare il calpestio e lo sferragliare di spade e armature dei crociati di Testa di Maglio.

Qui nella suggestiva cappella di Santa Margherita pregavano i pellegrini in partenza per la Terra Santa.

Sulla parete della navata di sinistra si possono ammirare infine i resti della cappella di Sant’Ugo con il ciclo di piccoli affreschi che ne raccontano vita e miracoli.

In copertina: chiesa inferiore di San Giovanni di Pre’. Foto di Stefano Eloggi.